Archivio mensile:maggio 2013

La cognizione del dolore

Prendo in prestito da Gadda questo bel titolo, tuttavia non è di quel libro che voglio parlare, ma della mia esperienza di cognizione del dolore.
Ascolto storie e le accolgo come doni preziosi. In questo periodo sono molto concentrata, e aperta alla vita che -sento- mi attraversa.
Il filo rosso che mi accompagna è proprio il rapporto col dolore. Rifletto sul mio lavoro, e sull’impatto emotivo che ha su di me.
Lo posso solo ringraziare, e non solo perché c’è e mi consente di vivere, ma perché mi dà l’occasione di stare in relazioni profonde con le persone, di condividere con loro alcuni momenti, scambio di doni tra pellegrini.
Per il tratto di strada in cui i nostri percorsi si incrociano, ci scambiamo esperienze, racconti, possibilità.
Io ricevo moltissimo da loro, e cerco di essere all’altezza dei loro doni.
Ricevo la possibilità di sentirmi nel cuore della vita, di radicarmi profondamente nel terreno, di essere più libera di amare la vita, con meno paure.
Il dolore è maestro. Può distruggere o può guarire dall’angoscia di vivere.
Torno ai versi di Rilke che in questi giorni continuano a risuonare in me: la felicità non è un’ascesa…
In questi giorni io mi sento profondamente calata in me stessa, in un’intensità che non sale ma scende e risuona di note basse, che si propagano come cerchi nell’acqua, per poi risalire verso il cielo, come le voci femminili nel Miserere di Allegri, che raggiungono acuti eterei, in cui cielo e terra si incontrano e si riconoscono.
Poi vivo la mia vita quotidiana, fatta di spese al supermercato, di lavatrici, di sveglie che suonano quando vorresti dormire, di elettricisti da rincorrere per una presa fulminata. Vita normale, che però porta con sé l’altra.
Viaggiamo insieme nella partitura di una musica che si va scrivendo giorno per giorno.

Amore per la vita

“Vai un po’ fuori a prenderti un caffè, così io parlo con la dottoressa.” La signora, gentilmente e con fermezza, invita la sorella a uscire di casa. Appena sente chiudere la porta inizia a parlarmi della sue pene d’amore.
Lei ha 82 anni, lui 87.
Li separano chilometri di distanza, una malattia in fase terminale che le impedisce di starsene a casa sua, sola; li separano i rispettivi familiari che non vedono di buon occhio la situazione; li separano gli orizzonti: dalla vista della laguna che le manca tanto alla vista di casette e giardini di un hinterland milanese, anonimo per lei.

Le pene d’amore non finiscono mai.

Mi fa molta tenerezza, e sentirla parlare mi fa stringere un po’ il cuore. E mi fa pensare alla forza di questo sentimento che ci tiene in vita e ci anima anche quando le forze fisiche diminuiscono.

Un giorno una persona mi disse che l’importante non era essere amati ma amare. Una frase semplice, buttata lì in mezzo a un discorso, che si è inchiodata nella mia mente e a distanza di trent’anni è ancora ben presente nei miei pensieri. Una frase semplice che però ho compreso da adulta, e che mi è sempre più chiara vivendo.

Oggi esco da una giornata di lavoro molto pesante, una di quelle in cui -come dice Marie de Hennezel, già citata in altri post- non si esce indenni da quelle incursioni nel cuore della sofferenza altrui.

Esco nell’aria fredda e nel cielo azzurro carico di nuvoloni e respiro a fondo. Annuso il profumo dell’aria carica di tigli e di gelsomini, guardo i verdi delle fronde degli alberi, dell’erba. Respiro la bellezza intorno a me, respiro la vita che scorre.

Lì, sotto quel cielo, sento di amare la vita, e sento che quell’amore mi tiene in piedi, mi aiuta a reggere il confronto con così tanto dolore. Mi aiuta a stare accanto a persone sofferenti, a dialogare con loro senza farmi portare via da quelle emozioni così forti. Sono lì, al meglio delle mie possibilità, con tutto ciò che riesco a mettere di me stessa. Sono lì con loro, perché possano sentire di non essere soli e che qualcuno raccoglie la loro storia.

Amo la vita, intensamente, profondamente. Ogni briciola di vita. La bellezza intorno a me mi ridà fiato. Ma mi dà fiato anche la bellezza delle vite che incontro.

Stasera, nella quiete di casa, ricomponendo le emozioni attraverso la scrittura, sento che la vita scorre e che ogni cosa è al suo posto. Che non è necessariamente né il miglior posto possibile, né quello giusto, ma è quello che ci ritroviamo a dover vivere. Lì cerchiamo di fare la nostra parte, di riempirla di significato, di starci dentro con dignità.

Amo la vita con un’intensità che solo il confronto col dolore è capace di farmi provare. E’ un’intensità grave, che mi spinge nel cuore della vita. E’ uno dei colori dell’amore per la vita, non il solo. Amo la vita quando sono felice, quando vedo la bellezza, quando ascolto Bach, quando condivido qualcosa con mio marito, con gli amici, con le persone care. Tanti colori, caldi.

Il colore dell’amore in giornate come oggi è unico. Mi fa avere meno paura.

Il muro

Torno a casa e ho in mente un racconto di Solzenicyn che ho molto amato: “Una giornata di Ivan Denisovic”. Vita in un campo di lavoro in Siberia.
Quel racconto mi è caro per un episodio che viene raccontato. Vado a memoria, perché non ritrovo più il libro, e sono passati molti anni da quando l’ho letto…

I prigionieri devono costruire un muro che non serve a nulla, e che è già stato iniziato da qualcuno, in malo modo. Si mettono a tirarlo su bene, e alla fine della giornata, quando è ora di far ritorno al campo, è rimasta ancora molta calcina, che il protagonista non vuole sciupare. Così si dà da fare per finire la calcina e portare avanti il muro nel modo migliore possibile. E alla fine è soddisfatto della sua giornata, che è passata velocemente, quasi troppo in fretta perché a quel lavoro ci aveva preso gusto.

Ecco, quel muro inutile tirato su alla perfezione è un’immagine bellissima e commovente.
Mi ha sempre parlato del fare al meglio ciò che possiamo e dobbiamo fare. Mettendoci del nostro. Questo spazio di assunzione di responsabilità individuale è uno spazio di libertà.

La vita ci mette in tante situazioni in cui non vorremmo mai ritrovarci; ci costringe in confini e limiti che ci fanno soffrire. Però, lì, in quegli spazi che sembra non ci appartengano, possiamo provare a mettere qualcosa di nostro, qualcosa che sia il nostro impegno possibile, ciò che riusciamo davvero a fare.

Perché la differenza tra sentirsi vittime e sentirsi individui liberi sta proprio lì, in quello spazio di assunzione di responsabilità, dove ciascuno sceglie di dire di sì alla vita. Come può, con quel che ha, con quel che c’è.

Ora sono qui a scrivere e penso al pezzetto di muro tirato su oggi.

Penso alla signora che si è sempre mostrata forte e che in lacrime mi dice che è proprio stanca, che non ce la fa più; penso all’uomo sdraiato supino in un letto, ancora inconsapevole che dal collo in giù ciò che non muove non si muoverà più, che mi parla della musica che ama, e che per passare il tempo segue spartiti sul soffitto, e lì compone musiche che un giorno -crede-tornerà a suonare.

Il mio muro è fatto di parole, ascoltate e dette. Non è sempre dritto come dovrebbe, o come potrebbe essere. Ci sono giorni in cui è più difficile essere “centrata”, giorni in cui la mente e il cuore sono un po’ altrove, e faticano a rientrare lì. Anche questo è muro.

E domani, sarà un altro giorno, altri mattoni, altra calcina a tenerli su.

Il dispiegarsi della vita attraverso le generazioni

Ieri ho letto un bel post di Mr. Incredible: Non c’è Due senza Tre. Parlava dei suoi tre figli, e mi ha molto colpito lo sguardo amorevole con cui li ha raccontati. In particolare il primogenito, così diverso da lui. Sguardo amorevole capace di vedere e di accogliere le differenze, prendendole per come sono, rispettandole e dando loro sostegno con quello sguardo.

Mi ha fatto pensare. Anch’io sono una figlia apparentemente molto diversa dai miei genitori, e sono cresciuta sotto il loro sguardo amorevole e accogliente, sguardo spesso disorientato di fronte a una figlia chiusa e taciturna, barricata nella sua stanza come nel suo mondo interiore, inaccessibile a loro. Eppure, nonostante non sapessero bene chi fossi, (e alcune parti di me le hanno conosciute solo ora, leggendo il mio blog) mi hanno sempre sostenuta trasmettendomi fiducia e amore.

Quello che volevo dire a Mr. Incredible è che il terreno è importante.
Siamo semi gettati in terre che possono favorire oppure ostacolare la nostra crescita. Poi ci sono gli eventi esterni che danno pure il loro contributo. Un bel seme che cresce in uno splendido terreno, ma che è investito da piogge e tempeste, avrà le sue difficoltà a crescere.

La vita di ciascuno di noi è il risultato di un’alchimia di fattori davvero complessa e misteriosa. Verso la quale bisogna avere fiducia e speranza, perché non si sa mai cosa possa nascere da cosa. Ci sono semi gettati in terreni tremendi, spazzati da venti e ostacolati da gramigne, che proprio da lì, da quelle difficoltà traggono forza per dispiegare i propri talenti. Altri che invece sotto il gelo di inverni prolungati soccombono. Ma comunque non si può mai dire, perché a volte da radici esauste rinasce pur sempre qualcosa.

Certo è che quando il terreno è buono, e dà nutrimento sano, offre basi migliori e solide su cui radicarsi per slanciarsi verso il cielo.

E ancora una cosa voglio raccontare a Mr. Incredible.

Per quanto apparentemente diversa dai miei genitori, negli anni ho capito di essere figlia dei loro talenti nascosti, di quelli che hanno avuto meno modo di sviluppare.

Vengo da una famiglia che ha messo su un’azienda partendo da zero, che ha sempre fatto i conti per far quadrare bilanci difficili, e io non ho il minimo spirito imprenditoriale, sudo sui conti che solo negli ultimi anni, per stringente necessità, ho dovuto affrontare, ma rimangono corpi estranei con cui devo convivere. Loro si sono impegnati nel mondo concreto, lì hanno realizzato le loro capacità, io mi sono impegnata nel mondo interiore, e i conti con quello concreto ho iniziato seriamente a farli dopo i quarant’anni.
Li ringrazio perché il loro impegno nel mondo concreto ha consentito a me l’impegno su quello interiore, che per molto tempo non ha prodotto reddito sufficiente a vivere bene.

Ma quel mondo interiore che io ho coltivato ha raccolto dal terreno tracce inespresse, frammenti di vita lasciati da loro, che si sono mischiati al seme che sono io, e il tutto si è mischiato con gli eventi esterni che ho incrociato, producendo ciò che sono ora.

Sento scorrere nelle mie vene anche frammenti di vita dei nonni, anche qualcosa di loro è in me: attitudini, talenti, sguardi, modi, gesti… la capacità di ascolto di mia nonna materna, lo spirito artigianale del nonno, la pazienza e l’affidamento dell’altro nonno, l’energia vitale e generosa della nonna paterna. Sono in me. E’ in me il mondo interiore di mia madre, la sensibilità di mio padre. E’ in me il crescere di mia sorella nonostante le tante avversità, oltreché l’amore per la musica che lei mi ha trasmesso portandomi ai concerti.

Penso a tutte le vite come figlie delle generazioni che le hanno precedute, figlie che raccolgono eredità e, unendole a caratteristiche individuali, le rilanciano e le rimettono nel circolo della vita.

Trovo meraviglioso questo dispiegarsi della vita attraverso le generazioni. Qui trovo il senso della mia vita, l’essere parte di un processo, un granello nell’evoluzione della specie. Mi lascia senza fiato dalla commozione.

Piove

Non è che ami particolarmente la pioggia, ma in questa primavera così sgocciolante ho dovuto arrendermi, e così mi ritrovo a camminare in un parco deserto e a godermi -non l’avrei mai detto!- la passeggiata con l’ombrello e l’umido addosso. Basta rilassarsi. Mi godo il profumo della pioggia, la vista di cortecce lucide, foglie appesantite dall’acqua, erba luccicante, un tripudio di verdi brillanti. Rari passanti mi incrociano a passo svelto, io vado piano. C’è silenzio, qui. Nessun cane che corre, nessun bambino che gioca, nessuno che chiacchera sulle panchine. Quiete del luogo e quiete dell’anima. Assaporo ogni passo.

“Ma se i morti infinitamente dovessero mai destare un simbolo per noi, / vedi che forse indicherebbero i penduli amenti / dei nocciòli spogli, oppure / la pioggia che cade su terra scura a primavera. /

E noi che pensiamo la felicità / come un’ascesa, ne avremmo l’emozione / quasi sconcertante / di quando cosa ch’è felice, cade.” Rilke, Decima elegia duinese

Mi hanno sempre colpito questi versi. Mi suonano caldi e mi quietano. La felicità che non va verso l’alto, non si espande in bollicine frizzanti ma cade, scende verso il basso con le gocce di pioggia che bagnano e appesantiscono le foglie e la vita. Ma lì, in quella gravità che mi connette al cuore della vita, al mistero, alle radici, c’è felicità composta, seria. Felicità che sta in raccoglimento, che conosce la pesantezza e il dolore, e accoglie tutto con sé. Emozione sconcertante.

Anche la musica la sa raccontare, e oggi risuona col Miserere di Allegri, qui nella versione meravigliosa dei Tallis Scholars. E’ una musica che va ascoltata con calma, meglio ancora ad occhi chiusi, per farsi meglio trasportare da quelle voci nei luoghi dell’anima che evocano.

Che senso ha?

“Che senso ha tutto questo dolore?”

L’uomo abbassa la testa e si accascia sulla sedia. “Ha saputo la brutta notizia?” “Sì, ho saputo…”  Brevi parole, pesanti come un macigno che schiaccia: ripresa di malattia.

Là fuori c’è il sole, il cielo è azzurro, i nuvoloni nordici corrono; ci sono i ragazzi dell’università -futuri medici, futuri infermieri- che ridono e scherzano, fumano, si atteggiano a grandi.

Pochi metri da noi a loro, un abisso di distanza emotiva. E in mezzo altri naufraghi su carrozzine, naufraghi che spingono deambulatori, familiari che ostentano coraggio, speranza, buon umore.

La riabilitazione neuromotoria è un luogo che fa riflettere sulla vita.

Incrocio sguardi persi, perché la coscienza che li guida è in parte svanita; sguardi smarriti, arrabbiati, combattivi, tristi; qualche volta allegri. Più dei corpi danneggiati, sono proprio gli sguardi che mi colpiscono, qui. Stringono il cuore. A volte passo senza guardare troppo.

“Che senso ha tutto questo dolore?” Ha il senso che riusciamo a metterci noi.

Rilke risuona sempre nei miei pensieri: “Noi, che sprechiamo i dolori…”

Cerco di non sprecarli, i miei e i loro. Ne faccio amore per la vita.

Ne faccio raccoglimento, preghiera laica.

Li porto con me nel traffico cittadino, sotto questi nuvoloni che nel frattempo si sono scuriti, nel supermercato affollato dell’ultima spesa per la cena.
Mi fanno sentire la vita.

Torno a casa quieta e concentrata.

Nuvole e tralicci

Io guardo incantata i tralicci: li trovo bellissimi e mi sono simpatici. Ci ho anche scritto su un post (qui). E amo le nuvole, che in questa stagione danno il loro meglio.

Vi lascio in sottofondo il bellissimo Terzo movimento del Secondo Concerto Brandeburghese di Bach. Alla tromba il grande Maurice André.

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