La prigione del giudizio

Il giudizio è un’arma letale, a doppio taglio. E ci riguarda tutti.
Perché troppo spesso pensiamo di essere lucidi, di formulare opinioni dopo attente riflessioni mentre siamo imprigionati da emozioni che dettano i nostri pensieri.
Le nostre “attente riflessioni” sono emozioni vestite da pensieri, molto più spesso di quanto ci piace credere.
Siamo tristi e facciamo pensieri cupi, siamo allegri e i nostri pensieri si aprono a visioni più aperte, siamo spaventati e pensiamo male dello sconosciuto che ci passa a fianco.
E quando le emozioni durano, quando costituiscono un fondo più o meno costante, anche i pensieri si strutturano maggiormente, e si formano giudizi radicati, non più scalfibili da argomentazioni razionali.
Ieri parlavo con un uomo, molto provato da una disabilità a cui fa la guerra. È triste, sfiduciato; si sente umiliato dalla sua dipendenza, ed è arrabbiato. Racconta di una moglie che è diventata una perfetta badante, ma che non lo capisce, e lui si sente solo. Giudica una moglie che ama.
Ascolto poi le parole della moglie, speculari: anche lei giudica un marito che ama, e si sente sola nel suo dolore, incompresa.
Da fuori, vedo due persone che si amano e, pur amandosi, si ritrovano imprigionati da un dolore che li isola: ognuno vede la sua parte e giudica l’altro: “non capisce, è insensibile, non si rende conto…” così il giudizio sull’altro si rafforza, e stringe sempre di più la sua morsa sul giudicato, ma anche sul giudicante.
Il giudizio sull’altro diventa un muro invalicabile, che a sua volta alimenta ostilità e crea fratture sempre più ampie. Può accadere anche in poco tempo, e l’amico diventa un nemico. E nemico diventa il marito, la moglie, il collega…
Il giudizio è un’arma letale che fa solo danni, e lascia morti e feriti su entrambi i fronti.
E il guaio è che noi finiamo con l’essere aggrappati ai nostri giudizi perché li consideriamo giusti e sacrosanti e, se noi siamo nel giusto, sono gli altri che inevitabilmente sbagliano.
Così, quel senso di essere nel giusto ci frega, ci imprigiona in una solitudine invalicabile e rabbiosa.
È un circolo vizioso perfetto: chiusi nelle nostre ragioni, smettiamo di vedere l’altro, i suoi bisogni, la sua solitudine. Più siamo chiusi più si chiude il canale dell’empatia, dell’affetto, dell’amore. Più si chiude quel canale più ci sentiamo soli, ingiustamente incompresi, arrabbiati, delusi. Rafforziamo i nostri giudizi, la solitudine, e siamo sempre più distanti dall’altro.
L’isolamento genera rabbia, rancore, e chiude la porta in faccia a chi più amiamo.
E pensare che la chiave di quella porta è nelle nostre mani, facile da prendere eppure difficilissima.
Perché la chiave è un atto totalmente contro-istintivo: alzare lo sguardo dal proprio dolore e guardare il dolore dell’altro; mettere da parte per un po’ i propri bisogni e provare ad ascoltare i bisogni dell’altro… incontrare l’altro nella sua umanità, nel suo dolore, nel suo bisogno, riapre le porte della comunicazione, dell’empatia…. fa sbollire la rabbia, avvicina, mette calore nel freddo.
Non devo sforzarmi di andargli incontro, perché quando vedo l’altro nella sua umanità la mia naturale empatia crea ponti, sentieri che mi rendono più semplice avvicinarmi. E più mi avvicino, meglio sto.
L’isolamento, generato dal dolore, genera isolamento. Alzare lo sguardo sull’altro e sui suoi bisogni, andare oltre i nostri giudizi, apre le porte della prigione e ci fa sentire nel cuore pulsante della vita. Lì, amiamo e siamo amati. Lì l’amore ci salva e ci consola dal dolore della vita.