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Tutto sta

Mi piace questa fase della primavera: porta con sé tracce d’inverno, con rami ancora spogli, forti nella loro essenza, e accanto esplosioni colorate, timidi verdi, fronde rinnovate.
Quest’anno sento in modo particolare la convivenza degli opposti, e tutto sta.
Vita che nasce, vita che invecchia, vita che muore.
Esco dalla chiesa dopo un funerale, e guardo tre generazioni che si salutano, si abbracciano, scambiano sorrisi e lacrime. Io appartengo alla generazione di mezzo. Mi scorrono nella mente tanti ricordi, condivisi con alcune delle persone presenti, e con chi non c’è più. Quanta vita vissuta da quando ero la generazione più giovane.
Esco dalla chiesa e il cielo è azzurro, i colori risplendono. Cammino per strada e c’è tanta vita intorno a me. Tanta bellezza, tanto dolore. Sta tutto insieme.
Tentazione umana di fuggire la sofferenza, eppure nel dir di sì alla vita per quello che è -e non per quello che vorremmo che fosse- c’è la possibilità di trovare un equilibrio; e se il dolore non è un macigno, persino una qualche forma di benessere. E se è macigno, magari anche solo un attimo di sollievo, una pausa che fa riprendere fiato per affrontare la salita.
Cammino nell’aria fresca e guardo i colori che si dispiegano tra cielo e terra.
Sorriso e tristezza vanno a braccetto.

Piccole foglie crescono

Sabato mattina di gioia: camminando per la città, con la musica nelle orecchie, le foto nello sguardo, mio marito e tutte le persone che amo nel cuore.
Questi alberi mi commuovono. Tronchi pieni di forza vitale, radicati profondamente, rami che si slanciano verso mete lontane, nuove lievi foglie che prendono vita da quella base possente.
Eccoli qui.

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E questo era il mio sottofondo musicale: la splendida voce del controtenore Carlos Mena, nel Salve Regina di Vivaldi. Se avete voglia, guardate le immagini ascoltando la musica.
Oggi, questa è la mia primavera.

Si fa presto a dire primavera

Va bene, è primavera. La natura sboccia e non solo lei. È tutto un fiorire di foto, riflessioni, emozioni di rinascita. E va benissimo, ci mancherebbe. Piace anche a me, la primavera, nonostante non sia la mia stagione preferita.
Però, di fronte a tutti questi colori, quest’esplosione di vitalità, mi viene fuori uno spritello un po’ Bastian Contrario, che provocatoriamente riporta un po’ di attenzione sulle spine e non solo sulle rose.

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Non voglio essere fraintesa: non sono pessimista, negativa. Semplicemente mi innervosisco di fronte a visioni troppo univoche. Mi suona un campanello di allerta verso le posizioni troppo sbilanciate, in un senso o nell’altro.
Il bicchiere è contemporaneamente mezzo pieno e mezzo vuoto. E questo sguardo mi aiuta. Perché quando gli stati d’animo sussurrano visioni negative, la riflessione riporta motivi di speranza o di possibilità, seppur a volte minime. E quando le emozioni salgono verso vette troppo alte la riflessione riporta cautela, possibili problemi o rischi da prendere in considerazione.
A volte mi sento obiettare che così si perde di spontaneità, si appiattiscono le emozioni. Ma non è vero, non è questo che accade. Accade invece che reggendo la complessità, con tutte le sue sfumature, la vita si arricchisce. Non perde, ci guadagna. La complessità è una risorsa.
Quando guardo un quadro vedo un’ampia gamma di colori e sfumature: e non solo un colore non annulla l’altro, ma proprio dall’insieme che ne scaturisce nasce l’incanto.
La bellezza delle rose non è diminuita dalle spine, ma neanche annulla la possibilità di essere punti. Nella vita bisogna prendere il pacchetto completo.
La primavera è bellissima, ma sono bellissime anche tutte le altre stagioni, ognuna con fatiche e pesantezze al seguito.
Amo la complessità perché mi sostiene in qualunque momento di vita, felice o difficile che sia. E perché mi lascia piena di meraviglia a ogni sguardo.

Aprile è il più crudele dei mesi

Oggi, citazione quasi dovuta:

“Aprile è il più crudele dei mesi: genera
Lillà dalla morta terra, mescola
Ricordo e desiderio, stimola
Le sopite radici con la pioggia primaverile.”
T.S.Eliot, La terra desolata

Non amo troppo la primavera (e men che meno l’estate). Bella è bella, ma non sono in sintonia con lei. Tutto quel fiorire, quel buttar fuori il meglio di sé in un colpo solo… è bello, certo. Ma è troppo. Troppo sfacciato, troppo estroverso. Faticoso. Generare lillà dalla terra morta, mescolare ricordo e desiderio, spingere su la linfa dalle radici. Troppo.

Certo la primavera genera meraviglia e stupore. Come fuochi d’artificio che squarciano la notte, i suoi colori si stagliano sgargianti contro il cielo. Belli e assordanti, sontuosi e alteri.

E poi il giorno che si allunga sempre di più, che non finisce mai, che non si decide a quietarsi nella sera: troppa luce, troppo a lungo. Bella, la luce alle otto di sera. Ma stancante. Si vede che sto invecchiando.

Mi meravigliano tutti quei colori, tutta quella luce. Guardo incantata tutto quello splendore, ma non lo amo. Amo i verdi delle foglie che durano mesi, la linfa che sotterranea scorre e dà vita all’albero in ogni stagione. Ammiro la scena, ma amo la sostanza.

“Oh, albero di fico, da quanto tempo ormai per me ha significanza
il modo in cui tu salti quasi la fiorita
e nel frutto per tempo voluto, senza esaltarti,
spingi il tuo puro mistero.
(…)
…Noi, invece, indugiamo
ah, ci esaltiamo a fiorire, e nella sostanza tardiva
del nostro frutto finale, entriamo traditi.”
R.M. Rilke, Sesta elegia duinese

Ecco, non vorrei entrare tradita nel frutto finale. Cerco di rimanere collegata con la mia linfa sotterranea, e quella amo, perché c’è sempre, anche quando faccio fatica a sentirla. Perché quella linfa nutre e sostiene ogni tempo dell’anno, e ci posso contare, a lei mi posso affidare. Nel silenzio, nascosta agli sguardi indiscreti, lavora. Questo è stupefacente.