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Normalità

Ultimamente sono poco ispirata, la scrittura langue…
Il fatto è che sto vivendo giornate tranquille, normali. Mi alzo la mattina, ripeto gesti abituali: mi godo la colazione sfogliando l’IPad, guardo il buio schiarirsi via via, esco nelle prime luci del giorno, assaporo l’aria fredda del mattino, mi incanto a guardare il cielo, mi incanto a guardare gli alberi che incontro lungo il tragitto, i disegni armonici dei rami che si stagliano su cieli ogni giorno diversi. Rami che si scuriscono contro i grigi o i bianchi lattiginosi della nebbia, che si infuocano contro gli arancioni del primo mattino, o si lucidano di pioggia.
E poi arrivo al lavoro e vivo giornate piene ma non affannate (incredibile!). Parlo con colleghi e pazienti, incontri molto diversi uno dall’altro, che occupano sfumature relazionali molto varie. Immersa nelle relazioni, sto bene, ci nuoto dentro come un pesce nel suo mare.
La sera torno ai miei affetti. Intorno, certo, i soliti problemi con cui convivo. Ma sono noti, e al momento stanno in equilibrio con tutto il resto. Intorno, i miei libri, la macchina fotografica, la musica. Vita ricca di normalità che riempie le mie giornate e mi dà quiete.
Nulla da segnalare, potrei scrivere sulla cartella clinica di queste giornate. Ma vita ricca, bella. Preziosa nel suo riempire di sfumature la normalità.
Penso ai tempi in cui le ubriacature emotive erano all’ordine del giorno. Mi capita di leggere dei post in cui ritrovo quegli echi, e li sento distanti ere geologiche. Non ho nostalgia di quegli stati d’animo: non solo non li rimpiango, ma me ne sento liberata. Porto con me la solidità degli anni, che mi fanno sentire ancorata alla vita, affine a quegli alberi dalle radici profonde e dai rami che si allungano nel cielo, senza perdersi. Stabile, attraverso cieli azzurri, nuvolosi, in tempesta. Radicata nella mia terra, che mi sostiene e mi nutre, e che nutro prendendomene cura ogni giorno.
Qui e ora, così com’è. Felicità quieta e grave, assorta. Fiume che scorre. Gratitudine.

Vita che spinge alla vita

Mi colpisce entrare nelle case di malati terminali nel periodo natalizio. Trovo quasi sempre alberi con le luminarie, presepi, addobbi vari. Accanto ai medicinali, le coperte abbondanti, i tanti cuscini. Due mondi che a vederli da fuori stridono, tanto sembrano divergere, eppure lì, in quelle case, celebrano la vita che vorrebbe scorrere regolare, che si aggrappa a un quotidiano che si desidera normale. E normale non sarà.
Mi colpisce sempre questo bisogno profondamente umano di ritrovare normalità in mezzo agli sconvolgimenti della vita. È commovente. Noi esseri umani così fragili, che un nulla può spazzar via, teniamo duro e a testa bassa andiamo avanti nelle tempeste. Laviamo i panni, cuciniamo, andiamo al lavoro. Siamo come quella vegetazione che buca l’asfalto, e tra auto e pedoni si allunga verso un raggio di sole, vita che spinge alla vita.
Natale è anche questo, oggi.
Lascio quelle case per un po’. Rientro pensierosa nella mia vita. Qui c’è un posto per voi, che avete incrociato la vostra vita con la mia per un breve tratto. C’è posto insieme alle mie gioie, alle persone che amo e dalle quali mi sento amata.
Stasera sto. In equilibrio, serena. Tutto scorre.
Buon Natale a tutti. E che il solstizio porti nuova luce in ogni vita.

Equilibri di normalità

Nella quiete del sabato mattina si ricompongono i pensieri. In questa settimana sono stata un po’ sbilanciata sul fronte sofferenza/fatiche esistenziali, e ho ritrovato in me quel senso di fastidio e insofferenza rispetto alla normalità superficiale, distratta, indifferente, di cui parlavo nel post precedente.
Un effetto dell’essere accanto a persone dolenti è che quando esco dall’ospedale guardo il mondo con altri occhi. Spesso questo significa guardarlo con maggiore intensità e meraviglia, con la percezione della complessità e della pienezza. Allora sto in equilibrio tra i due mondi. A volte, invece, capita che l’equilibrio si rompa, e mi ritrovo con tutti e due i piedi nei luoghi faticosi e veri dell’umanità dolente.
Sono allenata a ritrovare l’equilibrio, e scrivere mi aiuta.
Oggi sono serena e, da qui, rifletto sulla normalità.
Diamo per scontata -e anche un po’ dovuta- la normalità senza nuvole. Vita normale significa vita tranquilla con, al massimo, problemi assimilabili a tiepide preoccupazioni… Magari un po’ di noia, di routine… Ma quante vite rientrano in quella supposta normalità?
Quello che mi colpisce è che abbiamo dentro l’illusione che per vivere una vita “normale” dovremmo essere felici. Dopodiché ci ritroviamo a confrontarci con una realtà che si discosta da quell’illusione. Se sei fortunato, si discosta poco, altrimenti sono cammini molto in salita.
Forse è una concezione legata allo spirito del tempo: la generazione che dagli anni ’50 in poi è cresciuta in periodi di ripresa economica, di speranze, di miglioramento che sembrava non dovesse mai finire. Invece è finito, e ci abbiamo messo anni per accorgercene.
Io sento spesso le persone lamentarsi delle fatiche che devono fare nelle loro vite: e non parlo dei pazienti, ma di persone che hanno vite “normali”.
Ho l’impressione che si sia perso il senso di questa parola.
La normalità non è l’equivalente della serenità. È non è una condizione statica. È normale che si alternino gioie e dolori, è normale che si fatichi a vivere: sei fortunato se i tuoi pesi non gravano troppo.
Trovo sconcertante che adulti maturi con normali fardelli esistenziali si lamentino seriamente della loro condizione. Ma dove vivono?
Mi colpisce quanto un preconcetto possa vivere radicato e scollato dalla realtà. Il fatto è che questo è proprio il potere dei preconcetti: li abbiamo dentro, e sono così scontati che ci possiamo convivere per una vita intera senza mai metterli in discussione. Nessuno è esente.
Il guaio è che, nello specifico del preconcetto di normalità, l’effetto collaterale è una costante infelicità, la sensazione di essere in una vita sbagliata, e che da qualche altra parte ci sia la vita che dovremmo vivere.
Se penso alla mia esperienza, ogni volta che dico sì alla vita così com’è, a ciò che sta accadendo e che non posso modificare, io ritrovo equilibrio e forze per affrontare ciò che devo. Ritrovo un benessere fatto di fatica e di possibilità, di peso sostenibile, di speranza. Quando i pesi si fanno sentire, desiderare una vita diversa è umano ma non aiuta. Si possono attraversare le terre dello sconforto e della rabbia, della depressione e dell’impotenza, ma poi accogliere ciò che c’è è il passo indispensabile per andare oltre, per fare ciò che è possibile fare, per migliorare la situazione se possibile, fin dove è possibile.
Normale è la vita che abbiamo, non quella che dovrebbe essere.
A me, questo pensiero fa bene.

Si fa presto a dire realtà (II parte)

Vi riporto qui di seguito altre citazioni tratte dallo stesso libro di David Eagleman, In incognito.

“Nel 1670 Blaise Pascal osservò con religiosa umiltà che <l’uomo è ugualmente incapace di scorgere il nulla da cui è tratto e l’infinito da cui è inghiottito>.
Pascal si accorse che passavamo la nostra vita su una ‘punta minutissima’, sospesa tra la scala inconcepibilmente piccola degli atomi che ci compongono e la scala infinitamente grande delle galassie.
(…)
Ciò che riusciamo ad esperire è profondamente limitato dalla nostra biologia. Questo non concorda con la tradizionale idea che captiamo passivamente attraverso occhi, orecchie e dita un mondo fisico oggettivamente esistente al di fuori di noi.
(…)
…il cervello riesce a campionare solo una minuscola parte del mondo fisico esterno.
(…)

Chiedetevi che effetto faccia essere nati ciechi. Rifletteteci bene un attimo. Se la vostra ipotesi è ‘Dev’essere come vivere nella più totale oscurità’ o ‘avere un buco nero al posto della visione’, vi sbagliate.
Per capire perché, immaginate di essere cani da riporto, come il segugio. Il vostro lungo naso ospita duecento milioni di recettori dell’olfatto. All’esterno, le narici umide attivano e intrappolano le molecole olfattive. Le fessure degli angoli di ciascuna narice si allargano per consentirvi di incamerare più aria quando fiutate. Anche le orecchie pendule, strisciando a terra, sollevano molecole olfattive. Il vostro mondo è tutto concentrato sul fiuto.
Un pomeriggio, mentre seguite il padrone, vi fermate all’improvviso, colpiti da una rivelazione. Che effetto farà avere il naso penoso e inadeguato di un uomo? Che cosa potranno mai individuare gli uomini quando annusano un refolo d’aria? Percepiscono un’oscurità? Hanno un buco al posto dell’olfatto?
Poiché siete umani, sapete che la risposta è no. Non c’è nessun buco, nessuna oscurità e nessuna sensazione di vuoto là dove manca la capacità di percepire l’odore. Voi accettate la realtà che vi è offerta.”

Tutti noi accettiamo la realtà per come ci viene offerta. Chi ha percezioni sinestesiche trova normale gustare un suono, e non capisce come potrebbe essere diversamente.

Ecco, questo è incredibile. Ogni cervello è unico nelle sue capacità di percezione.
Ciò che chiamiamo normalità è una gamma infinita di differenze.
Preziose, perché siamo noi e la nostra esperienza sulla terra.
Siamo simili, eppur diversissimi. Condividiamo la predisposizione a vedere, ascoltare, gustare, odorare, sentire col tatto, eppure le nostre esperienze sensoriali possono essere molto diverse.
Si fa presto a dire realtà. Si fa presto a mettere etichette.
Io sono incantata dalla varietà infinita delle nostre normalità. Anche quando viene diagnosticata una patologia, fisica o psicologica, penso che non si dovrebbe mai scordare la normalità che la abita, le storie che le vivono intorno, i percorsi creati da tutto quell’insieme. Vita, sempre. Noi.

Normalità, patologia. Anzi, unicità.

Anche oggi ho viaggiato molto: ho attraversato paesi noti e altri sconosciuti, isole infelici, mari agitati. In pochi metri tra una stanza e l’altra di un reparto, a distanza di qualche rampa di scale, ho visto mondi complessi, unici, e raccolto storie da alcuni dei loro abitanti.
Oggi, come ogni tanto capita, mi sento persino un po’ frastornata da così tanti passaggi: occhi che cercano di sorridere per nascondere la paura; volti arrabbiati; cuori che non battono come dovrebbero; arti che non si muovono come dovrebbero; cervelli che funzionano come possono; vite attaccate a una macchina tre volte la settimana; vite che si spengono…
Universi. Microcosmi nel macrocosmo ospedaliero.
Da questo punto di osservazione, il concetto di normalità cambia, assume contorni più flessibili. Non è più un’assenza di sintomi e disturbi, ma la ricerca di un equilibrio sostenibile tra questi.
Vale per il corpo e per la mente.
Ci sono disturbi, sintomi, problemi che accompagnano le persone e non se ne vanno. Ci si lavora intorno, si migliora, ed è un percorso tra un equilibrio possibile e quello successivo. Non “normale”, ma che consente di vivere, al meglio possibile.
La neuroplasticità è una grande risorsa, probabilmente una delle più preziose che abbiamo. Il cervello si modifica, apre nuove vie, ne rafforza altre, ma tutto questo ha un prezzo: esercizio continuo, dedizione, cura.
Guardare cosa accade in una palestra di riabilitazione neuromotoria ti fa capire il tipo di impegno, e che non vale solo per i pazienti, ma per tutti. Quando abbiamo bisogno di cambiare, anche psicologicamente, è quella la fatica che facciamo: prova e riprova, esercizi ripetitivi. E nella ripetizione il cervello apprende e si modifica. Vale per ognuno di noi: bambini sui banchi di scuola, adulti al lavoro, atleti, musicisti che passano ore sui loro strumenti per tirar fuori le note giuste, pazienti.
Il cervello è democratico. Ovunque siamo nelle nostre vite, qualunque continente psicofisico abitiamo, in qualunque punto del continuum eccellenza-normalità-patologia ci troviamo, dobbiamo tutti darci da fare per dare senso alle nostre vite, per apprendere, per adattarci ai cambiamenti. In tutte le palestre della vita, concrete e metaforiche, noi esseri umani ripetiamo esercizi, e quando quegli esercizi hanno dato i loro frutti, passiamo a quelli più difficili, di livello superiore.
Tutti i percorsi sono unici e preziosi. Sono testimonianze viventi, non appiattite sul manuale della normalità.
Siamo esperimenti unici. Dobbiamo esserne consapevoli e dare valore alle nostre fatiche, alle incompiutezze.
E soprattutto dobbiamo dare valore ai nostri limiti perché sono loro a creare le sfide della nostra vita, e facendo questo delineano il nostro viaggio: di sfida in sfida, di limite in limite.
Che il viaggio possa essere per tutti noi fecondo.

Vita indomita

L’uomo è appoggiato al muro, e fa la posta al medico, aspetta che esca da quella porta per chiedere notizie che già sa, che già gli sono state date. Ma qualcosa sfugge sempre; l’agitazione gli fa perdere metà delle parole che l’altro gli sta dicendo, mentre lui di quelle parole ha un disperato bisogno, a quelle parole si aggrappa come a una zattera malconcia in mezzo all’oceano.

Perché è inconcepibile che un figlio, trentenne, nel pieno della sua vita, possa non tornare più quello di prima dopo un incidente in moto. Non può andare così. Ci vorrà tempo, non importa. Il tempo che ci vorrà. Ma lui deve tornare alla sua vita di prima.

Ha gli occhi lucidi, e si zittisce per trangugiare lacrime che non vuole far scendere. Si scusa per questo. Le persone si scusano sempre quando piangono, come se fosse vergognoso, fuori luogo. Il re è nudo, e il pianto rivela la nudità dell’anima dolorante e disorientata, che si ritrova fragile, sconfortata.

Sto in piedi con lui, lì, nel corridoio del reparto. Alla faccia dei setting terapeutici, mi capita di parlare in ogni luogo, in piedi, seduta sui gradini, affumicata dalle sigarette altrui nell’area fumatori. Ho capito che si può parlare quasi ovunque, e che il setting si crea quando si crea la relazione. La relazione crea lo spazio in cui si può  stare; spazio protetto, riservato nonostante la mancanza di una porta chiusa.

Non so se suo figlio tornerà quello di prima. Mi scorrono nella mente sguardi smarriti di madri e di padri, i cui figli non sono tornati quelli di prima. E anche quando va bene, la vita comunque cambia. Qualche volta in meglio, nonostante i problemi. Spero sia il loro caso, si spera sempre.

Torniamo verso la stanza, e vedo la madre che, seduta accanto al letto, lavora a maglia. Ad ogni sferruzzata ricerca un po’ di normalità, un po’ di quotidiano. Anche lei ha bisogno della sua zattera per non essere spazzata via dalle onde del dolore e dell’ansia.

Penso ai terremoti, ai tanti possibili disastri naturali: appena possibile, la vita normale cerca di riprendere il sopravvento. Si cucina, si mangia, si sta insieme, si va a lavorare. In guerra la gente continua a cercare di fare la propria vita, cucina, lava, mette ordine anche in un rifugio, quando è possibile.

Mi colpisce sempre questo aspetto degli esseri umani. Penso alle formiche che, qualunque cosa le allontani dal loro obiettivo, appena passa, ritornano sulla loro strada.
Sono lì che trasportano il loro tesoro, tu metti un ostacolo, loro lo aggirano e si rimettono in marcia.

Così noi. Cerchiamo di riprendere la nostra vita, il nostro quotidiano, adattandolo alle condizioni,  con l’istinto di sopravvivenza che non ci fa mollare il tesoro che portiamo, formichine instancabili e indomite.

Commovente. Ogni volta.

Sera dopo

“Non si esce mai indenni da queste incursioni nel cuore della sofferenza degli altri.” (Marie de Hennezel)

In effetti questi giorni sono stati pesanti, lavorativamente parlando. Non sono uscita proprio indenne da alcune stanze. Si usa l’espressione “contagio emotivo”, e in questi giorni mi è stato molto chiaro cosa significhi: frammenti di stati d’animo altrui mi sono rimasti attaccati addosso, occhi smarriti hanno continuato a guardarmi… E anche quando, a casa, preparavo la cena o leggevo un libro, un alone di pesantezza stava acquattato in fondo all’animo.

Oggi, però, sono uscita abbastanza presto: c’era ancora il sole e il cielo era azzurro, l’aria non era fredda. Sono andata a fare la spesa: mi sono concentrata su mele e arance, sui prodotti di cui avevo bisogno; ho annusato ammorbidenti, letto qualche etichetta, scandagliato con attenzione i banchi freezer, a caccia di surgelati appetibili e pronti in pochi minuti.

Un tuffo nella normalità, nella vita concreta e quotidiana: ne avevo bisogno, e di corridoio in corridoio, insieme al carrello spingevo in su anche il mio umore.

Così stasera, ripreso un certo equilibrio, torno indietro a recuperare anche un senso per la fatica dei giorni scorsi. E torno alle parole della de Hennezel: “…proprio attraverso le cose che ci feriscono diventiamo vulnerabili, quindi aperti agli altri e veramente umani.”

E ancora: “Non si sa mai chi accompagni chi, e questa è la dimostrazione della reciprocità della relazione. (…) l’altro mi porta qualcosa con l’esperienza che sta vivendo, mi avvicina a me stesso, alla mia condizione di essere umano sofferente. Ci sono benefici reciproci nell’accompagnamento.”

Sono completamente d’accordo. E in fondo, penso che non sia molto diverso dal senso dello stare qui a dialogare attraverso i post con altre storie, altre esperienze, altri sguardi: condividiamo i percorsi e così sappiamo di non essere soli; da lì traiamo forza per combattere le nostre battaglie, godiamo leggerezza e sorrisi per riprendere energia.

Per me una delle grandi bellezze della vita è proprio il dialogo, la possibilità di condivisione. Ecco, lì trovo la meraviglia. Lì si ricompone il dolore. Nel cuore dell’umano, fluisce la vita.