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Senza senso?

Ci sono giorni in cui lo sguardo che si posa sulle cose, sul mondo, non riesce a dare vita a ciò che vede. Le cose rimangono cose: nude e crude, non risuonano; colori piatti che non si arricchiscono di sfumature; forme mute che non muovono né gioia né dolore.
Lo sguardo vaga su panorami quotidiani, normalmente fonti di bellezza e meraviglia o almeno di quieta gioia, e non trova nulla che lo rigeneri.
Sono i momenti, i giorni, in cui la vita sembra una corsa senza senso, corsa troppo veloce verso la fine.
Talvolta il weekend, tempo in cui la corsa potrebbe rallentare, amplifica invece quelle sensazioni. Tempo libero che subito si riempie, con tanti desiderata che rimangono in coda ad aspettare il weekend successivo. Nelle corse, la sensazione del tempo che fugge tra le mani; un attimo, ed è subito sera; un attimo, ed è subito la sera della vita.
Poi torna il lunedì e gli impegni lavorativi mettono argini e costringono a stare in ciò che c’è.
Lentamente, mi fermo. Fermo la corsa agitata e smaniosa e sto in ciò che devo fare.
Finché accade. Così, senza preavviso, torna il calore. Si scioglie il freddo del non senso, e qualcosa torna a fluire. Tornano le sfumature, e il cielo che al mattino si stagliava muto riprende a risuonare, vivo. Da lì, dal ritrovato calore, lo sguardo sul non senso si acquieta e lo accoglie con dolcezza. Rimane, ma ha perso la sua asprezza.
Mi troverai ancora, sguardo sul non senso. Mi sei compagno in questi anni di maturità che sentono cambiare il rapporto col tempo che passa e che rimane. Sei marea che arriva sulla riva, lasciando conchiglie al tuo passaggio.
Le raccolgo nella luce infuocata del tramonto.

In nessun dove ci sarà mondo se non in noi

Ci sono giorni in cui penso alle rose che non posso cogliere, e un po’ mi dispiace. Tutti noi abbiamo quelle rose, ovunque siamo nelle nostre vite. Rose che non possiamo cogliere per limiti economici, di salute, di lavoro o altro ancora.
In fondo, è la condizione umana: desiderare l’oltre confine è una molla che spinge l’evoluzione ma che può anche avvelenare la vita. Abbiamo sempre desideri irrealizzabili, e andar dietro a quei sogni spesso rischia di portarci nel regno dell’impossibilità e della frustrazione e ci fa sentire con più o meno dolore, a volte con rabbia, la linea di confine contro la quale sbattiamo.
A volte quelle linee di confine si spostano, altre volte no. Qualche rosa impossibile diventa possibile, altre rimangono lontane. Ma per quanto possiamo andare oltre, altri confini ci aspetteranno.
Così, talvolta occorre fermarsi.

“In nessun dove, amata, ci sarà mondo se non in noi.
La nostra vita scorre trasmutando. E quel ch’è fuori di noi
svanisce in forme sempre più meschine. ”
Rilke, Settima Elegia duinese

Ecco. In nessun dove ci sarà mondo se non in noi.
La vita è qui e ora, con quel che c’è, così com’è.
Sentire di avere in me il mio mondo mi fa star bene, ferma la corsa. Il che non significa stasi, solo godere di ciò che c’è e fare ciò che si può. Così quel che c’è torna ad essere luogo ricco e pieno di vita. La mia unica e irripetibile vita.
In nessun dove ci sarà mondo se non in noi.

Quel che c’è

“In nessun luogo, amata, ci sarà mai mondo se non in noi.” Rilke, Settima elegia duinese
Stamattina, sdraiata in piena orizzontalità, guardavo le nuvole da una prospettiva inconsueta. Solo cielo, senza il contrasto dell’orizzonte. Guardavo le nuvole, ipnotiche come il fuoco nel camino e il suono delle onde che si frangono sulla riva. Forme in continuo divenire. Geminiani e Vivaldi nelle orecchie.
In nessun luogo ci sarà mai mondo se non in noi: perfetta definizione del sentire introverso. Il fuori è occasione, porta che apre al viaggio nel mondo interiore.
Qui, ora, mi sento in pace. Sto. Quel che c’è, prendo. Il vento di oggi e il mare agitato. Domani si prospetta pioggia, vorrà dire che andrò a fotografarla.
Ho voglia di stare con quel che c’è, perché lì c’è mondo. Guardo il piccolo, il particolare. A volte mi ritrovo uno sguardo zen.

“avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
(…)
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace…”
Montale, Mediterraneo

Se talvolta lo sguardo è zen, il bollore della vita lo conosco bene. Dioniso e Apollo dialogano.
Passo dal piccolo al grande e ritorno.

Mente saltellante, mente quieta

Il tempo del weekend è un tempo desiderato e complesso. Cambiare il ritmo sostenuto della settimana non è sempre così semplice: talvolta succede che fermandomi, come in un tamponamento a catena, mi saltano addosso le cose da fare, per dovere e per piacere. Troppe, in un tempo sempre troppo corto: ed è subito sera, domenica sera.
Alla faccia della mindfulness, la consapevolezza del momento presente, a volte la mente non riesce proprio a star ferma, a concentrarsi sul qui e ora: va avanti e indietro irrequieta, cerca di darsi delle priorità, ma in nessuna riesce a stare pienamente. Vado a camminare e penso al libro che vorrei leggere; leggo e penso alle carte sulla scrivania che richiedono tempo per essere smaltite, cucino e penso al bucato da ritirare, stendo la biancheria e penso agli armadi che richiederebbero le pulizie di Pasqua…. Altro che quiete, la mente saltella come i piedi sui sassi arroventati dal sole. E lo so che quella modalità di mente saltellante non fa bene, ma a volte -per fortuna non spesso- non riesco proprio a fermarla. Così è andato lo scorso fine settimana.
Dunque, il tributo al demone della smania l’ho pagato, e oggi mi sento libera e quieta.
Il bello della vita psichica è che scorre. Ora mi affido alla corrente, e cullata dal rumore della lavatrice e da quello della Kitchen Aid che impasta il pane, digito contenta queste parole.
Il cielo è sereno anche se un po’ lattiginoso. Sono nel flusso, l’anima sorride. Ora vado dal parrucchiere a coprire il grigio che avanza.
Buon weekend a tutti.

Ma dove corri?

A volte è con un vago senso di sgomento che arrivo al venerdì. Ma come, è già finita la settimana? Giornate che corrono via veloci, settimane, mesi.
Verso dove? Per cosa? Il pensiero sfiora la vertigine del tempo: ieri era estate, fra poco è Natale, un attimo e arriva la nuova primavera e poi…
Le domande sul senso della vita sono sempre presenti, ma in alcuni momenti, quando la vita accelera, diventano pressanti. Perché corri? Verso dove?
Non ho domande quando sono immersa nella bellezza, quando guardo la vita intorno a me, quando vivo il presente, quando lavoro, quando ascolto musica.
Quando sono nella vita, la vita è la risposta.
Certo, la vita è anche nella fretta. Ma stamane prendo questi appunti veloci seduta in auto, sul taccuino che porto sempre in borsa, alla vecchia maniera. Pazienza se arriverò con dieci minuti di ritardo, non ho appuntamenti a quell’ora.
E qui, nella quiete protetta dei finestrini bagnati di pioggia, mi prendo un attimo di tempo che mi ridona tempo, tempo di senso.
Ora posso cominciare la giornata.
La splendida voce del controtenore Carlos Mena mi accompagna tra le armonie dello Stabat Mater di Vivaldi. E il cielo umido e grigio diventa bellissimo.
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E per chi avesse voglia di ascoltare, ecco qui, anche se non è la migliore delle sue esecuzioni.. (In particolare ascoltate gli ultimi tre minuti, il Fac ut ardeat e l’ Amen)

Profumo di pane e temporale

Domenica pomeriggio, la casa è immersa nel silenzio, e anche da fuori non arrivano quasi rumori. Il cielo è grigio da troppi giorni.
Chiudo il libro perché continuo a rileggere frasi mentre la testa è altrove, e l’ironia della cosa è che il suddetto libro è un manuale clinico di mindfulness, la pratica del qui-e-ora.
Meglio lasciar perdere, e accendere il computer.
Mi trasferisco in cucina così do un occhio anche al pane che sta cuocendo. Per oggi ho già biscottato un esperimento di torta al microonde (che peraltro è venuta buonissima, anche se non come avrebbe dovuto), non vorrei biscottare anche il pane.
Mi piace cucinare quando ne ho voglia, mescolare sapori e profumi, impastare, veder lievitare e prendere forma e colore in forno… Mi piace la casa che profuma di pane o di torta. E qui, ora, in mezzo a questi profumi, c’è tutto il mio mondo, cioè tutte le persone a cui voglio bene. Ognuno nella sua vita, immerso in chissà quali pensieri e stati d’animo; tutti lontani da qui ora, sparsi in luoghi differenti, eppure così presenti e vivi in me, ognuno in una relazione unica, diversa dalle altre.
Oggi quest’intensità emotiva è faticosa da reggere, mi rende inquieta: troppo silenzio fuori e troppa vita dentro.
Il cane della vicina ulula ai tuoni, sta arrivando un gran temporale, con tanto di lampi e gran scrosci d’acqua. Improvviso, il cielo scarica la sua tensione.
La mia, cerco di incanalarla scrivendo.

Lo spirito della domenica

Ho appena aperto gli occhi e il pensiero è già andato a una serie di impegni e fatiche del lunedì. Accidenti, ma sono solo le 8 di domenica mattina! Non ce n’è, sabato e domenica non sono uguali, e il vero weekend va da venerdì sera a sabato sera. Domenica è un giorno di transizione, ha un po’ di leggerezza festiva e un po’ di pesantezza feriale, mescolate in dosi ogni volta diverse, che danno vita alle diverse alchimie domenicali.

Il sabato è più affidabile: il tempo che ho davanti mi fa rilassare, e anche se gli umori possono cambiare da un sabato all’altro, resta la sensazione di tempo davanti a me. Tempo da vivere con calma, con maggiore libertà, con ritmi congeniali.

La domenica no. Il tempo restringe gli orizzonti di libertà, e le cose da fare sono troppe: quelle che proprio si devono fare (faccende di casa, carte impilate sul tavolo da sistemare), quelle che sono utili ma anche piacevoli da fare (il pane, la torta per la colazione), quelle interessanti e piacevoli (letture, studio, blog), e poi gli amici…

Passano le ore e il lunedì mattina si avvicina. Alla faccia del qui e ora.

Che poi a me lavorare piace. Il lunedì, superato lo scoglio della sveglia e del rintontimento iniziale, una volta uscita nell’aria fresca del mattino sono pure contenta, in genere. Quindi sono davvero curiosi i vissuti domenicali: l’inquietudine, la tensione a non sciupare la giornata, a non buttarla via in malo modo, la malinconia che giunge la sera, la fatica all’idea di ricominciare la settimana.

Il sabato è prodigo, ha lo spirito della cicala: posso godere di quel che c’è, posso anche perdere un po’ di tempo, prendermela comoda… Tanto c’è domani.

La domenica, invece, ha lo spirito della formica: bisogna darsi da fare, perché poi non ci sarà più tempo fino al weekend successivo.

Sempre alla faccia del qui e ora.

Allora mi fermo. Non faccio nulla per un po’, lascio decantare, aspetto che le acque torbide dell’umore si schiariscano lasciando andare sul fondo ciò che disturba.

Ecco, mi viene in mente che il venerdì sera è un po’ come la giovinezza, tesa a ciò che deve venire; il sabato un po’ come l’età adulta, la domenica un po’ come la vecchiaia…

Così forse è il senso del tempo a scandire gli umori: tempo atteso, tempo vissuto e da vivere, tempo che finisce. Mi sa che la malinconia della domenica sera ha più a che fare con questo che col lunedì.