Elogio della tristezza e della fatica

“Come mi giro, sento inviti ad essere felice: dai social, dagli amici, dagli scaffali delle librerie…
E io, che felice non sono, mi sento in colpa, mi vergogno quando incrocio la mia vicina di casa sorridente, quando il collega racconta le vacanze in cui si sono divertiti tanto.
Mi sento esclusa, e per questo a volte orgogliosa, a volte arrabbiata.
Sto meglio quando sono qui in ospedale, e parlo con gli altri parenti. Siamo tutti più o meno tristi, qui. Condividiamo le fatiche. Qui mi sento parte di un mondo.”
Questa è la sintesi di molte voci che quotidianamente ascolto.

L’aspettativa di felicità fa male, a volte. Forse sempre.
Non dico neanche che vada bene l’aspettativa di infelicità. Semplicemente, scorrono. Entrambe. E pensare che la felicità sia il tempo giusto mentre l’infelicità uno sbaglio, una parentesi da superare, non aiuta ad affrontare le difficoltà della vita.

Quando attraversiamo terre faticose, abbiamo bisogno di altre attrezzature, di altre guide, di compagni di viaggio disposti a mostrare volti autentici.
Abbiamo bisogno di verità, non di teatrini in cui si inscenano vite che non sono.
Abbiamo bisogno di benevoli sguardi di accoglienza, che non ci facciano sentire sbagliati, ma degni d’amore così come siamo.
Mi piacerebbe vedere in evidenza sugli scaffali delle librerie meno manuali sul successo, l’autostima, il raggiungimento degli obiettivi e più libri che raccontano le storie vere di vita, che testimoniano i percorsi sudati, le tappe attraversate più che le mete raggiunte.
Mi piacerebbe che si potesse normalizzare la fatica che tutti facciamo, in misure molto diverse, e che le emozioni un po’ reiette trovassero spazio per esprimersi, per ricevere legittimazione e grazie a questo migliori possibilità di autentica trasformazione.
Nei periodi più difficili della mia vita non mi ha aiutato guardare chi si mostrava felice e realizzato. Nessuno di quei modelli mi ha fatto muovere un passo.
Mi è invece servito incontrare persone disposte a mostrarsi autenticamente, a parlare delle difficoltà e a condividerle, disposte a mostrarsi nelle debolezze e negli insuccessi, e negli sforzi quotidiani per proseguire il cammino o rimanere a galla.
Mi è servito leggere le testimonianze vere di vite difficili.
E alla fine, penso che sentirsi appartenenti alla comunità orizzontale degli umani affaticati e dolenti sia fonte di maggiore serenità e di benessere.
Vedo persone che si affannano per inseguire miraggi che le lasciano con tutta la loro sete, e con la frustrazione di vedere altri bere un’acqua che non arriva mai per loro.
Invece, nella comunità degli umani affaticati e dolenti, vedo persone che trovano la loro personale fonte per placare la sete.
Meno miraggi e più verità. Meno teatrini e più coraggio di autenticità.
Questo, mi fa bene.

Ricami

Ascolto stanchezze e desideri irrealizzabili, illusioni e speranze realistiche, voglie di fuga dalle pressanti necessità e immersioni nella cruda realtà.
Ascolto emozioni allo sbando, e non sono quasi mai -se non mai- buone consigliere, e tantomeno guide verso la serenità.
E allora bisogna far quietare le emozioni, dopo aver dato loro possibilità di espressione.
E poi riprendere contatto forte con le radici, con le priorità e con i valori che sentiamo nostri: tutto ciò è un’àncora che rallenta lo sbando e lentamente lo frena.
E poi rimanere saldi lì. Non con la forza ma con la flessibilità, con amorevolezza e perdono, con lo sguardo orientato verso ciò che c’è e non verso ciò che manca, o è troppo lontano, forse irraggiungibile.
Il desiderio e il piacere, se lasciati liberi, portano fuori strada e sono fonte di sofferenza: in questo credo che abbiano ragione i buddisti. Ma neanche la totale rinuncia è strada percorribile, per me.
Vedo invece possibile il lento cucire l’alto col basso, il desiderio con la realtà, il piacere col possibile: un ricamo sempre in divenire.
È un percorso faticoso, mai lineare, sempre a rischio di uscite di strada. E quando questo accade, ci vuole più tempo per ritrovare il centro, ma quel tempo e quella strada in risalita portano nuovo radicamento, più saldo e profondo. Riportano luce nelle radici nascoste e linfa a rafforzarle.
Se sbandare è inevitabile, alla fine si rivela necessario.
Il tempo perduto è ritrovato, e con lui il senso.

Sguardi amorevoli

Osservo le persone che incrocio per strada, sul tram: umanità diversa per razza, età, condizione sociale, stati emotivi… vite che scorrono e fluiscono, io con loro.
Ci sono momenti di apertura interiore in cui dalle vite che incrocio mi arrivano frammenti di storie, e io sto in ascolto.
Un tempo momenti come questo mi procuravano quelle che consideravo vere e proprie ubriacature spirituali. Oggi non più. Scorrono ampi e quieti, inclusivi di tutto il presente, sorretti da tutto il passato. Scorrono e mi fanno sentire radicata nella vita e fluida. Certo, a dirlo così sembra un ossimoro, ma è ciò che sento.
Mi sento piena di vita, ed è un sentire che mi placa.
In questi giorni ho ripreso in mano un libro di Andrew Solomon, “Lontano dall’albero”.
Mi fa sempre bene leggere, o rileggere, le sue riflessioni, e mi ci ritrovo spesso in sintonia. Trovo commovente lo sguardo che porta sulle diversità, sulla faticosa ricerca di senso di ogni singola vita, ovunque si ritrovi a dover vivere. È uno sguardo amorevole.
Penso alle persone che incontro in ospedale, agli sguardi amorevoli che vedo. Mi scorrono nella mente volti ed espressioni, esseri umani vicini nell’affrontare le tempeste che sconvolgono le loro vite. Amore e accettazione, l’uno rende possibile l’altra, e si rafforzano a vicenda.
La vita può essere molto dura, e si sopravvive solo avendo cura di sé e di chi si ama, amando con quotidiano impegno e quotidiana pazienza, con matura accoglienza, coltivando la fiducia e la memoria degli orizzonti aperti quando gli ostacoli e gli ingorghi dell’animo oscurano il cammino e lasciano spazio ai demoni interiori.
Ma rimanere saldi nell’amore, anche quando ci sembra di non sentirlo, allontana i demoni e riapre lo sguardo all’orizzonte. Amore per l’altro, per gli altri, per la vita. Lì ricomponiamo un senso, e il senso ricompone noi. L’amore davvero ci salva.

 

Quando i luoghi raccontano

Cammino per una città che non è più la mia da tanti anni. Ritrovo nomi di vie, zampillano ricordi a ogni tratto di strada. Luoghi che non sono più si sovrappongono al volto nuovo della città. Luoghi e tempi sfalsati, passato e presente si intrecciano senza confondersi; senso di familiarità e di estraneità vanno a braccetto.
La mia città, le mie salde radici: c’è così tanta vita, qui. Vita lontana, anni di preparazione alla vita attraverso la vita. Persone, affetti, emozioni.
Dai luoghi che non sono più, dietro i luoghi attuali, spuntano frammenti di ricordi: da una vetrina, da una piazza, dall’interno di una pizzeria che appare attraverso le finestre aperte sull’aria estiva.
Mi vedo nelle diverse età, con le persone che in quelle età erano con me. Come allora.
Cammino in equilibrio tra passato e presente.
La città non è più quella, e io non sono più cambiata con lei, ho proseguito altrove.
Ora ho radici in più luoghi, e da ognuno traggo linfa vitale.
Mi fa stare bene. Cammino accompagnata dalle presenze che hanno abitato e abitano i miei giorni. Sono tutti qui, con me, come nel finale di 8 1/2 di Fellini.
Cammino piena di vita.