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Normalità, patologia. Anzi, unicità.

Anche oggi ho viaggiato molto: ho attraversato paesi noti e altri sconosciuti, isole infelici, mari agitati. In pochi metri tra una stanza e l’altra di un reparto, a distanza di qualche rampa di scale, ho visto mondi complessi, unici, e raccolto storie da alcuni dei loro abitanti.
Oggi, come ogni tanto capita, mi sento persino un po’ frastornata da così tanti passaggi: occhi che cercano di sorridere per nascondere la paura; volti arrabbiati; cuori che non battono come dovrebbero; arti che non si muovono come dovrebbero; cervelli che funzionano come possono; vite attaccate a una macchina tre volte la settimana; vite che si spengono…
Universi. Microcosmi nel macrocosmo ospedaliero.
Da questo punto di osservazione, il concetto di normalità cambia, assume contorni più flessibili. Non è più un’assenza di sintomi e disturbi, ma la ricerca di un equilibrio sostenibile tra questi.
Vale per il corpo e per la mente.
Ci sono disturbi, sintomi, problemi che accompagnano le persone e non se ne vanno. Ci si lavora intorno, si migliora, ed è un percorso tra un equilibrio possibile e quello successivo. Non “normale”, ma che consente di vivere, al meglio possibile.
La neuroplasticità è una grande risorsa, probabilmente una delle più preziose che abbiamo. Il cervello si modifica, apre nuove vie, ne rafforza altre, ma tutto questo ha un prezzo: esercizio continuo, dedizione, cura.
Guardare cosa accade in una palestra di riabilitazione neuromotoria ti fa capire il tipo di impegno, e che non vale solo per i pazienti, ma per tutti. Quando abbiamo bisogno di cambiare, anche psicologicamente, è quella la fatica che facciamo: prova e riprova, esercizi ripetitivi. E nella ripetizione il cervello apprende e si modifica. Vale per ognuno di noi: bambini sui banchi di scuola, adulti al lavoro, atleti, musicisti che passano ore sui loro strumenti per tirar fuori le note giuste, pazienti.
Il cervello è democratico. Ovunque siamo nelle nostre vite, qualunque continente psicofisico abitiamo, in qualunque punto del continuum eccellenza-normalità-patologia ci troviamo, dobbiamo tutti darci da fare per dare senso alle nostre vite, per apprendere, per adattarci ai cambiamenti. In tutte le palestre della vita, concrete e metaforiche, noi esseri umani ripetiamo esercizi, e quando quegli esercizi hanno dato i loro frutti, passiamo a quelli più difficili, di livello superiore.
Tutti i percorsi sono unici e preziosi. Sono testimonianze viventi, non appiattite sul manuale della normalità.
Siamo esperimenti unici. Dobbiamo esserne consapevoli e dare valore alle nostre fatiche, alle incompiutezze.
E soprattutto dobbiamo dare valore ai nostri limiti perché sono loro a creare le sfide della nostra vita, e facendo questo delineano il nostro viaggio: di sfida in sfida, di limite in limite.
Che il viaggio possa essere per tutti noi fecondo.

C’è così tanta bellezza

Questo post è una riflessione messa in moto da un video pubblicato da Mr.Incredible (lo trovate qui).
Quel video mi parla di un sentimento della vita che mi appartiene e che mi fa bene ogni volta che lo ritrovo, nelle sue pur varie forme. È quello della bellezza incarnata in un’immagine, bellezza naturale o artistica. Lì sentimento e spirito viaggiano insieme, e uno dà vita all’altro.
Come quando rimaniamo incantati a guardare un tramonto infuocato, la linea dell’orizzonte marino o la maestosità di montagne innevate.
Sono momenti in cui il senso di trascendenza si manifesta come esperienza emotiva, sentimento dell’anima.
Spirito, anima, corpo vivono insieme facendo vibrare ciascuno le sue corde, in un’armonia che cura il dolore.
Sono tante le esperienze di bellezza. Possibili per ogni nostro senso, non solo per la vista.
E possibili in ogni momento, in ogni contesto che attraversiamo.
Perché la bellezza di cui parlo non è un’esperienza estetica, ma dello spirito. E può riguardare anche il dolore.
Non voglio essere fraintesa. Il dolore non è bello.
Eppure in alcuni momenti della vita l’esperienza del dolore si trasforma in comprensione, in un attimo di illuminazione, in un distillato di consapevolezza, in un’intuizione vitale.
E lì c’è bellezza. Incarnata e sudata, sofferta e conquistata con tutte le forze disponibili.
In quegli attimi, così come negli attimi di meraviglia e stupore difronte a un albero centenario, a un cielo mozzafiato, a una statua di Michelangelo, a un dipinto di Van Gogh, noi percepiamo il dono della vita, la sua ricchezza, ciò che ci nutre e ci sostiene. Lì sentiamo che la vita ha senso e che vale la pena vivere.
A volte mi capita di provare qualcosa di simile in colloqui particolarmente intensi con le persone, pazienti o amici che siano. La condivisione profonda di un pezzetto di vita è ciò che mi fa amare moltissimo il mio lavoro, le relazioni con gli amici, il dialogo con blogger sconosciuti. C’è così tanta bellezza intorno…
Ricordate questa frase? In American beauty, la diceva il ragazzo che riprendeva con la telecamera il volo di una busta di plastica mossa dal vento:
“Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita, dietro a ogni cosa. E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare.”
Nel film, in effetti, il cuore, o meglio il cervello del ragazzo, frana.
Però quel sentimento che narra mi è rimasto impresso negli anni. La bellezza si può manifestare anche in una busta di plastica mossa dal vento. Dipende dal nostro sguardo, dalla vita che ci abita e che mettiamo in quello sguardo.
La vita è qui e ora, perché qui e ora c’è già tutto ciò di cui abbiamo bisogno per trovare senso al nostro vivere.
Nulla a che vedere con la felicità e il dolore, che sono mezzi, strade che ci conducono allo scopo del viaggio: incarnare il senso della nostra esistenza.

Guardare ed ascoltare

Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. lo siedo alla finestra e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.
Umberto Saba, Meditazione, dal Canzoniere

E’ così anche per me: guardare ed ascoltare sono la mia forza.

Io guardo, in continuazione: sono in auto la mattina per andare al lavoro e i miei occhi osservano lo stesso percorso, ma ogni giorno diverso; ogni giorno qualcosa di nuovo attira la loro attenzione. Conosco l’avanzare delle foglie sugli arbusti al lato della strada: le guardo mentre son ferma al semaforo; ci sono molti semafori per andare al lavoro, e ad ogni rosso, guardo; mi incantano i riflessi sui vetri e sui cofani concavi delle auto in movimento: vedo sfilare lì il paesaggio che sta ai lati; e vedo ricrescere dall’asfalto erbe indomite, rispuntare foglie su rami tranciati.

Guardo volti per molte ore della mia giornata; guardo stati d’animo che trasudano dai corpi in movimento per i corridoi dell’ospedale; incrocio sguardi e gesti che mi parlano di ansie, timori, dolori, tensioni, rabbie.

E mentre attraverso i giardini per andare da un edificio all’altro dell’ospedale, guardo il cielo, le piante, le panchine, i fiori. Per poi tornare nuovamente ai corpi e ai volti umani.

Poi ascolto: è in assoluto la cosa che più amo fare. Ascolto persino le conversazioni che mi arrivano sui mezzi pubblici, ascolto frammenti di discorsi per strada. E ovviamente ascolto le storie che le persone mi raccontano, ascolto le vite che incontro. Ascolto e provo a rispondere, e poi torno ad ascoltare ancora. Fiumi in piena, fiumi in secca. (Ne avevo già parlato in questo post: L’ascolto)

Citando don Juan, lo stregone raccontato da Castaneda (letture di trent’anni fa!!!!): “Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato.”

Così io guardo, guardo e ascolto. Senza fiato. Con stupore, meraviglia. Con fatica e pesantezza. Risuonando con gli stati d’animo che incontro, esprimendo gli stati d’animo che vivo.

Guardo e ascolto: questo è il mio viaggio quotidiano nel mondo.

Ridimensionamento

Ridimensionamento. Oggi ho in testa questo tema.

Stamattina parlavo con una paziente: mi diceva che stava lavorando molto in palestra perché doveva tornare a camminare un po’, anche solo qualche passettino col deambulatore. Perché no, la carrozzina proprio no, che vita sarebbe? Però, anche solo pochi anni fa, avrebbe trovato insostenibile la condizione in cui vive ora, e che ora  è invece sostenibile, anche con un buon livello di soddisfazione.

Questa è la vita. Sopravviviamo se siamo in grado di adattarci ai cambiamenti e di trovare equilibri nuovi nelle nuove circostanze.

Vale per ogni aspetto della vita. Si abbassa il tenore di vita, non si possono più fare cose che un tempo si facevano; passano gli anni e si impara a convivere con qualche acciacco, con qualche limite; ciò che un tempo era fonte di frustrazione ora non causa nessun dolore.

Scendiamo gradini, ma nel gradino in cui ci ritroviamo facciamo casa, cerchiamo di arredarlo nel migliore dei modi, di renderlo il più confortevole possibile. Ci adattiamo.

A volte è solo sopravvivenza, altre volte nel ridimensionamento si scoprono nuove libertà, e si viaggia più leggeri nella vita. Se hai molto da perdere, hai più paura. Se cadi dall’alto, ti fai più male. Se nel viaggio ti porti dietro uno zaino troppo pieno e pesante, fai fatica, arranchi, non vai lontano. Va bene anche quello, ma quando la vita ti alleggerisce lo zaino, scopri che hai meno paura di perdere, che puoi camminare e guardarti intorno con maggior agio.

Ovviamente non è sempre così. Succede quando ciò che perdi non è essenziale. E nello scendere qualche gradino, ti accorgi che molto di ciò che avevi intorno non era così essenziale. Ti sembrava importante, ti sembrava che da lì venissero benessere e felicità. Scopri che non era così vero. Che se ne può fare a meno senza dolore.  E riprendi a viaggiare un po’ più saggio, un po’ più leggero. Con la felicità e il dolore che stanno nella vita, e non nei gradini che hai dovuto abbandonare.

Ci sono ridimensionamenti dolorosi che richiedono grande coraggio e forza spirituale per essere accettati ed elaborati. Gradini che sei obbligato a scendere uno via l’altro.

Ma ci sono ridimensionamenti che portano salute psicologica, libertà, serenità. Che scavando verso l’essenza liberano da molte paure e ridanno fiducia e speranza. Che aprono a tutte le piccole e grandi meraviglie che hai intorno. Che fanno scoprire nuove possibilità, nuovi sguardi.

Come dice un vecchio detto, ciò che il bruco chiama la fine del mondo, il saggio la chiama farfalla. Certo per il bruco è la fine del suo mondo. E quel passaggio è doloroso. Ma è un passaggio. Passa. E si fa farfalla. Farfalla essenziale.

L’essenza mi àncora alla vita.

 

Ma come si fa ad accettare…

“Dottore’… Ma come si fa ad accettare di non poter più camminare?”
È un uomo giovane che parla. Un incidente, un attimo; la sedia a rotelle per il resto della vita.

Come si fa ad accettare? Perché la vita mi fa questo? Cosa ho fatto di male per meritarlo? E poi la rabbia, il senso di ingiustizia… E poi il dolore, fisico, psicologico… E poi la paura, lo smarrimento, le angosce per il futuro…
Come si fa?

Ascolto, chiedo, faccio parlare, lascio che si sfoghi… E torniamo lì: “Dottore’, ma come si fa?” La domanda è la stessa ma il tono è cambiato. È meno arrabbiato, e più accorato.

Come si fa ad accettare tutto ciò che non vorremmo, che ci causa sofferenza? Perché la vita ci porta dove non vorremmo andare? O ci fa trovare porte sbarrate dove invece vorremmo andare?

Non ho risposte. Ho il cammino, il percorso. Ho gli sguardi di meraviglia sulla vita, tutti quelli che riesco a trovare. Ho i compagni di viaggio. Ho le parole, gli affetti, la condivisione, lo scambio.

Questo è il mio bagaglio. Cammino. Con gli altri che incrociano la mia strada. Offro i miei sguardi, accolgo i loro. Condividiamo esperienze, raccogliamo testimonianze.

“Dottore’, come si fa ad accettare?”
Non lo so. Ci proviamo.

Trasformazioni

“L’incontro di due personalità è come il contatto fra due sostanze chimiche: se c’è reazione, entrambe si trasformano.” C.G. Jung

Questa è la bellezza delle relazioni, e della vita. E, ovviamente, è anche una gran fatica, fonte di dolore e di frustrazioni.

Incontrare profondamente un altro è uno scombussolamento: non solo in amore, ma in tutte le possibili relazioni. L’altro tocca i miei confini, i miei limiti; tocca le corde dolenti della mia storia, del mio passato, tocca le corde vibranti del mio presente. E un tocco, anche se amorevole, può risultare talvolta troppo forte, scuotere nel profondo, raggiungere ferite e desideri.

Benedetto innamoramento! Senza di lui, senza la sua forza potentemente trainante, rinunceremmo subito all’impresa di avventurarci nel mondo sconosciuto che è l’altro… E, soprattutto, alzeremmo alti steccati per impedire che l’altro si avventuri nel nostro. Ma anche maledetto innamoramento, che ci travolge e offusca la vista.

Siamo terreni dissodati dalle esperienze vissute, seminati di piante e fiori, alcuni in pieno rigoglio, altri in boccio, altri abortiti o ripiegati in sé; abbiamo la nostra gramigna che infesta il terreno ed erbacce che soffocano la crescita di fiori delicati.

L’altro entra nel nostro giardino e comincia il lavoro: pota, taglia, rompe, innaffia, cura, semina, nutre… e il giardino non è più lo stesso. Può essere un inferno o un dono prezioso. Ma può essere anche un’occasione per compiere un viaggio in se stessi, per lasciare che lo scombussolamento che l’altro ci crea ci guidi in meandri dell’anima che hanno bisogno di attenzione, di essere visti, conosciuti, amati, perdonati, curati.

Incontriamo spazi di fragilità, nervi scoperti, pelle sottile. Ci esponiamo con timore, con fiducia, con speranza. A volte la pelle troppo sottile percepisce il tocco dell’altro come dolore, così tende a ritrarsi, a difendersi nei modi consueti. Ci vogliono pazienza, amore, tempo, dialogo. Sono le condizioni perché un sano viaggio possa continuare. Ogni viaggio ha le sue fatiche, i suoi rischi, i sacrifici necessari. Ma la vista che si apre sui nuovi orizzonti!… Quella, sì, è una delle cose che dà senso alla vita.

A un amico

Ci sono dolori che abitano l’anima e non si fanno vedere. Lavorano in profondo, in spazi invisibili, inaccessibili. Da lì fanno salire grumi di malessere, spifferi avvelenati che intossicano lo spirito, vortici che assorbono le forze e le trascinano giù.

Navighi su quel malessere. Non riesci a difenderti da un nemico che non conosci, di cui non riesci a vedere il volto, né le forme che gli danno vita.

Notti di tristezza e desiderio, di stanchezza che non ti fa dormire; giorni nebbiosi che un quotidiano necessario tiene a galla e conduce in porto.

Solo, incroci solitudini disperate che non sanno di esserlo. Le loro sì, son disperate, la tua no. La tua ti accompagna nel viaggio.

Hai rimandato il confronto, hai corso veloce, ti sei distratto, ti sei agitato per confondere le acque e allontanare la visione. Ora è il novembre dell’anima, che fa cadere le foglie più sgargianti e obbliga a seguire i sentieri della linfa profonda.

Rilke, La discesa di Cristo all’inferno: “…Egli avanzò. Tornato. / Senza respiro stiè: su questa vetta, / senza ringhiera. Ed in possesso, alfine, / d’ogni Dolore, – assortamente, tacque.”

Silenzio e solitudine compagni di rinnovamento. Passaggi dell’anima che cambiano la vita. Svolte.

Buon viaggio, amico mio. Io, insieme ad altri fidati compagni di strada, sono accanto a te.