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Tempo

Seguire i pazienti nell’ambito delle cure palliative fa riflettere. Vedere da una volta all’altra il decadimento che avanza, fa riflettere. Così stamattina riflettevo sul tempo.
Troppo tempo, o troppo poco, ma poi c’è il tempo che c’è, e non siamo noi a deciderlo.
Ciò che però possiamo decidere è cosa fare del tempo che abbiamo: possiamo farlo scorrere via, disperso in attività senza senso o che fanno male al corpo o alla psiche, oppure possiamo viverlo con pienezza, a portare significato e benessere. E vale sia quando pensiamo di avere ancora molto tempo davanti a noi, sia quando la clessidra fa scorrere gli ultimi granelli di sabbia.
Tanto tempo, poco tempo… Finché c’è vita c’è tempo, c’è un tempo da vivere in qualche modo.
Guardo il lento decadere che a ogni visita avanza un passo in più. Qualcuno è felice che i passi siano lenti altri vorrebbero che finisse tutto in fretta.
Una donna quasi mia coetanea, una settimana fa mi diceva di godere ancora del cielo e degli alberi che vedeva dalla finestra, delle chiacchierate anche telefoniche con gli amici, della presenza dei familiari. Ieri mi diceva che stava arrivando il tempo del silenzio, e che aveva bisogno di restringere l’orizzonte del suo sguardo.
Tempo. Invito e monito a non sprecarlo, a viverlo seguendo l’andamento naturale del suo scorrere, senza accelerare, senza indulgere. Stare nel tempo che ci è dato, momento per momento, passo dopo passo.
E oggi c’è il sole, cammino nel cielo azzurro e terso, nell’aria fresca, e sono viva.

Sono in vacanza

Sono in vacanza, ma per fermarsi non basta smettere di muoversi, c’è bisogno di rallentare gradatamente. Ci vuole tempo.
Ieri sera ho passato la serata sul divano con l’Ipad sulle ginocchia a leggere post attuali e passati di alcuni blogger. Sprofondata nelle storie, negli stati d’animo, nelle riflessioni. Senza programmi, senza fretta, senza pensieri sulle conseguenze mattutine del tirar tardi la sera.
Che poi tanto tardi non ho tirato. Troppo stanca.
Rallento. E la mattina la sveglia interna suona alla solita ora, e non ha il pulsante per poterla spegnere.
Ieri ho salutato tutti: colleghi, pazienti che non rivedrò, pazienti che ritroverò al mio rientro. R. è tornato nella sua Toscana. Baci e abbracci. Verrà a settembre, per sapere a che altezza dalla sua testa penderà la spada di Damocle. Nel frattempo c’è la nipotina da portare al mare, e una vita da vivere, persone care da amare.
Tempo da non sprecare, vita da vivere e condividere: che poi vale per tutti, indipendentemente da quanto le spade di Damocle siano vicine o lontane dalle nostre teste. Si può andare in vacanza ma non essere vacanti da se stessi. Il tempo non va ammazzato.
Continuo a rallentare.
Stamane giro in libreria. Perché se anche mi piacciono gli e-book, il giro in libreria non è come sfogliare i titoli nello Store. È la volta buona di Saramago… Da un po’ gli giro intorno, vediamo se stavolta mi prende.
Vacanza è lettura libera.
Stasera concerto con le Sonate per violino di Corelli.
Rallento.

Lo spirito della domenica

Ho appena aperto gli occhi e il pensiero è già andato a una serie di impegni e fatiche del lunedì. Accidenti, ma sono solo le 8 di domenica mattina! Non ce n’è, sabato e domenica non sono uguali, e il vero weekend va da venerdì sera a sabato sera. Domenica è un giorno di transizione, ha un po’ di leggerezza festiva e un po’ di pesantezza feriale, mescolate in dosi ogni volta diverse, che danno vita alle diverse alchimie domenicali.

Il sabato è più affidabile: il tempo che ho davanti mi fa rilassare, e anche se gli umori possono cambiare da un sabato all’altro, resta la sensazione di tempo davanti a me. Tempo da vivere con calma, con maggiore libertà, con ritmi congeniali.

La domenica no. Il tempo restringe gli orizzonti di libertà, e le cose da fare sono troppe: quelle che proprio si devono fare (faccende di casa, carte impilate sul tavolo da sistemare), quelle che sono utili ma anche piacevoli da fare (il pane, la torta per la colazione), quelle interessanti e piacevoli (letture, studio, blog), e poi gli amici…

Passano le ore e il lunedì mattina si avvicina. Alla faccia del qui e ora.

Che poi a me lavorare piace. Il lunedì, superato lo scoglio della sveglia e del rintontimento iniziale, una volta uscita nell’aria fresca del mattino sono pure contenta, in genere. Quindi sono davvero curiosi i vissuti domenicali: l’inquietudine, la tensione a non sciupare la giornata, a non buttarla via in malo modo, la malinconia che giunge la sera, la fatica all’idea di ricominciare la settimana.

Il sabato è prodigo, ha lo spirito della cicala: posso godere di quel che c’è, posso anche perdere un po’ di tempo, prendermela comoda… Tanto c’è domani.

La domenica, invece, ha lo spirito della formica: bisogna darsi da fare, perché poi non ci sarà più tempo fino al weekend successivo.

Sempre alla faccia del qui e ora.

Allora mi fermo. Non faccio nulla per un po’, lascio decantare, aspetto che le acque torbide dell’umore si schiariscano lasciando andare sul fondo ciò che disturba.

Ecco, mi viene in mente che il venerdì sera è un po’ come la giovinezza, tesa a ciò che deve venire; il sabato un po’ come l’età adulta, la domenica un po’ come la vecchiaia…

Così forse è il senso del tempo a scandire gli umori: tempo atteso, tempo vissuto e da vivere, tempo che finisce. Mi sa che la malinconia della domenica sera ha più a che fare con questo che col lunedì.

 

La pazienza

“La pazienza è la cosa più difficile, l’unica che valga la pena di imparare. Tutte le forme della natura, dell’evoluzione, della pace, tutto ciò che al mondo è prospero e bello dipende dalla pazienza, necessita di tempo, di calma, di fiducia, di fede nei processi lenti, che hanno una durata assai più lunga di una singola vita, che non sono pienamente accessibili all’intelligenza di un singolo individuo, e nella loro totalità non costituiscono esperienza di persone, ma di popoli e di secoli.” Hermann Hesse, Letture da un minuto

Mi piace la fede nei processi lenti… Pensare in termini di pazienza e di tempo ha spesso -per me- un effetto calmante, che mi aiuta a stare nel presente. La lentezza mi dà speranza: non deve accadere qualcosa subito, e nel percorso lungo ci sono maggiori possibilità che qualcosa accada. Vivo il presente, l’oggi, ma il respiro è ampio.

Può sembrare paradossale, però proprio quando sono più centrata nel qui e ora l’orizzonte si fa più ampio, nel tempo e nello spazio interiore.

Mi quieta pensare la mia vita come parte del processo evolutivo dell’umanità, sentirmi nel flusso che è stato e che sarà dopo di me… Ovunque possa portare.

So anche bene che questo sentire non elimina la sofferenza, non mi impedisce di percepire la stretta dei miei confini, il contatto dolente con i limiti. Solo dà un orizzonte, e un senso in cui dispiegarsi.

Non è poco.

 

Venerdì sera

Cammino nella luce della sera, quella luce che si tuffa lentamente nella notte, che sparge i suoi residui luminosi tra le molecole del buio.
L’aria non è troppo fredda, e camminare è piacevole.
La settimana è passata in una normalità senza picchi né burroni, fatta di giornate piene dalla mattina alla sera, di quelle che non lasciano troppo spazio né energie all’ascolto un po’ più profondo, quell’ascolto che lievita e fermenta portando riflessioni e consapevolezze, o anche solo parole per dirsi.
Torno a casa e mi godo questo tempo di weekend ancora da vivere, l’aspettativa del sabato del villaggio, di quel tempo che non ha fretta perché è tutto da venire.
Il mio qui e ora è fatto di nervi che si rilassano, di tempo che si concede il lusso di rallentare.
Respiro l’aria fresca e ad ogni respiro la settimana passata se ne va ed entra lo spirito del venerdì sera. Riprendo contatto con la voglia di fermarmi, di scrivere, di riaprire la porta della stanza tutta per me. Stanza in cui ciò che ascolto e vivo può essere trasformato in parole scritte, può prendersi il tempo per fermarsi e mostrarsi meglio.
Ora son qui, sulla soglia. Da lì mi arrivano onde di emozioni, di sentimenti diversi: sono quelli che ho attraversato nella settimana, appartengono ai volti che ho incontrato, e che ho portato con me. Sono lì, e ritrovarli dà un senso di leggero struggimento.
Amici, pazienti, colleghi, volti sconosciuti che avete incrociato la mia strada: vi ritrovo tutti con lo stato d’animo che mi avete lasciato addosso. Siete ora nelle vostre vite, ma qualcosa di voi è qui in questa stanza dell’anima stasera un po’ affollata.
Vi lascio lì, accomodatevi e trovate il vostro spazio. Per oggi basta. Socchiudo la porta e torno in superficie.

Fermarsi

Dopo quindici giorni no stop, finalmente mi fermo. Mica così facile come sembra: per fermarsi non basta fermarsi. Ci vuole tempo, e andar per gradi.
Ho diversi libri sul tavolo che ho voglia di leggere e studiare, amici che ho voglia di vedere, cose da fare, e in mezzo lavatrici, spesa, cose così. E già non son più ferma, la mente saltella qua e là, e non sta qui e ora.
Dunque, respiro, e ci riprovo. Mi allungo sul divano, trovo la posizione, mi rilasso. Ma è un attimo. Un pensiero attraversa il cervello, è un’altra cosa da fare e da non dimenticare, perciò meglio scriverla sul cellulare. E intanto, di già che ci sono, do un’occhiata alla posta e aggiorno le applicazioni che me lo chiedono. Dunque, dicevamo: fermarsi. Altro respiro, occhi chiusi… Altre distrazioni: un sms in arrivo, altri pensieri, il sonno che si fa sentire ma mica posso andare a dormire a quest’ora che non sono nemmeno le dieci, magari mi faccio una tisana, torno a un libro…
Altro che qui e ora, qui è tutto un saltellare altrove. Molto poco mindful.
Non è facile fermarsi e stare in ascolto.
Allora scrivo. Funziona meglio. Così butto fuori i pensieri invadenti e gli elenchi delle cose da fare come si butta fuori il fiatone dopo una corsa. E come dopo lo sforzo, lentamente, il respiro torna regolare e quieto, così anche la mente si quieta e smette di correre.
Benarrivato weekend! Respiro, sto… Piano piano…

Vorrei averlo fatto

Su segnalazione di un’amica, ho scoperto Bronnie Ware, un’australiana che per alcuni anni si è occupata di pazienti terminali. Il suo blog è diventato molto famoso per un post in cui parlava dei 5 rimpianti che più spesso ha ascoltato da quei pazienti.

Questi i “regrets”:

1) vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita fedele ai miei principi, e non quella che gli altri si aspettavano da me.

2) vorrei non aver lavorato così tanto

3) vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti

4) vorrei essere rimasto in contatto con i miei amici

5) vorrei aver permesso a me stesso di essere più felice

Nella mia esperienza con quei pazienti e con i loro familiari, ho trovato anch’io quei rimpianti, specialmente i primi tre. Riassumibili nel titolo italiano del libro che poi la Ware ha scritto: “Vorrei averlo fatto”.

Ho ascoltato persone che mi raccontavano il loro dolore per non aver fatto, per non aver detto… quando non c’era più tempo per fare, e a volte non c’era più tempo neanche per dire. Ho visto i loro sguardi arrabbiati, oppure tristemente rassegnati, comunque dolenti.

Ho invece incontrato sguardi tristi ma sereni, ed erano tutti di persone che mi dicevano di aver fatto la loro vita; il possibile, certo… senza grandi rimpianti.

Ecco, quelle testimonianze di vita sono diventate per me un prezioso monito a non lasciare indietro ciò che è possibile fare, e dire. Non conosciamo il tempo a nostra disposizione, e spesso questa angoscia è fonte di fughe formidabili. Lavorare in ospedale mi ha aiutata a incontrare quell’angoscia, e nel tempo mi ha insegnato  -e mi insegna- a vivere nel presente, pienamente, nei limiti del possibile. “Si fa quel che si può”: è una verità profonda, piuttosto difficile da praticare perché è davvero difficile capire quali siano i limiti reali.

Però bisogna provarci. Una donna mi raccontò di un litigio telefonico col  marito, e che quella era stata l’ultima volta che si erano parlati, quello era stato il loro saluto: un ictus violento aveva impedito dialoghi successivi. Ricordo la sua espressione mentre mi parlava. Da allora, cerco di non lasciare mai sospesi con le persone che amo. Cerco di non uscire di casa arrabbiata, senza aver messo almeno un piccolo ponte per raggiungere mio marito sull’altra sponda del fiume.

Le testimonianze di chi è sulla soglia ultima della vita sono un aiuto e un invito a non sprecare occasioni, a dare valore alla nostra vita, a darle una direzione sensata.

Fare i conti con la morte ci aiuta a vivere. E ad essere -quando è possibile- profondamente felici.