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Passioni di cuore o incanto di connessioni sinaptiche?

Sto invecchiando, mi ripeto. Ma anche stamattina mi è capitato di leggere una citazione romantica e mi è salita l’orticaria: son diventata allergica alla passione che ti porta via, a quel sentire che trova nell’emozione il senso ultimo e grande della vita.
Mi è appartenuto, lo conosco bene. Ma da tempo non sono più lì.
Sono nella vita, concreta, piena, contraddittoria, complessa.
Leggo saggi di neuroscienze, e mi avvincono più dei romanzi. Non ho perso il senso della meraviglia e dello stupore, ma lo trovo nell’incanto delle trasmissioni sinaptiche, nell’incredibile complessità del cervello, nella vita quotidiana che si dispiega sotto il mio sguardo. Lì è andata la mia passione.
L’universo chiuso di un una passione d’amore mi toglie ossigeno, mi fa venir voglia di scappare.
L’universo aperto agli incontri e alle tante forme di relazioni umane possibili, dove ci si scambia qualcosa, si dona e si riceve, è la gioia più grande e dà ampio senso alla mia vita.
Sono felice nel mondo, sono felice nell’amore caldo e quotidiano che vivo con mio marito. Sono stata ubriaca di emozioni e infelice nelle passioni, fuochi che avvampavano e si spegnevano. Sono anche contenta di averle vissute, quelle passioni. Mi hanno formata, sono state il terreno su cui ho camminato e che mi ha portata fin qui. Vi sono grata, passioni romantiche.

“…Voi stelle,
ma non viene da voi quello struggersi dell’innamorato
per il volto dell’amata? Lo sguardo che s’interna
nel volto puro di lei, non gli viene dal puro stellato?”
Rilke, Terza Elegia duinese

Ecco, portando con me il volto dell’amato, vado nel mondo e guardo il puro stellato, guardo la terra con le sue radici, guardo ogni essere umano che -nell’attraversare quel suolo- incrocia in qualche modo il mio cammino.
Lì, in quegli incroci di vita e di individui, il mio cuore si placa aprendosi e il mio cervello lavora felice.

Passeggiata zen

Finalmente una mattina di quiete. Passeggiata in città in compagnia di Vivaldi, svicolando per le strade meno affollate, fino ai giardini di via Palestro. Qui rallento il passo e mi lascio incantare dagli alberi imponenti: che invenzione magnifica sono i parchi in città! A pochi passi da rumori e traffico, qui si respira tranquillità.
Cammino lenta, guardo, scatto. Vivaldi è sempre con me. Ed è meraviglia a ogni passo.

Attimi

Ferma in auto al semaforo, nella nebbiosa aria mattutina vedo un bambino attraversare di corsa la strada, tirandosi dietro la sua cartella formato trolley. Un’aria di Vivaldi riempie di armonia lo spazio intorno a me: vita quotidiana che scorre, ma per un attimo lo sguardo che coglie quel frammento di vita si fa poesia.
A volte accade.
Il quotidiano -nella sua normalità- risuona di bellezza, di intensità, di un po’ di meraviglia.
È un bambino come tanti che corre verso la scuola. Eppure per un attimo mi fa restare a bocca aperta, stupita, perché per quell’attimo l’immagine quotidiana ha cantato.
A volte succede. Quell’intensità dura poco, ma lascia dietro di sé una perdurante quieta felicità.

Casa

Siamo adattabili. Impariamo.
Impariamo a convivere con le fatiche esistenziali, a tollerare stati d’animo dai toni scuri, a reagire con le risorse che ci ritroviamo.
Impariamo a cercare nuovi strumenti per far fronte alle richieste e alle sfide della nostra vita.
Impariamo a riposarci in mezzo alla tempesta, a tener duro in salita.
Impariamo a sostenere condizioni che non avremmo mai pensato di riuscire a sostenere. Ci proviamo, perlomeno. Fino a toccare i nostri limiti.
Gli ottomila da scalare e gli oceani da attraversare sono nelle nostre città, sono nei nostri quotidiani.
Le imprese eroiche sono di tanti uomini e donne che -sconosciuti- senza nessun titolo sui giornali né servizi in tv, conquistano nuovi territori dello spirito, dell’anima, del pensiero. Per le proprie vite. A testimonianza di possibilità e impossibilità, a sostegno dei compagni di viaggio.
Ecco, verso questa nostra umanità io provo meraviglia e rispetto.
Lì mi sento a casa.

Si fa presto a dire primavera

Va bene, è primavera. La natura sboccia e non solo lei. È tutto un fiorire di foto, riflessioni, emozioni di rinascita. E va benissimo, ci mancherebbe. Piace anche a me, la primavera, nonostante non sia la mia stagione preferita.
Però, di fronte a tutti questi colori, quest’esplosione di vitalità, mi viene fuori uno spritello un po’ Bastian Contrario, che provocatoriamente riporta un po’ di attenzione sulle spine e non solo sulle rose.

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Non voglio essere fraintesa: non sono pessimista, negativa. Semplicemente mi innervosisco di fronte a visioni troppo univoche. Mi suona un campanello di allerta verso le posizioni troppo sbilanciate, in un senso o nell’altro.
Il bicchiere è contemporaneamente mezzo pieno e mezzo vuoto. E questo sguardo mi aiuta. Perché quando gli stati d’animo sussurrano visioni negative, la riflessione riporta motivi di speranza o di possibilità, seppur a volte minime. E quando le emozioni salgono verso vette troppo alte la riflessione riporta cautela, possibili problemi o rischi da prendere in considerazione.
A volte mi sento obiettare che così si perde di spontaneità, si appiattiscono le emozioni. Ma non è vero, non è questo che accade. Accade invece che reggendo la complessità, con tutte le sue sfumature, la vita si arricchisce. Non perde, ci guadagna. La complessità è una risorsa.
Quando guardo un quadro vedo un’ampia gamma di colori e sfumature: e non solo un colore non annulla l’altro, ma proprio dall’insieme che ne scaturisce nasce l’incanto.
La bellezza delle rose non è diminuita dalle spine, ma neanche annulla la possibilità di essere punti. Nella vita bisogna prendere il pacchetto completo.
La primavera è bellissima, ma sono bellissime anche tutte le altre stagioni, ognuna con fatiche e pesantezze al seguito.
Amo la complessità perché mi sostiene in qualunque momento di vita, felice o difficile che sia. E perché mi lascia piena di meraviglia a ogni sguardo.

Buongiorno albero

Un lungo viale che porta all’uscita dalla città, palazzoni ai lati, alberi. In fondo un incrocio col suo semaforo, e al di là un campo che apre lo sguardo (anche se subito dopo un grosso centro commerciale lo chiude. Orizzonte nascosto da muri e parcheggi).
Lì al semaforo, sul limitare della città, c’è un albero maestoso.
Forse un platano, immagino sia centenario. Svetta altissimo con la sua chioma ricolma di foglie e con i rami che partono già dal basso. Risalta, un po’ solitario, tra l’aperto del campo e il traffico che scorre.
Lo guardo spesso, e il semaforo rosso promuove l’osservazione.
Stamane il cielo era grigio, con qualche nuvolone. L’aria muoveva le foglie del grande albero: sembravano nugoli di farfalle. Sfarfallìo di verdi cangianti come ali sbattute nel vento.
Un’immagine di tale bellezza! Sono rimasta incantata a guardare: quell’albero così robusto e radicato, maestoso, potente, e quelle foglie leggere, sventolanti nella brezza, aeree. Gravità e leggerezza. Lì, sul confine. A riscattare anche un lunedì mattina di cielo autunnale e di primo freddo. Uno scorcio di meraviglia offerto a tutti.
Buongiorno, albero. Saresti piaciuto a Tarkovskij.

Guardare ed ascoltare

Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. lo siedo alla finestra e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.
Umberto Saba, Meditazione, dal Canzoniere

E’ così anche per me: guardare ed ascoltare sono la mia forza.

Io guardo, in continuazione: sono in auto la mattina per andare al lavoro e i miei occhi osservano lo stesso percorso, ma ogni giorno diverso; ogni giorno qualcosa di nuovo attira la loro attenzione. Conosco l’avanzare delle foglie sugli arbusti al lato della strada: le guardo mentre son ferma al semaforo; ci sono molti semafori per andare al lavoro, e ad ogni rosso, guardo; mi incantano i riflessi sui vetri e sui cofani concavi delle auto in movimento: vedo sfilare lì il paesaggio che sta ai lati; e vedo ricrescere dall’asfalto erbe indomite, rispuntare foglie su rami tranciati.

Guardo volti per molte ore della mia giornata; guardo stati d’animo che trasudano dai corpi in movimento per i corridoi dell’ospedale; incrocio sguardi e gesti che mi parlano di ansie, timori, dolori, tensioni, rabbie.

E mentre attraverso i giardini per andare da un edificio all’altro dell’ospedale, guardo il cielo, le piante, le panchine, i fiori. Per poi tornare nuovamente ai corpi e ai volti umani.

Poi ascolto: è in assoluto la cosa che più amo fare. Ascolto persino le conversazioni che mi arrivano sui mezzi pubblici, ascolto frammenti di discorsi per strada. E ovviamente ascolto le storie che le persone mi raccontano, ascolto le vite che incontro. Ascolto e provo a rispondere, e poi torno ad ascoltare ancora. Fiumi in piena, fiumi in secca. (Ne avevo già parlato in questo post: L’ascolto)

Citando don Juan, lo stregone raccontato da Castaneda (letture di trent’anni fa!!!!): “Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato.”

Così io guardo, guardo e ascolto. Senza fiato. Con stupore, meraviglia. Con fatica e pesantezza. Risuonando con gli stati d’animo che incontro, esprimendo gli stati d’animo che vivo.

Guardo e ascolto: questo è il mio viaggio quotidiano nel mondo.