Archivio mensile:aprile 2014

Occhi azzurri e gerani

“Non l’accetto, non l’accetterò mai.” Due occhi azzurri mi guardano, tristi; occhi di bambino invecchiato. L’ictus ha spazzato via progetti e reso amari i desideri non più realizzabili, e ancora così vivi. L’ha scaraventato in una vita che non riconosce più come sua.
Per quanto le storie siano molto diverse, mi fa pensare ai transgender, identità imprigionate in corpi estranei, non sintonici. Anche l’uomo che mi sta di fronte è imprigionato in un corpo che sente estraneo, che non è più sintonico; un corpo che l’ha tradito.
E dentro a quel corpo, uno spirito giovane, forse troppo per la sua età. Non lo aiuta, in queste circostanze. L’ha spinto in avanti nella sua vita attiva, ma ora lo trattiene in un passato che non sarà più, con strumenti inadeguati per far fronte a un presente che invece c’è, duro, senza sconti.
Ogni tanto quegli occhi ridono ancora: l’intelligenza e l’ironia non gli mancano. In un lampo, si intravvede l’uomo che è stato. In quegli occhi che brillano traspare la sua vitalità, ma è un attimo, e subito si vela.
Così come in un attimo la sua vita è cambiata, e quell’accidente cerebrale gli ha sottratto ciò a cui teneva di più, le cose per lui più importanti. Via il lavoro, via l’indipendenza, via la possibilità di guadagnare, via molti che credeva amici. E fra poco via anche dal paese che ha amato, in cui ha sempre desiderato vivere, per rientrare nel paese in cui è nato e che non ha mai amato, che ha sempre sentito estraneo, freddo, lontano da sé.
La vita può essere molto dura.

Torno a casa, alla mia vita. Ha smesso di piovere, mi affaccio alla finestra. Da quella accanto fanno capolino dei gerani. Benvenuti, stasera. Siete una sorpresa. Un guizzo di colore, di gioia.

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Radici

“E come è sgomento uno che ha da volare
e viene da un grembo”. Rilke, Ottava Elegia Duinese

Guardo le radici incredibili di quest’albero. Penso alle nostre vite in equilibrio (o squilibrio…) tra slanci verso il volo e radici con cui fare i conti.

Intrecci che danno stabilità, vita profonda che scorre. Faticoso risalire da lì. Eppure senza quel radicamento nessuna pianta potrebbe slanciarsi così in alto. E forse nessuna vita.

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Intrecci di molecole

Mi colpisce sempre la contemporaneità degli eventi.
Stamattina, mentre tranquillamente facevo colazione e leggevo qualche post, una collega ha avuto un incidente. Più o meno in quel lasso di tempo, un paziente ha avuto un’emorragia cerebrale grave. Anche sua moglie stava facendo colazione e non pensava che la buonanotte della sera prima sarebbe stata l’ultima della loro vita insieme.
Siamo immersi nelle nostre vite. Mentre qualcuno nasce, qualcuno muore. Mentre qualcuno è felice, qualcun altro è triste. Mentre il quotidiano scorre quieto in un luogo, lo straordinario -bello o brutto che sia- accade in un altro.
Nulla di nuovo, o di strano. Lo so. Però oggi queste quattro persone che si conoscono hanno intrecciato in qualche modo i loro percorsi. Intrecci casuali, uniti dall’accadere insieme. Atomi che si uniscono a formare una molecola. Una forma.
L’intreccio di oggi delle nostre quattro vite ha preso questa forma, si è così cristallizzato nella mia memoria.
Rifluiamo ora in altre forme, in altri intrecci.

Le terre della tristezza

Oggi le storie di vita ascoltate si intrecciano nella mia testa. Hanno depositato tracce e formato uno stato d’animo triste, che contrasta con la primavera in sboccio intorno a me. Non ce n’è, Eliot aveva ragione: aprile è il più crudele dei mesi.
Così mi concentro sulla lista della spesa e spingo il carrello tra gli scaffali del supermercato. Immergermi nel quotidiano spesso mi aiuta; guardo i prodotti, leggo le etichette: ma è più facile allontanare i grassi idrogenati che scacciare la tristezza. Oggi ha deciso di tenermi compagnia.
Così, eccomi a vagare tra le sue terre, che sono varie e sfumate.
Ripenso a una frase letta nel libro di Solomon “Lontano dall’albero”: “Se il più delle volte mi sono invaghito degli amici che adoro per la loro saggezza, umanità, generosità simpatia, lì ho amati con la massima intensità nei loro o miei momenti di tristezza: c’è una vicinanza psicologica, nei momenti di desolazione, che la felicità non permette.”
Mi colpisce perché mi ci ritrovo. È la mia esperienza quotidiana di lavoro con le persone, oltreché esperienza di amica.
Quella vicinanza stasera mi fa stare anche bene. Le terre della tristezza hanno sfumature di bellezza e di apertura alla vita. In quelle terre si può essere nel cuore dell’umanità. Attraversare quelle terre, oggi, mi fa sentire profondamente viva e profondamente collegata agli altri.
Ancora Solomon: “…ci si può mantenere più aperti alla ricchezza del dolore che alla disperazione senza vie d’uscita.”
A volte rimanere aperti alla ricchezza del dolore porta in dono la ricchezza della vita.

Giocolieri e clown

“È che la vita è sempre più complicata… Bisogna star dietro a troppe cose! Troppi problemi, troppi impegni, corro da mattina a sera per far fronte a tutto e la sera crollo a letto, per poi ricominciare il giorno dopo”. La signora seduta dietro di me sull’autobus parla al cellulare a voce decisamente troppo alta. Impossibile non sentirla, poi sono curiosa.
Mentre parla, però, mi vengono in mente i giocolieri, e comincio a seguire il mio filo di immagini e pensieri. Vedo quei giocolieri che fanno volare così tante palline per aria che sembra impossibile che non ne perdano nessuna. Invece no, quelle palline volteggiano armoniose, leggere, inconsapevoli della difficoltà e della massima concentrazione che il compito richiede.
Si rimane incantati a guardare quell’abilità così allenata da apparire semplice.
Spesso le nostre vite richiedono quell’abilità, e non sempre il risultato è così armonioso e fluido. A volte accade ciò che non vediamo mai nei giocolieri: cade una palla, e tutte le altre le vanno dietro rovinosamente. Immagine da clown. A loro succede, loro combinano pasticci tra movenze volutamente goffe che fanno ridere il pubblico, e anche un po’ patire.
Perché i clown rappresentano la nostra umanità. Gli artisti del circo sono perfetti, inarrivabili. Funamboli, acrobati… li guardiamo a bocca aperta, pieni di stupore e incredulità, pensando a come sia possibile fare quello che fanno. Li ammiriamo, ma sono troppo lontani dalla nostra imperfetta umanità.
I clown, invece, sono umani, troppo umani. Sono imperfetti, sgraziati, ridicoli, e poi improvvisamente tirano fuori la grazia, la perfezione, la delicatezza che ti commuove.
Ho sentimenti ambivalenti verso i clown: mi fanno più patire che ridere. Muovono corde profonde dell’animo: come i toni bassi di un basso o di un contralto, che ti vibrano nella pancia.
I clown mettono in scena la nostra umanità, in loro ci possiamo un po’ riconoscere. I clown mettono in scena le nostre abilità nel far volteggiare armoniosamente le palle in aria e i nostri errori nel farle cadere rovinosamente a terra. Commoventi, ti strappano ogni volta un sorriso e una lacrima.

(L’immagine è tratta da internet: scena finale di 8 1/2 di Fellini)