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Ovunque vada

Ovunque vada il mio mondo è con me. Son qui sdraiata all’ombra e penso alle persone che amo, con le quali sono in qualche modo in connessione: presenti, lontane nello spazio o nel tempo. Sono tutte qui, mi accompagnano. Le sento, sono tante, sono una ricchezza. Queste presenze riempiono uno spazio interiore che però mi dà leggerezza, non peso. Cammino con uno zaino pieno che non grava sulle spalle e mi dà forza a ogni passo.
È una cosa curiosa, questa dei pesi psicologici. Ci sono macigni sostenibili, leggerezze che opprimono, pesi che rafforzano, pesi che schiacciano. Il nostro cervello ha una bilancia personale, non tarata su un campione universale, e per di più variabile nel tempo. È una bilancia che apprende dagli eventi, e si ri-tara di conseguenza.
Lascio andare i pensieri, guardo l’orizzonte che ha il potere di quietare l’animo.
Sto.

Anno che vai…

Anno che vai, ti saluto e ti ringrazio. Non sei stato delicato, ma tra problemi e occasioni hai dato forma, e quella forma io sono. Sono la reazione a quegli eventi che -come enzimi- hanno lavorato nel mio cervello creando pensieri e stati d’animo, forgiando la mia anima. Neuroni e connessioni sinaptiche, vita scultrice che scalpella e delinea: il linguaggio della scienza e quello della poesia non sono poi così diversi, e mi appassionano entrambi. Entrambi mi mostrano un mondo pieno di meraviglia.
Anno che vai, ti saluto e ti ringrazio. Hai raffinato la mia capacità di amare: la vita, mio marito, gli amici, il mio lavoro. Mi hai spinta a cercare opportunità nei momenti difficili, hai allenato la resistenza e la resilienza. Mi hai donato il calore dell’amore e dell’amicizia, il sostegno familiare, la possibilità di continuare a fare il lavoro che amo. Hai portato più musica, e amici con i quali condividerla. Hai portato tante sfumature, cupe e solari.
Grazie.

“… E tu camminante
procedi piano; ma prima
un ramo aggiungi alla fiamma
del focolare e una pigna
matura alla cesta gettata
nel canto…”
(Montale, “il fuoco che scoppietta” in Ossi di seppia)

Auguro a tutti noi che la vita possa portare rami e pigne per il nostro focolare, e che possiamo sempre stare al calore di affetti profondi.
E auguro a tutti noi viandanti di avere rami e pigne da portare ai focolari di chi incrociamo nel nostro viaggio.

“L’Abate: Adesso aiuterai un altro. Gli recherai le luci di cui ha bisogno per sapersi guidare.
Il Nuovo Arrivato: Come farò? Io che non posso aiutare me stesso, io che aspetto la luce.
L’Abate: Nel donarla, l’avrai. Cercandola per un altro. Il fratello accanto a te, devi aiutarlo con ciò che tu non hai. Con quel che tu credi di non avere, ma che è, che ci sarà. Più profondo del tuo profondo. Più sepolto, più limpido, torrenziale sorgente che senza tregua scorre, chiamando a condividere.” (Michaux, “Quando crollano i tetti”, in Brecce)

Buon 2014 a tutti.
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(Questo Charlot è un dono di leggerezza e di speranza. Disegnato col gessetto da mio marito, a ricordarci che quello spirito aiuta nei momenti difficili.)

Countdown

Venerdì pomeriggio di quiete. Esco presto dal lavoro; all’Esselunga anche il carrello è gentile, stranamente non tira da una parte e si fa spingere dritto senza sforzo.
Sono già in modalità countdown, perché la prossima sarà l’ultima settimana prima di un po’ di vacanza. Sono contenta, e già sento un po’ di leggerezza zampillare nell’animo.
Quest’anno le vacanze saranno milanesi. Come spiaggia il divano, vista libreria. image
E per quando sto seduta appoggiata ai braccioli del divano, la vista si sposta sui quadri di mio marito, che amo molto (sia i quadri che il marito), e i pensieri si perdono nei blu e nei verdi di paesaggi un po’ reali, un po’ dell’anima.
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Ho voglia di leggere, fare foto, ascoltare musica. E magari, qualche ripiano al giorno, mi metto pure a riordinare e pulire la libreria. Vedremo.
Ho voglia di alzarmi senza sveglia, di ritmi non scanditi dai doveri, di briglie sciolte. Soprattutto ho voglia di tempo: tempo dilatato, tempo quieto e pigro, tempo per gli amici che saranno qui. Ho voglia di cucinare per loro. Ho voglia di chiacchierate notturne senza guardare l’orologio, senza sentire la stanchezza che sale, senza il pensiero della sveglia il giorno dopo.
Ho voglia di gite fuori porta con la macchina fotografica. Ho voglia di passeggiate serali con gelato annesso e aria fresca che ti fa respirare.
Ho voglia di avere tempo.
E poi, se qualcuno di voi fosse preso dal desiderio irrefrenabile di vedere la Pietà Rondanini o la mostra di Modigliani a Palazzo Reale, venite a trovarmi: qua sto.

Allargare il proprio cuore

“Si deve sempre allargare il proprio cuore così che ci sia spazio per molti. Le persone hanno in genere poco spazio nel cuore: se vi ammettono una persona nuova, le altre ne devono uscire.
(…)
Nelle relazioni umane davvero buone, si trae forza in egual misura sia dall’amore sia dall’amicizia che si prova per gli altri. Si deve essere giusti con tutti, non si può deprivare uno a causa di un sentimento troppo intenso nei confronti di un altro. Questo richiede molta forza e una grande quantità di amore.”
Etty Hillesum, Diario

Amo Etty. E ogni giorno mi cimento nell’allargare il mio cuore. Ovviamente ci sono anche i giorni in cui si apre poco, e son quelli in cui la vita non fluisce un granché.
Poi passano, e io torno a respirare. Perché solo nel cuore allargato la vita entra e mi ridà forze.
E anche se i piani delle relazioni sono poi diversi, ognuno ha un suo spazio, che cerco di nutrire e curare.
Quando ci riesco, sento di realizzare la mia vita.

E son cinquantatré

Oggi è il mio compleanno e sono contenta.
Sono viva, e non è poco.
Ho un lavoro, e non è poco neanche questo. E per di più mi piace, lo faccio con passione.
Ho relazioni significative, rapporti di amicizia profondi, una famiglia, amo e sono amata.
Con l’apertura del blog mi si è aperto anche un nuovo mondo di relazioni, e alcune sono diventate presenze importanti nella mia vita, persone a cui voglio bene, che sono nei miei pensieri e nel mio cuore, anche se non so che faccia abbiano.
Ho una macchina fotografica che mi rende felice ogni volta che mi faccio prendere da lei e dal suo obiettivo, ogni volta che inquadro un’immagine di vita.
Poi ho le mie preoccupazioni, le ansie, qualche notte insonne; ho le paturnie, i momenti difficili, faticosi, di sconforto e di timori.
Le mie caviglie e la mia schiena guardano con orrore le bellissime scarpe tacco dodici, oramai importabili. Ombretti e mascara stanno nel cassetto perché l’occhio sinistro è suscettibile, e si irrita per nulla. L’eterna lotta con la bilancia è sempre più faticosa, perché gli sgarri si compiono in un attimo e vanno via dopo settimane di rigore. Le ginocchia non sono più quelle di una volta, e nemmeno le anche e le spalle. Convivo con i normali acciacchi che ognuno dei cinquantatré anni passati ha portato con sé.
Ma questi cinquantatré anni hanno portato anche esperienze, vita ricca e significativa. Per citare le memorie di Neruda: “confesso che ho vissuto”. E vivo.
Mi considero fortunata. E fin qui sono arrivata.

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P.S. Questo è un posto davvero particolare, dove mi sono molto divertita a fare foto. Per i milanesi, è l’area dell’ex Innocenti, dietro all’Esselunga di Rubattino.

Il giardino dei ricordi

Le mie letture, spesso, non sono propriamente allegre; d’altra parte non mi occupo di cose allegre. Mi occupo di cose che mi fanno pensare e, spesso, mi aiutano a vivere meglio, mi danno la forza per guardare la vita con occhi più fiduciosi. Le testimonianze di vita che incontro nel mio lavoro mi hanno fatto passare tante paturnie, tanti momenti di scoraggiamento e di sfiducia. Vedere come le persone affrontano le avversità spesso dà coraggio anche a me. Non è sempre così, ovviamente, però succede.

Il libro che sto leggendo va tra le esperienze costruttive. “Prima di dirti addio”, sottotitolo: “L’anno in cui ho imparato a vivere”. L’autrice è una giornalista americana, Susan Spencer-Wendel, malata di SLA. Cito un passo che mi ha particolarmente colpita:

“Ero qui. Avevo un anno di vita. Forse più. Ma sapevo che me ne restava ancora almeno uno di buona salute. Decisi, proprio lì, davanti a quel Burger King, di trascorrerlo in modo saggio. Di fare i viaggi che avevo sempre voluto fare e concedermi ogni piacere che avevo desiderato. Di organizzare quello che avrei lasciato indietro. Di seminare un giardino di ricordi per la mia famiglia destinato a fiorire nel loro futuro.

Trovo molto bella l’immagine del giardino di ricordi, che continua a fiorire. E in fondo io penso che questo sia anche un po’ il senso della nostra vita. Mi piace pensarlo così.

Non so quale sia la mia scadenza e non l’immagino a breve, ma comunque mi piace pensare che ciò che vivo siano fiori e piante di un giardino, e che l’amicizia sia passeggiare tra giardini, godendo delle diverse specie che si incontrano, dei profumi, dei colori, delle forme…

Mi quieta, mi consola entrare nei giardini di chi non c’è più, perché quei giardini vivono in me e lì ritrovo ricordi vivi, che ancora sono in grado di parlarmi. I giardini dei ricordi curano l’angoscia perché in qualche modo danno continuità. “Non piangere perché è finita. Sorridi perché è successa.” Ecco, nei giardini puoi trovare anche un po’ di nostalgia, puoi trovare dolore, ma comunque trovi vita.

Così, cerco di prendermi cura del mio giardino. Per l’oggi, per il domani, finché ci sarà qualcuno che avrà trovato bello passeggiarci.

 

 

 

 

 

 

Elogio delle abitudini

Voglio spezzare una lancia in favore delle abitudini. Spesso bistrattate, considerate monotone, noiose, roba per chi non ha fantasia né creatività.

Io amo le abitudini e mi piace anche cambiare, ogni tanto.

L’abitudine, in sé, non è né buona né cattiva, ma un’esigenza del nostro cervello, che deve semplificare: non può ricreare il mondo ogni mattina, pertanto ha bisogno di poter  contare su un certo numero di automatismi. Da lì in poi, è ciò che facciamo con le nostre abitudini che fa la differenza. Possiamo dormirci su, renderle sterili e opache ripetizioni, oppure renderle vive.

Per esempio, faccio spesso la stessa strada per andare in un luogo. Mentre cammino mi gusto il ritrovare luoghi noti, li osservo meglio, noto particolari che non avevo mai notato: è il piacere di ritrovare punti fermi, ma anche quello di partire da lì per scendere più in profondità. Oppure mi faccio trasportare dai passi che già sanno dove muoversi, che non richiedono troppa attenzione, e penso ai fatti miei, libera dai pensieri sulla strada da fare. Esperienze diverse sulla stessa strada. Tutte interessanti.

E ho capito una cosa: l’abitudine è come rafforzare la trama di un tessuto, a ogni ripetizione la trama diventa più solida, e ti consente di ricamarci su. Su un tessuto sfilacciato non si può ricamare, non tiene.

Penso anche all’amicizia. Ci sono amici che sento raramente, e con i quali il dialogo riprende fluido come se ci fossimo sentiti il giorno prima. È un piccolo ricamo su un pezzetto di tessuto. Che però ha dei buchi, delle aree senza trama e senza ricamo. E’ comunque bello, ma l’effetto globale è diverso.

L’amicizia per me, per come sono fatta, ha bisogno di una certa regolarità, di abitudini; bisogna tessere la sua trama e rafforzarla laddove comincia a farsi un po’ più lisa. Su quel tessuto, poi, si può ricamare. Senza quel fondo saldo, rimangono dei buchi, e il ricamo ne risente.

Con questo voglio dire che buona parte della vita è fatta di eventi ordinari, su cui spiccano eventi fuori dall’ordinario. Certo che quelli ci colpiscono di più e così poi tendiamo a scordarci l’umile quotidiano che li ha resi possibili.

Mi piace prendermi cura dell’amicizia alimentandola in qualche modo regolarmente, mi piace tessere il mio quotidiano con atti ripetitivi: sono basi sicure che mi danno la giusta temperatura emotiva. Questo mi fa star bene, mi dà le energie per costruire il ricamo, mi dà equilibrio.

L’equilibrio, però, richiede attenzione, perché le ripetizioni hanno le loro controindicazioni, i loro pericoli: se la cuccia si fa troppo calda, poi toglie le forze, sfianca e intrappola; troppa abitudine, imprigiona; un tessuto troppo spesso impedisce all’ago di entrare.

La soglia è soggettiva. La mia è piuttosto alta, quella di mio marito più bassa. Si deve un po’ mediare, e questo fa sempre bene, ci aiuta a diventare più flessibili, a non irrigidirci sulle nostre posizioni, quali che siano.

Vale anche per il matrimonio. Non è la tomba dell’amore, ma lo può diventare. Dipende dall’equilibrio di tessuto e ricamo che riusciamo a costruire.

Quindi, come per tutte le cose, è l’equilibrio soggettivo che conta. È importante capire ciò di cui abbiamo bisogno e la dose giusta per noi. E poi ricercarla, monitorarla. Dobbiamo ascoltarci, senza perdere di vista gli altri che sono accanto  a noi, che hanno equilibri diversi, che hanno bisogno di tessiture diverse dalle nostre.

A volte si fatica, a volte si rimane un po’ feriti dalla ruvidezza dei tessuti altrui o spaventati dal loro calore. Comunque, io sono felice di cimentarmi nei tentativi. Alla fine, nel rispetto di me stessa e delle differenze, una strada la trovo. E se non la trovo, pazienza. Non tutti i tessuti stanno bene insieme. Tanti tessuti, tanti ricami. È la vita.