Archivio mensile:dicembre 2015

Inverno

Ho visto spegnersi i colori dell’autunno. Lentamente, un giorno dopo l’altro, gli alberi si sono mostrati nella loro essenza: rami disegnati contro il cielo, linee sinuose, intrecci.
Li guardo sempre, affascinata dalla loro bellezza austera, priva di fronzoli.
Mi fanno pensare alle persone che mostrano le loro rughe con autenticità, che portano i segni del tempo con semplice e naturale eleganza.
L’inverno, nel mio mondo interiore, porta quiete. Mi accompagna in luoghi di riflessione, mi fa attraversare sottoboschi emotivi che sanno di nostalgia e serenità, mi fa guardare con occhi nuovi le foglie cadute. Mi fa sentire le foglie cadute, le porte che si sono chiuse, le strade che non ho preso. Le vedo distintamente, tappeto di foglie che non sono più e che non torneranno. Altre verranno, si spera, ma quelle no, non più.
Non ho mai avuto rimpianti, e non ne ho ora. Però oggi la percezione delle rose che non ho colto ha un sapore diverso. È più lucida e, in un certo senso, più irreversibile. Lo so che non esiste il “più” irreversibile, eppure l’espressione mi sembra che racconti ciò che provo.
Non si possono varcare tutte le porte, mentre ne apriamo una se ne chiudono altre, e mai sapremo come sarebbe stata la nostra vita se… La forma che abbiamo è fatta di limiti che tracciano i nostri confini: il limite delimita, ordina il caos, e nel dare quell’ordine, quella forma, scarta possibilità, taglia occasioni, non nutre potenzialità, non esplora altri territori. Inevitabile. Irreversibile.
Fino ad ora, il sentimento che accompagnava queste considerazioni è sempre stato di tranquilla consapevolezza, di senso di identità e unicità. Ora, si aggiungono nuove sfumature. Guardo le foglie cadute e sento che non torneranno più. Guardo le foglie che non sono state e sento che non saprò mai come avrebbero potuto essere… Sento le mancanze e i limiti, sento che sono il prezzo pagato all’essere ciò che sono. È il sentire di chi vede accorciarsi l’orizzonte.
Non ho rimpianti, sono grata alla vita per come è andata finora. Va bene così.
I rami che si stagliano nel cielo sono bellissimi.

Sguardo implorante

L’uomo ci guarda con occhi che sembrano chiedere pietà: sgranati, lucidi, quasi imploranti.
È seduto davanti a noi, ma il suo corpo esprime la tensione della fuga, di chi vorrebbe alzarsi e andarsene il più lontano possibile per non ascoltare le parole che gli arrivano.
Quello sguardo mi è rimasto addosso, e mi segue da un paio di giorni, immagine universale del chiedere pietà alla vita, del chiedere di essere risparmiati da un dolore che schiaccia e sembra sopraffarci.
A volte la vita è implacabile.
Quello sguardo non mi lascia perché racconta dell’essere disarmati, vulnerabili, spaventati. Condizione umana, molto umana.
Quello sguardo vorrebbe consolazione e rassicurazione, vorrebbe sentirsi dire che andrà tutto bene, ma così non sarà.
Il suo dolore e il suo disorientamento arrivano dritti a noi che siamo lì con lui, ambasciatori che portano pena.
Come ricorda Marie de Hennezel, una psicologa francese, non si esce mai indenni da certe incursioni nella sofferenza altrui. Ed è bene che sia così.
Si esce con un senso di rispetto per l’essere umano sofferente, e di profonda consapevolezza di vita. Si esce con i piedi ben piantati in terra e nel quotidiano che accoglie. Si esce sentendo sulla pelle che quel dolore riguarda anche noi.
Stasera, però, sono al riparo. Qui, ora, tra le mie cose, con mio marito due stanze più in là, sono al riparo. Il presente sorride: composto, complesso, grave e leggero. Tutto sta.