Quando i luoghi raccontano

Cammino per una città che non è più la mia da tanti anni. Ritrovo nomi di vie, zampillano ricordi a ogni tratto di strada. Luoghi che non sono più si sovrappongono al volto nuovo della città. Luoghi e tempi sfalsati, passato e presente si intrecciano senza confondersi; senso di familiarità e di estraneità vanno a braccetto.
La mia città, le mie salde radici: c’è così tanta vita, qui. Vita lontana, anni di preparazione alla vita attraverso la vita. Persone, affetti, emozioni.
Dai luoghi che non sono più, dietro i luoghi attuali, spuntano frammenti di ricordi: da una vetrina, da una piazza, dall’interno di una pizzeria che appare attraverso le finestre aperte sull’aria estiva.
Mi vedo nelle diverse età, con le persone che in quelle età erano con me. Come allora.
Cammino in equilibrio tra passato e presente.
La città non è più quella, e io non sono più cambiata con lei, ho proseguito altrove.
Ora ho radici in più luoghi, e da ognuno traggo linfa vitale.
Mi fa stare bene. Cammino accompagnata dalle presenze che hanno abitato e abitano i miei giorni. Sono tutti qui, con me, come nel finale di 8 1/2 di Fellini.
Cammino piena di vita.

Cantieri

Mi sto preparando… Fra un po’ di anni, quando vedrete un gruppo di pensionati che guardano e commentano i lavori nei cantieri, sappiate che quella con la macchina fotografica in mano sarò io 😉
Scherzi a parte, rimango davvero incantata dal lavoro incredibile che richiede la costruzione di una nuova linea di metrò.
E come nella vita di tutti noi esseri viventi, le ferite profonde si accomodano nel quotidiano, si fanno spazio e la vita continua a scorrere adattandosi ai cambiamenti. Ci vorranno anni per finire i lavori, ma alla fine avremo nuove possibilità di movimento.
Come nella vita.

Momenti senza bellezza

La vita corre troppo e noi arranchiamo continuando a chiederci che senso abbia e se siamo nella vita giusta, quella che veramente volevamo.
Penso a una donna con cui ho parlato. Era molto arrabbiata, un fiume in piena. Il marito stava morendo e lei realizzava che non ci sarebbe più stato tempo per fare ciò che avevano sempre rimandato. Tutti quei doveri, i bisogni altrui, le necessità che negli anni avevano orientato le priorità e condizionato le scelte, ora apparivano in una luce diversa, scivolavano in coda nella scala dei valori.
Quella donna era arrabbiata perché il futuro che avevano immaginato non ci sarebbe più stato. Mai più. E non era contenta del passato.
Sono uscita da quella casa una quindicina di giorni fa, ma ancora risuonano in me echi di quella conversazione.
Penso alle giornate piene che riempiono le settimane e i mesi, a ciò che rimane indietro e non trova spazio o energie sufficienti. Sono nella vita giusta? Avrò rimpianti, un giorno?
Non so. Ascolto attentamente chi -arrivato a fine corsa- mi racconta la sua vita senza rimpianti e si dice sereno per come è andata. Ho capito che quella serenità non dipende dalla contabilità delle cose fatte, ma dal senso che nel quotidiano riusciamo a costruire e a trovare.
Ascolto me stessa: sento la mia bussola interiore, cerco di orientarmi. So cosa mi fa stare bene, cosa ha senso per me. Ne ho scritto poco tempo fa, qui. Ma si sa, i sentieri non sono proprio lineari, né sempre così visibili o immediatamente percorribili.
E a volte capita di percorrerli avanzando come Simenon racconta -in Pietr il Lettone- un inseguimento di Maigret: “… il commissario fu improvvisamente bloccato da una pozza larga due metri. Ne verificò la profondità con il piede e fu lì lì per cadere in avanti.
Alla fine si appese agli archi di sostegno dei pali.
Sono momenti in cui è meglio non essere visti. Si abbozzano gesti ai quali non si è preparati, si fallisce ogni tentativo, come cattivi acrobati. Ma si avanza, diciamo così, per forza di inerzia. Si cade e ci si risolleva. Si arranca, senza prestigio né bellezza.”
Ecco, a volte si arranca, senza bellezza.
E anche se non sempre riesco a sentirlo, so che c’è valore nei momenti senza bellezza: lì la bussola interiore si orienta nuovamente e segnala con forza la direzione da prendere, o anche solo da correggere. Servirà quel lavoro ad allontanare i rimpianti? Forse… Ma intanto fa vivere meglio l’oggi, rimettendolo su una strada di senso.
Allora, grazie momenti senza bellezza… anche se siete faticosi, cerco di essere amorevole con voi. E grazie amici che siete nel mio cuore, perché l’amore scalda, sostiene, e rende possibile l’attraversarli.

Era già l’ora che volge il disio…

Il sole è tiepido, l’aria fresca, il cielo azzurro. Un uomo col violino sta suonando “Hallelujah” di Leonard Cohen. C’è il fiume umano del sabato pomeriggio che scorre rumoroso.
Ho pensieri e stati d’animo arruffati: il tempo che corre, le cose che restano indietro e quelle che contano, i desideri, la vita che c’è, gli anni vissuti e quelli a venire.
Stare nel senso della propria vita è questione da rinnovare spesso, soprattutto quando la corsa degli impegni lavorativi rallenta o si ferma. Le risposte che ieri quietavano l’animo oggi appaiono spente: sono lì, ma non vivificano un granché. E passano ore preziose di tempo libero, occupate da una vaga inquietudine, dal fare, dallo stare.
Poi, finalmente, arriva l’ora del giorno che sempre ha il potere di calmarmi: quando il sole inizia a calare e la luce si fa meno invadente.
Mi piace il tramonto: non solo per i suoi colori, ma perché non pretende più molto dalla mia giornata. Anche le incompiutezze e le imperfezioni trovano il loro posto, e per un po’ non reclamano altra attività, altro impegno.
Mi posso quietare, e nella quiete ritrovo vita nelle risposte. Il tramonto mi placa, e da lì, da quello stato d’animo, posso guardare lo scorrere della vita e sentirmi a casa.

Case

Le cure palliative domiciliari mi fanno entrare nelle case di persone sconosciute. Varco una porta e mi trovo nell’intimità di una famiglia, nel luogo del privato, dove ogni particolare racconta un pezzo di storia, dove il quotidiano si mostra senza trucco. In quei momenti di vita c’è meno spazio per gli imbellimenti, per le formalità: entro in case col bucato steso, i tappeti tirati su e per terra lo straccio per lavare i pavimenti, con panni abbandonati sulle sedie, con i tavoli ingombri di medicine, liste della spesa, oggetti vari che aspettano di rientrare nei loro posti; entro in case caotiche e in case impeccabili, tirate a lucido senza nulla fuori posto.
Comunque, case che trasudano vita, sempre.
Spesso ci sono foto che parlano di momenti felici: guardo volti pieni e sorridenti mentre davanti ho visi segnati e sguardi sperduti. Le foto sono impietose nel rimarcare quanto può scavare una malattia, quanta distanza mette anche solo dalla normale quotidianità.
E poi mi ritrovo a parlare in qualunque stanza consenta un minimo di privacy: in cucina, in camere da letto, in tavernette, su qualche balcone, persino in bagno. Privacy e intimità, nelle parole e nei luoghi.
Là, in quelle case che si mostrano senza troppi veli, noi operatori domiciliari abbiamo il privilegio di incontrare frammenti di vita autentica, che portiamo con noi, e che in qualche modo in noi rimangono. Abbiamo la fortuna di fare un lavoro che ci porta nel cuore della vita.
Non è cosa da poco.
Perché quel cuore, quando usciamo da quei luoghi, non smette di battere, e fa circolare linfa vitale nel nostro quotidiano.
Il mio amore per la vita e l’amore per le persone che mi sono vicine sono fatti anche un po’ di quelle case, di quei volti, di quegli sguardi.
C’è di che essere profondamente grati.

Quando proprio ci vuole Bach

Stasera torno a Bach. Le note di una Passacaglia nelle orecchie, a fare silenzio interiore.
Torno a casa accompagnata dai volti e dagli sguardi che oggi ho incontrato, e se ora qualcuno mi chiedesse come sto, non saprei rispondere. Sto in un complesso di emozioni e pensieri, un po’ affaticata, un po’ contenta, un po’ dubbiosa, pensierosa, preoccupata; un po’ serena e un po’ no.
Si affacciano alla mente sorrisi e sguardi tristi, sconfortati; ritorna uno sguardo più sconfortato di altri.
Avrò fatto tutto ciò che potevo per quegli sconforti? Tra impotenza e onnipotenza c’è l’enorme spazio del possibile, del limite, e ne sento la responsabilità. Uno spazio sempre oggetto di interrogativi, quasi mai sgombro di nuvole.
Stasera proprio ci voleva Bach. Pensieri ed emozioni scorrono, e io sto. Questa sera sto nel bicchiere contemporaneamente mezzo pieno e mezzo vuoto, sto nei limiti e nelle possibilità, sto nella serenità e nelle domande, nella gioia e nella pesantezza. Sto in equilibrio, e ogni elemento che compone la complessità mantiene la sua forma, non si modifica nell’incontro con gli altri. La pesantezza non è meno pesante perché sta accanto alla gioia. Ma anche la gioia non è meno sorridente perché si accompagna alla fatica.
Porto tutto con me, e Bach offre argini per contenere quel fiume che scorre, potente e grave.
Ascolto e camminando guardo i giochi di luce sui marciapiedi bagnati, respiro il profumo di pioggia che persino in città si fa sentire. Ho nel cuore le persone che amo.