Archivio mensile:dicembre 2012

Amore e tradimenti

“Ti prego, se mi ami, sopporta la mia gioia”

Questi sono versi di Edna St. Vincent Millay, una poetessa americana del ‘900. Potenza dei versi: questo mi ha sempre toccata profondamente, parla di una corda della mia natura. E faceva il paio con questi altri suoi versi:

“Ma di certo è impensabile che un uomo / in sì dura tempesta lasci il quieto / focolare e s’imbarchi al salvataggio / di un’annegata per portarla a casa, / sgocciolante conchiglie sul tappeto.”

Sono stata fortunata, perché poi un uomo che ha saputo accogliere la mia gioia e le mie conchiglie sgocciolanti l’ho trovato. E per questo sono profondamente grata alla vita, oltre che a lui.

Ma al di là della mia storia personale, questi versi mi fanno pensare alle ricchezze che ciascuno di noi conserva gelosamente dentro di sé, al desiderio e alla paura di mostrarle, di condividerle.

“Vorrei e non vorrei…” canta Zerlina che sta per cedere alle seduzioni di don Giovanni. Vorremmo ma abbiamo paura di essere feriti, non siamo sicuri di poterci fidare. E a questo non c’è rimedio: non abbiamo nessuna garanzia che l’altro non ci ferirà, non tradirà la nostra fiducia. Un poco, o molto. In più, quando troppe emozioni sono in circolazione, anche la nostra capacità di giudizio vacilla, e possiamo fare madornali errori di valutazione. Quindi, potremo mettere i nostri tesori nelle mani sbagliate e non metterli in quelle giuste, e in mezzo una vasta gamma di possibilità intermedie e di intermedie infelicità.

Però, qui, voglio dare la mia personale testimonianza di fiducia. Non è un invito ad essere tutti quanti fiduciosi, ognuno si regola sulla base della propria storia e delle proprie esperienze. E’ semplicemente la mia testimonianza di fiducia. Fiducia adulta, che si apre gradualmente all’altro, che sa che può essere tradita. E a volte è successo. E’ stato un dolore, ma non la fine del mondo. Mi sono curata le ferite, ma ci ho provato. Amo la vita, e il peggior peccato che sento per me sarebbe quello di rimpiangere rose che non colsi, quando sentivo di poterle cogliere, quando desideravo profondamente farlo.

Mi piace Zerlina: tra tutte le donne del Don Giovanni di Mozart è quella che cade ma si rialza e va oltre. Ferita, torna alla vita e all’amore, miglior modo per curare le ferite.

E questo è i mio augurio per l’anno nuovo: aprirci alla vita e all’amore per la vita. Buon 2013 a tutti!

Trasformazioni

“L’incontro di due personalità è come il contatto fra due sostanze chimiche: se c’è reazione, entrambe si trasformano.” C.G. Jung

Questa è la bellezza delle relazioni, e della vita. E, ovviamente, è anche una gran fatica, fonte di dolore e di frustrazioni.

Incontrare profondamente un altro è uno scombussolamento: non solo in amore, ma in tutte le possibili relazioni. L’altro tocca i miei confini, i miei limiti; tocca le corde dolenti della mia storia, del mio passato, tocca le corde vibranti del mio presente. E un tocco, anche se amorevole, può risultare talvolta troppo forte, scuotere nel profondo, raggiungere ferite e desideri.

Benedetto innamoramento! Senza di lui, senza la sua forza potentemente trainante, rinunceremmo subito all’impresa di avventurarci nel mondo sconosciuto che è l’altro… E, soprattutto, alzeremmo alti steccati per impedire che l’altro si avventuri nel nostro. Ma anche maledetto innamoramento, che ci travolge e offusca la vista.

Siamo terreni dissodati dalle esperienze vissute, seminati di piante e fiori, alcuni in pieno rigoglio, altri in boccio, altri abortiti o ripiegati in sé; abbiamo la nostra gramigna che infesta il terreno ed erbacce che soffocano la crescita di fiori delicati.

L’altro entra nel nostro giardino e comincia il lavoro: pota, taglia, rompe, innaffia, cura, semina, nutre… e il giardino non è più lo stesso. Può essere un inferno o un dono prezioso. Ma può essere anche un’occasione per compiere un viaggio in se stessi, per lasciare che lo scombussolamento che l’altro ci crea ci guidi in meandri dell’anima che hanno bisogno di attenzione, di essere visti, conosciuti, amati, perdonati, curati.

Incontriamo spazi di fragilità, nervi scoperti, pelle sottile. Ci esponiamo con timore, con fiducia, con speranza. A volte la pelle troppo sottile percepisce il tocco dell’altro come dolore, così tende a ritrarsi, a difendersi nei modi consueti. Ci vogliono pazienza, amore, tempo, dialogo. Sono le condizioni perché un sano viaggio possa continuare. Ogni viaggio ha le sue fatiche, i suoi rischi, i sacrifici necessari. Ma la vista che si apre sui nuovi orizzonti!… Quella, sì, è una delle cose che dà senso alla vita.

E’ del poeta il fin la meraviglia… e non solo del poeta…

Nel magazine “La lettura” del Corriere della sera del 23/12 ho letto un articolo interessante: “La meraviglia è un ansiolitico naturale“. Vi riporto qui alcuni passaggi che ho trovato significativi.

“Oltre la soglia della meraviglia c’è lo sbigottimento che lascia senza parole. Oltre lo sbigottimento c’è un sensazione enigmatica, sospesa tra il timore reverenziale e l’estasi. Il tempo rallenta, i confini tra il sé e il noi diventano labili, la natura spalanca la porta al trascendente. Se qualche volta vi siete sentiti minuscoli di fronte alla vastità del mondo o ai misteri della vita, allora avete provato questa emozione. Gli anglosassoni la chiamano ‘awe’, in italiano non ha nome.”

In uno studio pubblicato su Psychological Science, i ricercatori hanno mostrato a dei soggetti “immagini allegre oppure sorprendentemente maestose. Chi osserva queste ultime, nei test si dimostra meno impaziente, più spirituale e collaborativo. La meraviglia attenua l’ansia per il tempo che fugge“.

Cosa ci succede quando ci sentiamo rapiti?   “…siamo insieme delle creature individuali e sociali, api e alveari. Ecco, la natura a volte sa suscitare una meraviglia totale e spiazzante. E’ come un pulsante che scatta, portandoci nella modalità collettiva e facendoci sentire parte di un tutto. I rituali estatici, in cui il gruppo sintonizza i battiti diventando un unico grande organismo, funzionano anch’essi da interruttore. Così si spiega la potenza delle grandi manifestazioni, dei rave party, delle iniziazioni. (…) Chi parte zaino in spalla per viaggi solitari fuori dalle rotte più battute, magari non lo sa, ma è un cultore della meraviglia.”

“La meraviglia estrema non suona come un ‘wow’, è piuttosto un ‘oddio’, o meglio ancora un silenzio.”

Le emozioni, generalmente, ci predispongono all’azione: “La rabbia ci prepara a combattere, il senso di colpa a chiedere scusa. Lo stupore, invece, ci congela. Tutto ciò che vogliamo è stare fermi, ad occhi spalancati. E’ una specie di emozione cognitiva, che ci apre a nuove idee, ci trasforma.”

Ha scritto Albert Einstein in Il mondo come io lo vedo: ‘L’emozione più bella che possiamo sperimentare è il mistero. E’ il potere della vera arte e della vera scienza. Chi non conosce questa emozione, chi non si può più fermare per meravigliarsi e sentirsi rapito, è come se fosse morto.’

E conclude così la giornalista: “Non sono solo le cattedrali più imponenti o la grande musica che compiono questo miracolo emozionale. Se si è in grado di coglierne davvero il significato, si può restare sbalorditi anche davanti alla grandiosità di una teoria scientifica, che racchiude in una formula il funzionamento dell’universo.”

Trovo bellissima questa riflessione: umanisti e scienziati, siamo tutti sotto lo stesso cielo stupefacente. La meraviglia è sotto i nostri occhi, sempre. Dobbiamo solo essere in grado di vederla e di aprirci a lei perché ci possa attraversare.

Luoghi (parte II)

Ieri sera tornavo a casa con mio marito e, passando davanti ad una chiesa, mi sono tornati in mente i ricordi delle estati in cui in quella chiesa siamo stati ad ascoltare dei concerti bellissimi. Concerti e serate estive, caldo, sudore, abiti leggeri, programma del concerto come ventaglio. Per un attimo i ricordi sono stati sensazioni fisiche, veicolati dal salto di abbigliamento: allora maniche corte e sandali senza calze, ora avvolta nel giaccone pesante, i piedi freddi, due golf di lana.

Mi capita spesso di passare in luoghi che frequento abitualmente e di ricordare, attraverso l’abbigliamento, momenti in cui sono passata di lì: quel giorno pioveva, avevo l’impermeabile blu e ricordo che… Passavo di qui ed ero imbacuccata all’inverosimile…

I luoghi sono tempo. Tempo sancito dal cambiamento dell’abbigliamento, dal grado di pesantezza o leggerezza degli abiti. Tempo sancito dalle sensazioni nel corpo dei gradi di temperatura, del caldo/freddo sulla pelle. Tempo sancito dalle stagioni, dalle foglie sugli alberi o dai rami secchi. Luoghi e tempo che passa, luoghi e vita che ci è passata attraverso.

I luoghi sono i depositari della nostra memoria, custodiscono le nostre vite, i nostri preziosi momenti di vita: ognuno ci lascia i suoi, e i luoghi li accolgono mantenendo il segreto, non svelando ad altri ciò che vi abbiamo depositato. I luoghi sono pubblici eppure così privati. Come la lettera rubata di Poe, sono sotto gli occhi di tutti, ma solo chi sa, vede. Parlano solo per i proprietari dei ricordi.

I luoghi son lì, fermi, mentre noi passiamo; nell’alternarsi delle stagioni i luoghi mutano lentamente, a volte impercettibilmente, mentre la nostra vita si dispiega, prende nuove pieghe…

Quando torno a Torino, dove non vivo da più di dieci anni, i luoghi in cui passo rilasciano ricordi: ricordi in cui faceva caldo o freddo, pioveva o c’era il sole, avevo il cappotto o i sandali.

Come scriveva Rilke, nella seconda elegia duinese (ho già citato questi versi): “Come rugiada dall’erba novella/ quel che è nostro svapora da noi, come il calore da / vivanda calda. (…)/ Avrà forse sapore di noi il cosmico spazio in cui ci dissolviamo?”

I luoghi, anche se non raccontano le storie se non ai diretti interessati, avranno comunque un po’ sapore di noi?

Introversione e amore

Qualche giorno fa, in tram, ho ascoltato una conversazione che mi è rimasta impressa. Due amiche, sui trentacinque-quarant’anni, parlavano di come si fossero divertite la sera precedente ad una cena da amici. C’erano molte persone, la buona parte delle quali sconosciute, ed era stato piacevole “conoscere tutta quella gente nuova”.

Ascoltare il racconto della loro serata mi ha fatto visualizzare il mio peggiore incubo: in una serata come quella che stavano raccontando sarei fuggita via il prima possibile, e molto probabilmente non ci sarei neanche andata. “Conoscere tutta quella gente nuova”, in un colpo solo per giunta, non è in cima alla lista delle mie priorità. In quei contesti la mia testa smette di funzionare e si fissa su due fondamentali pensieri: “cosa ci sto a fare qui?” e “quando potrò andarmene senza apparire sgarbata?” Da adolescente mi sentivo sbagliata, da adulta mi sento semplicemente un’introversa.

Conoscere qualcuno, per un introverso, è un viaggio lento e delicato, che richiede tempi e spazi, passi di avvicinamento e passi di distanza per metabolizzare le impressioni. Sì, perché la parola d’ordine per un introverso è proprio questa: metabolizzare.

Ho letto di uno studio longitudinale, partito nel 1989 e tutt’ora in corso, molto interessante (citato in Susan Cain, “Quiet, il potere degli introversi”, Bompiani). Ad Harvard, il dottor Kagan con i suoi collaboratori radunò 500 neonati di 4 mesi, sostenendo che sarebbe riuscito a stabilire con un buon grado di accuratezza quali di quei bambini sarebbero stati introversi e quali estroversi.

Sottoposero i bambini ad una serie di stimolazioni: palloncini colorati, suoni, oggetti in movimento, odori. Il 20% di quei bambini reagì agitandosi molto e strillando, e vennero definiti “ad alta reattività”; il 40% rimase calmo e quieto, e venne definito “a bassa reattività”; il restante 40% tenne un comportamento intermedio.  Kagan predisse che sarebbero stati i bambini ad alta reattività ad avere più probabilità di diventare adolescenti introversi, e così si dimostrò negli anni successivi.

Tutto questo per dire che noi introversi non siamo degli orsi asociali, semplicemente abbiamo un sistema nervoso che reagisce con maggiore intensità agli stimoli esterni, e dunque abbiamo maggior bisogno di proteggerci da quella che per noi, talvolta, è un’invasione del mondo esterno.

Insomma, abbiamo più probabilità di incontrare un introverso in un blog che in una festa affollata.

Comunque, introversi od estroversi che siamo, tutti dobbiamo fare le nostre fatiche relazionali, seppur di tipo diverso. Perché incontrarsi autenticamente in relazioni non superficiali è un impegno: bellissimo, ma pur sempre un impegno.

Io non potrei immaginare la mia vita senza la ricchezza di relazioni significative che ho. Sono ciò che dà senso alla mia vita. E sono anche lo stimolo che mi pungola nei miei limiti, che mi spinge a uscire dai miei confini.

Come scrive Franzen nel suo ultimo libro, “Più lontano ancora”:  “… Alice Sebold parla di ‘sporcarsi le mani amando qualcuno’. Si riferisce al fango che inevitabilmente l’amore schizza sullo specchio della nostra vanità.”

Mi piace questa riflessione: la trovo profondamente vera. L’amore, anche quello contenuto nell’amicizia, è l’energia che ci sostiene mentre affrontiamo i nostri limiti, le nostre pecche, le imperfezioni. L’altro, diverso da noi, ci dà l’opportunità di uscire dall’egoriferimento narcisistico.

E chiudo con l’ultima citazione della giornata, dal Barone rampante di Calvino: “Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.”

 

La vigilia di Natale

Sono immersa nel silenzio e nella quiete, fuori e dentro di me. E’ una condizione che amo, che mi rende quasi felice.

Quest’anno, per vari motivi, mi sono evitata il traffico pre-natalizio e il caos dei negozi. Ho passato il 23 con amici, prima a un concerto e poi a casa. E oggi vigilia con mio marito, telefonate di amici, quiete calda. Mi piace questo Natale sobrio, che sta lasciando respiro e spazio al calore degli affetti, senza fronzoli, senza sprechi, senza frenesia.

Nel silenzio interrotto dal suono delle campane e da qualche rara auto che passa per strada, tutto il mio mondo è qui con me. Mi sento ricca e fortunata per questo. Le persone che amo sono con me: nelle loro vite ma presenti nella mia.

Un pensiero ad ognuno di loro: a voi blogger che passate di qui, a quelli che comincio a conoscere un po’ di più e che sento amici; un pensiero ai miei pazienti, ai colleghi; un pensiero agli amici di tanti anni, e uno speciale all’amico del cuore… (lui sa perché); un pensiero a mio marito che rende così ricca la mia vita e che sa farmi ridere. Un pensiero a tutti i compagni di viaggio.

Ora il divano e un libro mi aspettano: buon Natale a tutti!