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Cammino veloce

Cammino veloce nell’aria fredda, e ad andare così la città sembra pure piccola. In poco tempo ne attraverso parti che sembravano distanti.
Mi fa bene questo ritmo, mi fa sentire viva.
Lascio entrare la vita che incrocio, così com’è.
Sensazioni, vita in movimento. Quella fuori senz’altro, la mia scorre più silenziosa.
Ho poche parole. Scorro con la vita, cammino veloce e amo quest’aria fredda. Amo le luci accese della città. Amo la sera che si porta via la giornata e dona quiete, raccoglimento, spazio per rallentare.
La vita entra così com’è. In questo periodo non ho parole che la trasformano, riflessioni che la elaborano. Ho solo sensazioni che fluiscono.
Ultimamente mi tornano spesso in mente questi versi di Montale, in “Portovenere”:

“Quivi sei alle origini
e decidere è stolto:
ripartirai più tardi
per assumere un volto.”

Chissà. Intanto cammino.

Sera dopo

“Non si esce mai indenni da queste incursioni nel cuore della sofferenza degli altri.” (Marie de Hennezel)

In effetti questi giorni sono stati pesanti, lavorativamente parlando. Non sono uscita proprio indenne da alcune stanze. Si usa l’espressione “contagio emotivo”, e in questi giorni mi è stato molto chiaro cosa significhi: frammenti di stati d’animo altrui mi sono rimasti attaccati addosso, occhi smarriti hanno continuato a guardarmi… E anche quando, a casa, preparavo la cena o leggevo un libro, un alone di pesantezza stava acquattato in fondo all’animo.

Oggi, però, sono uscita abbastanza presto: c’era ancora il sole e il cielo era azzurro, l’aria non era fredda. Sono andata a fare la spesa: mi sono concentrata su mele e arance, sui prodotti di cui avevo bisogno; ho annusato ammorbidenti, letto qualche etichetta, scandagliato con attenzione i banchi freezer, a caccia di surgelati appetibili e pronti in pochi minuti.

Un tuffo nella normalità, nella vita concreta e quotidiana: ne avevo bisogno, e di corridoio in corridoio, insieme al carrello spingevo in su anche il mio umore.

Così stasera, ripreso un certo equilibrio, torno indietro a recuperare anche un senso per la fatica dei giorni scorsi. E torno alle parole della de Hennezel: “…proprio attraverso le cose che ci feriscono diventiamo vulnerabili, quindi aperti agli altri e veramente umani.”

E ancora: “Non si sa mai chi accompagni chi, e questa è la dimostrazione della reciprocità della relazione. (…) l’altro mi porta qualcosa con l’esperienza che sta vivendo, mi avvicina a me stesso, alla mia condizione di essere umano sofferente. Ci sono benefici reciproci nell’accompagnamento.”

Sono completamente d’accordo. E in fondo, penso che non sia molto diverso dal senso dello stare qui a dialogare attraverso i post con altre storie, altre esperienze, altri sguardi: condividiamo i percorsi e così sappiamo di non essere soli; da lì traiamo forza per combattere le nostre battaglie, godiamo leggerezza e sorrisi per riprendere energia.

Per me una delle grandi bellezze della vita è proprio il dialogo, la possibilità di condivisione. Ecco, lì trovo la meraviglia. Lì si ricompone il dolore. Nel cuore dell’umano, fluisce la vita.

Sera

Gravata di quotidiano, di normali fatiche da tutti i giorni.
Sull’onda della stanchezza, una cappa avvolge le persone e le loro vite, e tutto risuona come peso.
Ricerco l’equilibrio tra angoscia e meraviglia, tra pesantezza e leggerezza. È un filo sottile che oscilla, e mi lascia nell’anima il sapore degli estremi che sfiora.
Oggi queste fatiche non riguardano me, ma le vite altrui che incrocio. Oggi riverberano anche gli sguardi colti al volo per un corridoio.
E ora scrivo per far fluire, per restituire all’aria gli stati d’animo che mi attraversano.
Li ricompongo in nuova forma attraverso le parole. Sono le mie preghiere laiche.
Il filo sottile smette di oscillare e trova quiete. Sto composta in me, ora posso andare a dormire.

Tornando a casa

Finita la giornata di lavoro, aspetto la navetta, prima tappa del rientro a casa. Giovani futuri medici si raccontano la loro giornata in reparto, già con la cattiva abitudine di citare organi o malattie e mai il paziente “sono andata in chirurgia vascolare a vedere l’arto amputato…” “…in oncologia quel colon…” Passano poi ai pettegolezzi ospedalieri, così metto le cuffie anche se non avrei voglia di ascoltare musica ma ho ancor meno voglia di sentire altre parole.

Passo poi al tram affollato e, sorda al vociare che mi circonda,  mi concentro sui volti: altri giovani studenti parlano animati e mi chiedo come sarà la loro vita tra dieci, quindici anni: che adulti saranno? Che lavoro avranno trovato? Avranno realizzato le loro aspettative professionali?  Saranno sani, vivi, avranno avuto esperienze difficili…? Una coppia anziana si siede di fronte a me, sembrano sereni, hanno volti distesi… Nello scendere vedo un’anziana  signora distinta, col cappello di pelliccia e le scarpe antiche con i fiocchetti: avanza curva sul bastone… Come sarà stata la sua vita? Che giovane donna sarà stata? Avrà realizzato qualche sogno?

Mi incammino verso casa. Penso al signore di cui ho parlato nel post “Compleanno”. Domani mattina tornerà in sala operatoria per cambiare la pompa. Come passerà la notte? E  la moglie, a casa, riuscirà a dormire? Oggi, al di là delle parole, ci siamo salutati con gli sguardi, con gli abbracci.

Mi fermo al supermercato, e mentre a casa ripongo la spesa penso ai chirurghi che domani lo opereranno: cosa staranno facendo, ora? E gli anestesisti, e tutto il personale di sala? Spero che abbiano tutti una buona serata, che dormano bene e domani arrivino riposati e pronti.

In questa piccola cucina, c’è tutto un mondo… I miei pensieri raggiungono quelle vite e le vite delle persone a cui voglio bene. Ora ci sono anche le vite dei miei amici blogger, vite di cui comincio a conoscere frammenti e che stanno diventando così familiari e intime.

In questa cucina ci stanno tutti. Tutti lontani eppure così vicini. Case con le luci accese in cui si prepara la cena, stanze d’ospedale in cui si cerca la quiete, in cui ci si fa coraggio o si gioca a carte col vicino di letto…

Siete tutti qui con me, mentre accendo il gas e ci metto su la pentola.

 

Da mattina a sera

Con l’auto in riparazione, stamattina, ben imbacuccata, armata delle Suites x violoncello di Bach che ascolto per accoccolarmi nel mio mondo di introversa, affronto la mia ora di viaggio su tram e navetta per andare al lavoro. La luce rosata rende morbida la città e colora il fumo che esce dai camini, zucchero filato nel cielo.

Mi piace farmi trasportare mentre guardo fuori dal finestrino: scorrono immagini, pensieri, stati d’animo. Comincio bene la giornata.

Poi, col passare delle ore, si aggiungono pezzi di fatica che mi rendono meno baldanzosa e, ora di sera, ripercorro in senso inverso lo stesso tragitto, con gli stessi mezzi, ma con tutt’altro stato d’animo.

Guardo meno fuori dai finestrini e osservo più le persone: saranno le luci al neon, sarà che la stanchezza muove sguardi empatici su altre stanchezze, però vedo volti più segnati. Si torna a casa: cartelle, zaini, sacchetti e borse della spesa si avviano verso le uscite e si disperdono rapidamente per le strade infreddolite.

Mi disperdo anch’io, camminando veloce per non sentire il freddo.