Fragilità

La fragilità è un lato in ombra della vita. Sta in ombra non perché sia nella sua natura starci, ma perché noi ne abbiamo paura, e vorremmo non doverci mai fare i conti, vorremmo poterci sentire sempre bene e in forze, fisiche e psicologiche.
Quando poi, però, incontriamo sul nostro cammino una delle tante forme in cui la fragilità si presenta, rimaniamo spesso spiazzati, increduli, a volte impotenti.
L. non sa che fare, non era pronto. La malattia è arrivata come un fulmine a ciel sereno, e ha cambiato tutto. I vecchi orizzonti si sono chiusi, e quelli nuovi sono oscurati da una fitta nebbia. Come sarà il domani? Come sarà il futuro?
Oggi, però, L. sorride. Mi dice che ha capito una cosa importante, che l’ha quietato: “Ho smesso di fingermi forte, ho smesso di combattere i mulini a vento. Mi sono rilassato, mi scaldo nell’affetto dei miei cari”.
L. ha messo la sua fragilità nelle mani delle persone che gli sono vicine, che gli vogliono bene. Ed è proprio vero che l’unione fa la forza, quella forza che nasce dalla fragilità, l’accoglie, se ne prende cura con amore.
L. ha momenti di tristezza e di paura, sa che sono inevitabili. Ma sta imparando che la cura è nella condivisione, nell’aprirsi agli affetti.
L. sorride, e i suoi occhi vedono la nebbia sollevarsi all’orizzonte.

L’estate è un po’ come il Natale

L’estate è un po’ come il Natale: è facile sentirsi fuori sintonia.
Raccolgo parole e stati d’animo di chi si sente fuori dal coro vacanziero, di chi -sofferente nel corpo, nella mente- sente sulle spalle un fardello che non trova riposo.
Questo è un post per chi non va in vacanza. Per chi odia l’estate, il suo caldo e le zanzare che innervosiscono le notti.
È un post per chi sente salire la rabbia, l’insoddisfazione, la delusione, e ci deve fare i conti senza scorciatoie, tantomeno scappatoie.
Perché è un attimo farsi prendere dalla rabbia, quando la vita non va come vorresti.
M. è arrabbiato. Realizza che sono passati tanti anni… tanta vita, in un soffio. Sconcertante.
È andata come è andata, così; è passata rincorrendo mete e scavalcando scontenti, pensando di avere tempo per rimediare, correggere, pensando agli anni a venire come a una soluzione, un traguardo raggiunto il quale finalmente sarebbe arrivata la serenità, il tempo del raccolto e del godersi i frutti.
“Come ho potuto essere così ingenuo?”
Con gli occhi di oggi, è facile scorgere l’errore.
“Se morissi ora, avrei rimpianti. Non sono in pace con la vita così come è andata. E ho paura del mio scontento: non mi piace sentirlo, capisco che non mi aiuta. Ma c’è, e non posso far finta di niente. In qualche modo lo devo maneggiare perché smetta di farmi male. Lo devo accogliere senza farmi divorare.”
Penso a quanta rabbia ascolto nelle mie giornate, e ancor di più a quanto scontento.
M. ha ragione: quelle emozioni così forti non possono essere lasciate libere di distruggere le giornate, svuotandole di luce, ma neanche si possono liquidare facilmente.
Vanno ascoltate, sì. Ma senza colludere con loro.
Non è facile: ci vuole un paziente lavoro per separare il grano dal loglio.
Perché qualcosa, in quelle rabbie e in quegli scontenti, va accolto e per quel qualcosa va cercata una risposta.
Non risposte facili né consolatorie, ma piccoli passi alla ricerca di senso, di valore, di un equilibrio in cui alla fine anche il loglio trova il suo posto: parte del tutto, non più intralcio.
M. dice che sta imparando ad accogliere le ondate di rabbia: quando arrivano, accetta che quel tempo andrà così. Possono essere ore, o giorni. Ha smesso di contrastarle, ha sperimentato che la strategia “ha da passà ‘a nuttata” è più efficace della ribellione. Accoglie, non collude.
Così, oggi desideravo condividere la fatica di M., ma anche la testimonianza di un sentiero possibile che porta fuori dalle notti buie dell’anima.
A M. e a tutti gli arrabbiati dedico questo post. A chi è triste a Natale o a Ferragosto. A chi fatica per trasformare le fatiche in equilibrio; a chi si impegna per trasformare la rabbia in vita, senza buttarla addosso agli altri. A chi prova invidia per vite che sembrano essere più felici, ma non alimenta quel sentimento, non si rode e cerca di concentrarsi su ciò che di buono c’è nella sua.
A chi non può postare foto di vacanze; a chi è solo, a chi ha paura.
E a tutti quegli esseri umani che cercano faticosamente una strada per dare forma alla loro vita, e per esserne pacificati.

Speranza

Oggi sono contenta: lo vedo un po’ meglio”; “Sta facendo progressi, oggi è arrivata fino in bagno da sola”; “Oggi è stata una brutta giornata, ma domani, speriamo vada meglio…”; “Comincio a sentire che un po’ la gamba risponde, è un buon segno, speriamo!”
Ogni giorno ascolto parole che, in qualche modo, richiamano la speranza: frammenti di luce che appaiono in fondo a un tunnel, piccoli spiragli in muri senza fine. 
Piccoli spiragli. A volte molto molto piccoli, ma che comunque fanno passare quel po’ di ossigeno che consente di rifiatare.
Altre volte la speranza è irrealistica, è l’illusione che tutto torni come prima, o che una qualche divinità renda possibile l’impossibile,  perché i miracoli ogni tanto possono anche accadere…
Ogni giorno ascolto parole e vedo sguardi, volti che raccontano le fatiche e i dolori che stanno attraversando. Quei volti e quegli sguardi aspettano il più piccolo appiglio per aggrapparsi, per non sentirsi sopraffatti dalla vita.
Ogni giorno operatori sanitari e sociali hanno addosso quegli sguardi, e sotto quella pressione devono parlare, comunicare, spiegare, informare…
Un attimo e sei nell’illusione; un attimo e sei nello sconforto. Camminiamo tutti sul filo del rasoio: pazienti, familiari, operatori. E’ molto difficile stare nella realtà, senza illusioni, senza false speranze.
La realtà è un percorso: quando è troppo dura abbiamo bisogno di tempo per comprenderla, assimilarla. Un tempo per reggere l’urto, non venirne travolti, assorbire il colpo e poi lentamente reagire, trovare i nuovi possibili assestamenti, le risorse per far fronte alla nuova realtà.
E in questo tempo c’è un nutrimento indispensabile che non può mancare, ma che -come un farmaco- necessita del giusto dosaggio: la speranza.
Il nostro cervello ha bisogno di vedere una possibilità, di prefigurarsi una qualche possibile strada o sentiero che sia. E può anche darsi che nel percorso quella strada si riveli poi chiusa, ma intanto il pensarla ha consentito di muoversi, di andare avanti, e magari di trovare un altro sentiero possibile.
Il confine tra illusione e speranza è labile, molto labile. Eppure è su quel confine che spesso ci troviamo tutti, nelle nostre vite. Su quel confine lavoro, su quel confine vivo molti momenti della mia vita personale.

“Felicità raggiunta, si cammina 
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina; 
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.
Se giungi sulle anime invase 
di tristezza e le schiari, il tuo mattino 
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto di un bambino 
a cui fugge il pallone tra le case.” (Montale)

Felicità e speranza hanno nella loro natura lo stesso difficile equilibrio.
A volte, vanno a braccetto. E allora vorremmo solo che durassero.
Ma camminiamo sul fil di lama, e a ogni scivolata dobbiamo cercare di riprendere l’equilibrio.
Che poi, la speranza si può declinare in tanti modi. “Quando non vedi l’uscita dal tunnel, arredalo”. E’ una battuta, ma anche una profonda e benefica verità.

Fotografia macro

La fotografia macro è un mondo.
Guardo le foto scattate durante un workshop e, anche se tecnicamente ancora molto migliorabili, mi emozionano e mi fanno riflettere.
Guardo la bellezza che si dischiude quando ti avvicini molto, con calma e pazienza; quando cerchi con attenzione e concentrazione; quando sei aperto a quel che arriva; quando trovi quel che non stai cercando e non trovi quel che cerchi.
Guardo la ricchezza e la complessità che sembra crescere via via che ti avvicini: l’infinitamente grande nell’infinitamente piccolo.
Guardo un semplice prato che diventa un mondo, e non smette di stupirmi.
E penso alla vita, a noi esseri umani: la bellezza che ognuno di noi porta in sé, e che non è sempre così visibile; una bellezza che richiede attenzione e amore per dispiegarsi; che ha bisogno di pazienza, cura, fiducia.
Penso agli sguardi frettolosi, ai giudizi che rimbalzano sulle scorze e non incontrano l’essenza delle persone. Penso a quando diamo per scontate le cose; quando il quotidiano diventa muto perché apparentemente noto e troppo conosciuto; quando smettiamo di guardare quel che abbiamo sotto gli occhi perché tanto sappiamo già cos’è; quando diamo per scontati anche gli affetti.
Allora un prato è solo un prato, non c’è da stupirsi.
Invece ogni prato è un mondo che si può scoprire, vivo e mutevole.
La fotografia macro ti mostra che mondo è quel semplice prato: porta in primo piano ciò che è piccolo e rischia di passare inosservato; ciò che è nascosto in ciò che guardiamo ogni giorno senza vedere. Oltre la superficie, oltre il conosciuto, c’è ancora complessità, e ancora meraviglia.
Stasera penso alla macro come una metafora della vita: rallentare, guardare, affinare tutti i sensi, avvicinarsi piano… con pazienza, rispetto, curiosità. Scoprire. Lasciarsi stupire.
E allora la cura che mettiamo nel far questo ci cura dal quotidiano muto.
Stasera penso al mio lavoro che è un po’ così, ed è una grande ricchezza.
Stasera penso alle persone che amo, e alle loro bellezze.