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Sera di novembre

La giornata di lavoro è finita. Esco nell’aria fresca, guardo i colori dell’autunno che si spengono sotto la luce calante della sera. Amo questo momento del giorno, soprattutto in questo periodo, quando le giornate si accorciano e le luci si accendono presto. È un momento intimo, che sa di raccoglimento anche camminando per strada. Le luci accese nelle case raccontano di cene in via di preparazione, di compiti da finire, di televisioni accese in attesa del telegiornale.
Cammino e lascio entrare le sensazioni, che fluiscono seguendo il loro corso.
In questa pienezza carica di vita penso alle tante persone che amo. Sono qui con me. Saperli nelle mie giornate mi fa andare nel mondo con un senso di apertura e di stabilità. Da qui, da queste sensazioni, da questo cielo che si avvia nella sera, mando loro un pensiero.
“Un po’ più in là della tua solitudine c’è la persona che ami”. (Buzzati, Sessanta racconti)
Direi di più…. Oltre i miei confini, oltre i miei desideri e bisogni, ci sono le persone che amo.
Persone che rendono ricca la mia vita.
Salgo in auto, grata e traboccante, quieta. Vado a fare la spesa.

Le terre della tristezza

Oggi le storie di vita ascoltate si intrecciano nella mia testa. Hanno depositato tracce e formato uno stato d’animo triste, che contrasta con la primavera in sboccio intorno a me. Non ce n’è, Eliot aveva ragione: aprile è il più crudele dei mesi.
Così mi concentro sulla lista della spesa e spingo il carrello tra gli scaffali del supermercato. Immergermi nel quotidiano spesso mi aiuta; guardo i prodotti, leggo le etichette: ma è più facile allontanare i grassi idrogenati che scacciare la tristezza. Oggi ha deciso di tenermi compagnia.
Così, eccomi a vagare tra le sue terre, che sono varie e sfumate.
Ripenso a una frase letta nel libro di Solomon “Lontano dall’albero”: “Se il più delle volte mi sono invaghito degli amici che adoro per la loro saggezza, umanità, generosità simpatia, lì ho amati con la massima intensità nei loro o miei momenti di tristezza: c’è una vicinanza psicologica, nei momenti di desolazione, che la felicità non permette.”
Mi colpisce perché mi ci ritrovo. È la mia esperienza quotidiana di lavoro con le persone, oltreché esperienza di amica.
Quella vicinanza stasera mi fa stare anche bene. Le terre della tristezza hanno sfumature di bellezza e di apertura alla vita. In quelle terre si può essere nel cuore dell’umanità. Attraversare quelle terre, oggi, mi fa sentire profondamente viva e profondamente collegata agli altri.
Ancora Solomon: “…ci si può mantenere più aperti alla ricchezza del dolore che alla disperazione senza vie d’uscita.”
A volte rimanere aperti alla ricchezza del dolore porta in dono la ricchezza della vita.

Ferite che non si rimarginano

“Non ho mai capito perché nell’inconscio le ferite non si rimarginano. Quasi tutte le ferite si rimarginano ma nell’inconscio sanguinano tutta la vita.” G.Pontiggia, Nati due volte

La frase è suggestiva e anche in parte vera, però la questione è complessa. In senso più ampio, anche il corpo ha ferite -le malattie-  che continuano a “sanguinare” per tutta la vita: malattie croniche, che non guariscono, che si cerca di curare tenendole più o meno a bada e rallentando il processo, con le quali si cerca di convivere. Così, abbiamo ferite psicologiche che continuano a farci male e che non riusciamo a superare.

Ma il punto è questo: come ci prendiamo cura delle nostre ferite? Con rabbia, rassegnazione, amore? Cerchiamo aiuto? Arrediamo con cura la stanza del nostro dolore? (cito un’espressione di mio marito che ho trovato particolarmente suggestiva) Cerchiamo di negare, minimizzare, fare come se nulla fosse? Ci chiudiamo nel risentimento? Proviamo a far qualcosa?

Il mio lavoro in ospedale è con le persone ferite, fisicamente e psicologicamente. Le loro ferite, anche se in qualche modo si rimarginano, tornano periodicamente a sanguinare. Vedo in loro infiniti modi per far fronte al dolore, e sono convinta che ciascuno faccia quel che può. Vedo persone arrabbiate, ma la cui rabbia è la forza che li aiuta ad andare avanti. Può essere una risorsa, anche se con molte controindicazioni. Altri rinunciano, si ripiegano su se stessi, altri provano ad accettare, a vivere con quel che hanno, con le abilità -fisiche e psicologiche- che riescono a mettere in campo.

Ognuno ha un suo percorso, non esistono certo ricette buone per tutti né decaloghi miracolosi per raggiungere la beatitudine. Però credo profondamente che del nostro dolore dobbiamo fare qualcosa. E’ vita, non una parentesi da superare. Non è un’etichetta che racchiude una diagnosi. Siamo noi, è il nostro percorso.

Il nostro cammino è fatto anche del modo in cui ci prendiamo cura delle nostre ferite. Anzi, forse soprattutto di quello. Lì sta la differenza tra la disperazione, il vuoto del non senso e una saggia serenità. Ciò che ci fa star bene non è la mancanza di dolore o di ferite (condizione peraltro impossibile), ma è quel che riusciamo a fare con loro. Non sono le ferite aperte, ma quanto riusciamo a trasformarle in vita feconda.

Sguardi

Ieri mattina stavo andando al lavoro: le nuvole facevano filtrare raggi di sole che davano una luce particolare, ascoltavo musiche barocche per tromba, mi sentivo felice. Nulla di straordinario, normale quotidiano. Ma bello. Mi rendo conto che quando sono aperta alla vita il quotidiano riverbera di luci e sfumature; il normale fluire diventa ricco e significativo, acquista valore, senso.

L’umore cambia lo sguardo: quando sono serena quasi tutto ciò che vedo acquista una sua bellezza, anche le cose non belle. Quando sono triste, lo sguardo coglie il risvolto cupo, come nei versi di Montale:

“Spesso il male di vivere ho incontrato:/ era il rivo strozzato che gorgoglia,/ era l’incartocciarsi della foglia/ riarsa, era il cavallo stramazzato.”

A volte, però, lo sguardo riesce a cambiare lo stato d’animo.

Quando sono triste mi piace camminare per strada e guardare la gente che passa.  Osservo i loro sguardi, le loro espressioni: come in un film muto, scorrono immagini e arrivano impressioni, frammenti di stati d’animo che traspaiono dai volti. Ne sono affascinata.

Gli sguardi su un volto sono come le nuvole nel cielo: danno il carattere del momento. Non mi stanco mai di guardarli, mi fanno simpatia nell’espressione della loro umanità, in cui mi riconosco. Li guardo ed esco un po’ da me e dalle mie paturnie; scorro con loro.

Gli sguardi sono finestre che si aprono sul mondo, e più siamo in grado di tenere aperte quelle finestre, più la vita dischiude i suoi doni. Anche nella sofferenza.

“Magica spinta all’infinito aprirsi/ del fiore, per accogliere più luce,/ ed esser così colmo di abbondanza, (…)/ Ma dove e quando,/ in qual mai vita, impareremo il gesto,/ che ci spalanchi a contenere il mondo?” Rilke, Esemplarità del fiore, da I sonetti a Orfeo