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Tutto sta

Mi piace questa fase della primavera: porta con sé tracce d’inverno, con rami ancora spogli, forti nella loro essenza, e accanto esplosioni colorate, timidi verdi, fronde rinnovate.
Quest’anno sento in modo particolare la convivenza degli opposti, e tutto sta.
Vita che nasce, vita che invecchia, vita che muore.
Esco dalla chiesa dopo un funerale, e guardo tre generazioni che si salutano, si abbracciano, scambiano sorrisi e lacrime. Io appartengo alla generazione di mezzo. Mi scorrono nella mente tanti ricordi, condivisi con alcune delle persone presenti, e con chi non c’è più. Quanta vita vissuta da quando ero la generazione più giovane.
Esco dalla chiesa e il cielo è azzurro, i colori risplendono. Cammino per strada e c’è tanta vita intorno a me. Tanta bellezza, tanto dolore. Sta tutto insieme.
Tentazione umana di fuggire la sofferenza, eppure nel dir di sì alla vita per quello che è -e non per quello che vorremmo che fosse- c’è la possibilità di trovare un equilibrio; e se il dolore non è un macigno, persino una qualche forma di benessere. E se è macigno, magari anche solo un attimo di sollievo, una pausa che fa riprendere fiato per affrontare la salita.
Cammino nell’aria fresca e guardo i colori che si dispiegano tra cielo e terra.
Sorriso e tristezza vanno a braccetto.

In nessun dove ci sarà mondo se non in noi

Ci sono giorni in cui penso alle rose che non posso cogliere, e un po’ mi dispiace. Tutti noi abbiamo quelle rose, ovunque siamo nelle nostre vite. Rose che non possiamo cogliere per limiti economici, di salute, di lavoro o altro ancora.
In fondo, è la condizione umana: desiderare l’oltre confine è una molla che spinge l’evoluzione ma che può anche avvelenare la vita. Abbiamo sempre desideri irrealizzabili, e andar dietro a quei sogni spesso rischia di portarci nel regno dell’impossibilità e della frustrazione e ci fa sentire con più o meno dolore, a volte con rabbia, la linea di confine contro la quale sbattiamo.
A volte quelle linee di confine si spostano, altre volte no. Qualche rosa impossibile diventa possibile, altre rimangono lontane. Ma per quanto possiamo andare oltre, altri confini ci aspetteranno.
Così, talvolta occorre fermarsi.

“In nessun dove, amata, ci sarà mondo se non in noi.
La nostra vita scorre trasmutando. E quel ch’è fuori di noi
svanisce in forme sempre più meschine. ”
Rilke, Settima Elegia duinese

Ecco. In nessun dove ci sarà mondo se non in noi.
La vita è qui e ora, con quel che c’è, così com’è.
Sentire di avere in me il mio mondo mi fa star bene, ferma la corsa. Il che non significa stasi, solo godere di ciò che c’è e fare ciò che si può. Così quel che c’è torna ad essere luogo ricco e pieno di vita. La mia unica e irripetibile vita.
In nessun dove ci sarà mondo se non in noi.

La vita si dà

Stamane, nel mio consueto passaggio da una palazzina all’altra dell’ospedale, ho scorto le prime tracce d’autunno.
Il cielo era azzurro, il sole caldo, avevo appena parlato con una collega in partenza per le vacanze: nell’atmosfera estiva, un po’ nascoste dalla chioma verde, ecco le prime foglie rosse.

Metafora della vita, eterno fluire del Tao. Un principio ha in sé i semi del suo opposto.
È bene ricordarselo, per navigare nelle acque complesse della vita.
Nulla è statico, gli equilibri son sempre dinamici, in divenire. A volte è faticoso, altre volte consolante.
Più tardi, un’altra immagine ha colpito il mio sguardo:

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Simmetrie, armonie che appaiono così, mentre stai camminando e non le stai cercando.
La vita si dà. In ogni momento.

Si fa presto a dire realtà (II parte)

Vi riporto qui di seguito altre citazioni tratte dallo stesso libro di David Eagleman, In incognito.

“Nel 1670 Blaise Pascal osservò con religiosa umiltà che <l’uomo è ugualmente incapace di scorgere il nulla da cui è tratto e l’infinito da cui è inghiottito>.
Pascal si accorse che passavamo la nostra vita su una ‘punta minutissima’, sospesa tra la scala inconcepibilmente piccola degli atomi che ci compongono e la scala infinitamente grande delle galassie.
(…)
Ciò che riusciamo ad esperire è profondamente limitato dalla nostra biologia. Questo non concorda con la tradizionale idea che captiamo passivamente attraverso occhi, orecchie e dita un mondo fisico oggettivamente esistente al di fuori di noi.
(…)
…il cervello riesce a campionare solo una minuscola parte del mondo fisico esterno.
(…)

Chiedetevi che effetto faccia essere nati ciechi. Rifletteteci bene un attimo. Se la vostra ipotesi è ‘Dev’essere come vivere nella più totale oscurità’ o ‘avere un buco nero al posto della visione’, vi sbagliate.
Per capire perché, immaginate di essere cani da riporto, come il segugio. Il vostro lungo naso ospita duecento milioni di recettori dell’olfatto. All’esterno, le narici umide attivano e intrappolano le molecole olfattive. Le fessure degli angoli di ciascuna narice si allargano per consentirvi di incamerare più aria quando fiutate. Anche le orecchie pendule, strisciando a terra, sollevano molecole olfattive. Il vostro mondo è tutto concentrato sul fiuto.
Un pomeriggio, mentre seguite il padrone, vi fermate all’improvviso, colpiti da una rivelazione. Che effetto farà avere il naso penoso e inadeguato di un uomo? Che cosa potranno mai individuare gli uomini quando annusano un refolo d’aria? Percepiscono un’oscurità? Hanno un buco al posto dell’olfatto?
Poiché siete umani, sapete che la risposta è no. Non c’è nessun buco, nessuna oscurità e nessuna sensazione di vuoto là dove manca la capacità di percepire l’odore. Voi accettate la realtà che vi è offerta.”

Tutti noi accettiamo la realtà per come ci viene offerta. Chi ha percezioni sinestesiche trova normale gustare un suono, e non capisce come potrebbe essere diversamente.

Ecco, questo è incredibile. Ogni cervello è unico nelle sue capacità di percezione.
Ciò che chiamiamo normalità è una gamma infinita di differenze.
Preziose, perché siamo noi e la nostra esperienza sulla terra.
Siamo simili, eppur diversissimi. Condividiamo la predisposizione a vedere, ascoltare, gustare, odorare, sentire col tatto, eppure le nostre esperienze sensoriali possono essere molto diverse.
Si fa presto a dire realtà. Si fa presto a mettere etichette.
Io sono incantata dalla varietà infinita delle nostre normalità. Anche quando viene diagnosticata una patologia, fisica o psicologica, penso che non si dovrebbe mai scordare la normalità che la abita, le storie che le vivono intorno, i percorsi creati da tutto quell’insieme. Vita, sempre. Noi.

La vita è calore

“Il cancro ha cambiato il mio modo di sentire. Tutto è più intenso, gioia o dolore, struggimento o disperazione, il mio scudo protettivo è quasi inesistente, mi sento senza pelle, tutto mi arriva potentemente dentro fino ai recessi più reconditi dell’anima, nel bene e nel male.
La malattia è fredda e io ho imparato a ricreare il calore sottratto.
La vita è calore, e io, oggi, assaporo ogni cosa, che sia un raggio di sole, un colore, un cibo, delle acque calde, un sorriso o il conforto di un abbraccio, per dare sollievo al malessere o alla malinconia.
Licenziamento e cancro mi hanno permesso, grazie alla solidarietà dei miei pazienti, alla mia famiglia, agli amici e agli altri malati, di accedere a quel territorio sacro dove gli esseri umani si stringono l’uno all’altro con tutto la loro calda originaria umanità di fronte al dolore, all’impotenza e alla sofferenza per ciò che viene portato via da qualcosa o qualcuno che è più potente e contro cui nulla si può, ma che ci rende anche tutti così uguali.”
Sandro Bartoccioni, Dall’altra parte

La corrente degli incontri


Ci sono dei momenti in cui tutto sta in equilibrio, tutto è al posto in cui è.
La navetta va, e dal finestrino guardo scorrere la città, i nuvoloni carichi, un campo che apre lo sguardo all’orizzonte, quasi fossimo già in campagna. Auto, persone, vita attiva della mattina. Nelle orecchie armonie un po’ struggenti delle sonate per violino di Schmelzer.
Poi la navetta inizia ad attraversare vie percorse nei miei giri di visite domiciliari. Penso a quelle persone che non ci sono più, e che vivono nei ricordi dei loro cari, e anche nei miei. Mi colpisce quanto mi sia arrivato, a volte in pochi, pochissimi incontri. Ho in testa immagini, inquadrature di particolari: pezzi di vita nell’arredamento di una stanza, nelle foto, nei racconti, nell’espressione di un volto.
Entrata per un soffio nelle loro vite, le porto con me. Anche a me, sconosciuta, hanno dato tracce di sé.
Il senso delle nostre vite è più vasto di quel che pensiamo. La corrente degli incontri lo trasporta ben oltre la nostra vista. E va, nel mondo. Oltre noi, oltre il nostro controllo.
Lo trovo un pensiero consolante. E un po’ struggente, anche se forse i nuvoloni da cieli nordici e Schmelzer fanno la loro parte.
La navetta va oltre e i pensieri restano nel mio stato d’animo. In equilibrio: gioie, dolori, angosce, meraviglie. La complessità della vita oggi sta. Ne sono attraversata, e l’accolgo in me.
La navetta è arrivata al capolinea. Comincia la mia giornata lavorativa, non senza aver prima notato queste belle rose e il prato disseminato di trifogli ricresciuti rigogliosi dopo il taglio del prato di pochi giorni fa. La vita fluisce. Non s’arresta. Stamane ognuno è al suo posto nel mondo.


Lo so, questa l’avevo già postata. Ma mentre guardavo le rose, la stavo ascoltando. Ed è una musica meravigliosa.

Intrecci indissolubili

Mi piace andare al lavoro con i mezzi pubblici. Non fosse che impiego il doppio del tempo, lo farei tutti i giorni.
Mi piace farmi trasportare: non devo concentrarmi sulla guida, sul traffico nervoso che mi disturba. Guardo fuori dal finestrino, mi immergo nella musica, lascio fluire i pensieri.
Mi piace guardare la vita che scorre, le persone che si muovono, ognuno nella sua vita, diretto verso qualche attività, qualche meta. Mi chiedo come siano le loro vite, cosa facciano.
La navetta va. Costeggia un bel parco, poco frequentato a quest’ora. Passa una donna in bicicletta, un signore anziano porta a spasso il cane. In lontananza qualcuno corre.
Vita quieta alla mia sinistra, ma so bene cosa c’è alla mia destra, anche se non sto guardando da quella parte. C’è la camera mortuaria dell’ospedale. Una strada separa questi due mondi così diversi. È facile immaginare cosa accada là, ora, mentre qui la normalità scorre.
Questa è la vita, intrecci indissolubili. La navetta procede. L’oboe del concerto di Benedetto Marcello è una colonna sonora che mi avvolge e accompagna il mio spirito contemplativo mattutino.
Scendo in compagnia di un’umanità varia e mi avvio verso la mia giornata.
Ah… Questo è il quadrifoglio che ho trovato.

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