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Ovunque vada

Ovunque vada il mio mondo è con me. Son qui sdraiata all’ombra e penso alle persone che amo, con le quali sono in qualche modo in connessione: presenti, lontane nello spazio o nel tempo. Sono tutte qui, mi accompagnano. Le sento, sono tante, sono una ricchezza. Queste presenze riempiono uno spazio interiore che però mi dà leggerezza, non peso. Cammino con uno zaino pieno che non grava sulle spalle e mi dà forza a ogni passo.
È una cosa curiosa, questa dei pesi psicologici. Ci sono macigni sostenibili, leggerezze che opprimono, pesi che rafforzano, pesi che schiacciano. Il nostro cervello ha una bilancia personale, non tarata su un campione universale, e per di più variabile nel tempo. È una bilancia che apprende dagli eventi, e si ri-tara di conseguenza.
Lascio andare i pensieri, guardo l’orizzonte che ha il potere di quietare l’animo.
Sto.

La pazienza

“La pazienza è la cosa più difficile, l’unica che valga la pena di imparare. Tutte le forme della natura, dell’evoluzione, della pace, tutto ciò che al mondo è prospero e bello dipende dalla pazienza, necessita di tempo, di calma, di fiducia, di fede nei processi lenti, che hanno una durata assai più lunga di una singola vita, che non sono pienamente accessibili all’intelligenza di un singolo individuo, e nella loro totalità non costituiscono esperienza di persone, ma di popoli e di secoli.” Hermann Hesse, Letture da un minuto

Mi piace la fede nei processi lenti… Pensare in termini di pazienza e di tempo ha spesso -per me- un effetto calmante, che mi aiuta a stare nel presente. La lentezza mi dà speranza: non deve accadere qualcosa subito, e nel percorso lungo ci sono maggiori possibilità che qualcosa accada. Vivo il presente, l’oggi, ma il respiro è ampio.

Può sembrare paradossale, però proprio quando sono più centrata nel qui e ora l’orizzonte si fa più ampio, nel tempo e nello spazio interiore.

Mi quieta pensare la mia vita come parte del processo evolutivo dell’umanità, sentirmi nel flusso che è stato e che sarà dopo di me… Ovunque possa portare.

So anche bene che questo sentire non elimina la sofferenza, non mi impedisce di percepire la stretta dei miei confini, il contatto dolente con i limiti. Solo dà un orizzonte, e un senso in cui dispiegarsi.

Non è poco.

 

Guardare il cielo

Ieri ho fatto la mia passeggiata seguendo il tramonto: svoltavo nelle vie che mi consentivano di vedere il cielo rosa-arancio mosso da nuvoloni… Milano non offre grandi aperture di orizzonte, bisogna accontentarsi, e io mi accontento.

Riflettevo su un pensiero di Simone Weil che avevo letto prima di uscire: “La gente che salta a piè pari verso il cielo, assorta tutta nello sforzo muscolare, non guarda più il cielo. E lo sguardo è la sola cosa efficace in questo lavoro. Poiché fa scendere Dio. E quando Dio è sceso fino a noi, ci solleva, ci dà le ali.”

Io non sono credente, e adatto questa frase alla mia ottica laica. Dio rappresenta la nostra dimensione spirituale, la capacità umana di trascendere i propri stretti confini egoriferiti. Per me Dio è la vita.

Guardare il cielo, concretamente e simbolicamente, apre alla vita e mi dà ali per non farmi intrappolare in un quotidiano troppo concreto ed angusto.

Lo sguardo è fondamentale per me: è il ponte tra la realtà concreta e la vita che mi attraversa e va oltre. Lo sguardo mi fa cogliere la pienezza delle cose, la vita nella sua incarnazione; mi fa stare nel qui e ora. Ma mi apre anche al senso di infinito.

Terra e cielo.

Quando cammino e guardo sto bene, mi sento al mio posto nel mondo. Insieme agli altri, qui e ora, sotto il cielo.

Guardare la bellezza

Faccio le mie passeggiate veloci per benessere fisico, ma per il benessere psicologico ho bisogno di camminare anche lentamente. Ho bisogno di guardare la vita che scorre e di far entrare in me le immagini che mi colpiscono… sguardi contemplativi più che futuristi.

Anni fa chiesi a mio marito di darmi una lezione di disegno. Lui mi mise davanti una caffettiera, una tazza e una mela, appoggiati su fogli bianchi. Mi diede alcune indicazioni, ma soprattutto mi disse che dovevo guardare. Cominciai a guardare e a seguire le sue indicazioni. Dopo un po’ ero totalmente immersa nelle linee della caffettiera, affascinata dai giochi di luci e ombre, concentrata nel cercare di riprodurre quelle linee e quelle forme. Ma la cosa più stupefacente fu che, dopo un po’, quei tre oggetti erano diventati bellissimi, ricchi di dettagli, di sfumature… Erano diventati un mondo. Un mondo non statico, perché spostando leggermente i fogli bianchi cambiavano anche i giochi di luci, dando al tutto sfumature diverse. Non mi stancavo di guardare, affascinata.

Ecco, quell’esperienza è diventata per me una metafora della vita. Il quotidiano che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, che conosciamo in superficie, nel momento in cui ci soffermiamo a guardarlo davvero si dischiude e ci mostra la sua ricchezza.

Come racconta una storia zen: prima dell’illuminazione, gli alberi erano alberi, la terra era terra, il cielo era cielo. Dopo l’illuminazione, gli alberi erano alberi, la terra era terra, il cielo era cielo. Ma che differenza!

Per me guardare davvero è aprire una porta che sembra stretta e angusta e ritrovarsi a rimirare l’orizzonte infinito. E’ un clic che scatta, sorprendente.

Ho bisogno di quegli sguardi per ritrovare il centro; ho bisogno di quegli sguardi di bellezza per stare in equilibrio sulle difficoltà e sulle angosce della vita; ho bisogno di quegli sguardi perché mi danno ossigeno per respirare a pieni polmoni.

So bene che non c’è solo bellezza intorno a noi. Ma io la cerco, perché mi fa stare bene, mi cura.

Tempo fa stavo entrando in ospedale, dove lavoro. Nel tratto tra il parcheggio e l’ingresso ci sono dei prati;  vedo un brillio e mi fermo a guardare. C’era della rugiada sui fili d’erba e sulle foglie dei trifogli, e il sole colpiva quelle gocce facendole sembrare diamanti colpiti dalla luce. Era bellissimo. Uno spettacolo in pochi centimetri quadri. Ho iniziato a lavorare portando con me quella vista, quella gioia.

Se ho dentro di me il calore della bellezza della vita, posso provare a reggere il male della vita, il dolore che incontro. La ricerca della bellezza scalda me e credo che arrivi a scaldare un po’ anche le persone che accompagno per un tratto del loro percorso.

Così continuo la mia ricerca, tutti i giorni, nello stupefacente quotidiano.