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Nuvole III

È bello che ci sia sempre un cielo da guardare. E spesso nuvole che scorrono, prendono forme e le mutano sotto il nostro sguardo. C’è sempre del bello a portata di sguardo, fosse anche solo un pezzetto di cielo.

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Un ultimo sguardo e poi mi tuffo nella quiete di casa e mi faccio avvolgere dal silenzio. Porto dentro il fuori.

I coni d’ombra del Natale

Mattina di quiete e di silenzio. Ho bisogno di fermarmi e stare in ascolto, ho bisogno di far scivolar via le tracce residue di giornate troppo piene. Da introversa, la mia capacità di digerire gli stimoli esterni è arrivata a un livello di guardia e urge uno stop. Mondo esterno rimani fuori per un po’, ora ho bisogno di ricentrarmi.
Queste giornate pre-natalizie sono troppo cariche: di cose da fare, di traffico, di gente nervosa, di code ovunque, non solo nei negozi, ma anche per tornare a casa la sera, per fare la spesa, per salire sull’autobus.
Troppo rumore, concreto e interiore.
Anche in ospedale l’atmosfera natalizia si fa sentire. I reparti sono addobbati in modo festoso, ovunque sbucano pacchi colorati e ben infiocchettati, i dolci in circolazione mandano alle stelle le glicemie di tutti. Nelle stanze, però, i problemi non cambiano e non si alleggeriscono solo perché è Natale, anzi. Essere ammalati a Natale aggiunge un peso che in periodi normali non ci sarebbe.
E ovviamente morire in questi giorni getta un velo oscuro sul Natale di oggi e su quelli a venire, che scandiranno il tempo del ricordo e rimarranno gravati da un dolore, da una tristezza totalmente fuori sintonia rispetto alla festosità che aleggia intorno.
Questo è il Natale con i suoi coni d’ombra.
Le luminarie e i pacchetti colorati creano una luce che inevitabilmente proietta ombra. E lì si annidano e trovano rifugio molti degli stati d’animo apparentemente reietti ma potentemente presenti e alquanto diffusi. Tristezze, malinconie, ricordi nostalgici, senso di fastidio verso quei brillii avvertiti come inautentici e superficiali. Rigurgiti di acido a bilanciare troppo miele. Malumori, borbottii, bronci a contrastare jingle festanti e sdolcinati, allegrie forzate, sorrisi smaglianti e risate troppo forti, scambi di auguri superficialmente calorosi tra perfetti sconosciuti.
In questi giorni ho vissuto tutte le sfumature natalizie, dalle luci ai coni d’ombra. Perché poi a me le luminarie piacciono, mi piace lo scambio di pacchetti, il brillio festante. A casa abbiamo fatto l’albero e il presepe, e la sera accendo le luci a intermittenza e sto lì a guardarle ipnotizzata come ipnotizzata posso guardare dalla finestra i fiocchi di neve che scendono o il fuoco nel camino.
Però mi sono innervosita nelle code, nei rumori, tra le troppe persone intorno; ho sentito il dolore di chi guarda il Natale altrui e vorrebbe che scomparisse, di chi mi sorride coi macigni nel cuore.
Ora ho bisogno di silenzio, di lasciare il Natale fuori casa, luci e coni d’ombra fuori dalla porta. Per un po’, il tempo di far scivolar via le increspature del mare, di tornare al ritmo normale delle onde che si frangono sulla spiaggia.

Sabato sera

Faccio un breve passaggio a Brahms, ma oggi no, non è musica per questo pomeriggio di quiete e di lavori zen di backup: telefono, computer, tablet. Ora tutto è salvato: sulle nuvole e su memorie spero durature.
Torno a Bach, alle Suites per violoncello eseguite con la tiorba. Così va bene.
Ho bisogno di ore come queste: docce della psiche che lavano via umori storti, bagni pieni di schiuma che accarezzano nervi sovraccarichi e agitati.
Queste note creano silenzio interiore, riportano armonia, centro.
Buon sabato sera.

Luci d’autunno

Amo la luce autunnale.
In queste mattine il sole appare velato da una leggera nebbiolina che rende il paesaggio opalescente. Capisci che è una mattina d’autunno e non di primavera. Preannuncia il freddo dei prossimi mesi, le giornate che si accorciano, le luci che si accenderanno sempre prima la sera.
In questi pomeriggi, al tramonto, la luce radente avvolge tutto di un velo caldo, colora di riflessi arancioni, scalda con discrezione.
Fra poco le mattine si faranno più brumose, gli arancioni dei pomeriggi scivoleranno presto nel buio che accompagnerà il mio rientro a casa. Quel buio caldo, fatto di luci accese e di vita in movimento dietro le finestre.
Fra poco le luci incontreranno i colori di ottobre.
Benvenuto autunno, non ti avevo ancora salutato. Le tue luci mi quietano e mi scaldano l’animo.

Stare immobili

Estate, ovvero l’arte di rimanere immobili. Stando ferma, percepisco quel po’ di arietta che circola per casa.
È un esercizio di pazienza, che nella vita torna sempre utile.
La mia amica Donatella mi ha mandato questa foto di un cucciolo di bradipo, animale totemico dell’estate – dice lei scherzosamente.
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Visto che devo fare di necessità virtù, e che devo sopravvivere a questa stagione a me avversa, penso che questo esercizio spirituale di stare senza agitarsi abbia un suo valore profondo. Nella smania si rischia spesso di perdere ciò che c’è, di passare oltre senza vedere, di muoversi -fisicamente e psicologicamente- in modo disarmonico e scoordinato.
Dunque sto quieta e mi alleno.
Metto su le sonate per violino op.5 di Corelli, e le ascolto come raramente riesco a fare: sdraiata ad occhi chiusi. Sono meravigliose, e mi lascio trasportare dalla musica.
Buon weekend a tutti.

L’rrequietezza della quiete

Ho iniziato a pulire e a riordinare qualche ripiano della libreria, e per la prima volta nel fare questo lavoro ho dovuto inforcare gli occhiali da vicino, perché con i multifocali non riuscivo a leggere bene i titoli… Gioie dell’età…
Comunque oggi è piovuto e la temperatura è scesa a gradi sopportabili, persino piacevoli. Io, però, rimango irrequieta: l’rrequietezza della quiete.
Leggo, e aspetto che passi. Visto che è un’irrequietezza silenziosa, che non parla, non dà segni comprensibili, non c’è altro da fare.

“Nel futuro che s’apre le mattine
sono ancorate come barche in rada.” (Montale)

Così mi sento, barca in rada… Attendo un qualche venticello che muova le vele… E sulla barca, così sto.
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Giusto per sorridere… 😉

(P.s. L’immagine è presa da internet)

Piove

Non è che ami particolarmente la pioggia, ma in questa primavera così sgocciolante ho dovuto arrendermi, e così mi ritrovo a camminare in un parco deserto e a godermi -non l’avrei mai detto!- la passeggiata con l’ombrello e l’umido addosso. Basta rilassarsi. Mi godo il profumo della pioggia, la vista di cortecce lucide, foglie appesantite dall’acqua, erba luccicante, un tripudio di verdi brillanti. Rari passanti mi incrociano a passo svelto, io vado piano. C’è silenzio, qui. Nessun cane che corre, nessun bambino che gioca, nessuno che chiacchera sulle panchine. Quiete del luogo e quiete dell’anima. Assaporo ogni passo.

“Ma se i morti infinitamente dovessero mai destare un simbolo per noi, / vedi che forse indicherebbero i penduli amenti / dei nocciòli spogli, oppure / la pioggia che cade su terra scura a primavera. /

E noi che pensiamo la felicità / come un’ascesa, ne avremmo l’emozione / quasi sconcertante / di quando cosa ch’è felice, cade.” Rilke, Decima elegia duinese

Mi hanno sempre colpito questi versi. Mi suonano caldi e mi quietano. La felicità che non va verso l’alto, non si espande in bollicine frizzanti ma cade, scende verso il basso con le gocce di pioggia che bagnano e appesantiscono le foglie e la vita. Ma lì, in quella gravità che mi connette al cuore della vita, al mistero, alle radici, c’è felicità composta, seria. Felicità che sta in raccoglimento, che conosce la pesantezza e il dolore, e accoglie tutto con sé. Emozione sconcertante.

Anche la musica la sa raccontare, e oggi risuona col Miserere di Allegri, qui nella versione meravigliosa dei Tallis Scholars. E’ una musica che va ascoltata con calma, meglio ancora ad occhi chiusi, per farsi meglio trasportare da quelle voci nei luoghi dell’anima che evocano.