Archivio mensile:giugno 2016

Sculture di vita

Siamo scolpiti dalla vita: non è facile accettare l’opera che compie con noi: spesso ci aggrappiamo a ciò che ci viene sfilato, lentamente o violentemente, resistendo fino all’impossibile.
Non ci arrendiamo, anche quando dovremmo.
La vita va di scalpello, leva materia, smussa… Piega i nostri desideri, le nostre aspettative, i progetti. Non penso certo che faccia ciò con una qualche forma di volontà o fine. Semplicemente accade. Il resto del lavoro è nostro: far sì che quei tagli, quelle ferite si compongano in una forma, la nostra.
Ascolto questa donna che non vuole mollare, ostinata, ciò che -di fatto- le causa più dolore che benessere. Paga un prezzo molto alto per questo, interessi esorbitanti per un capitale minimo.
Spesso facciamo investimenti sbagliati: mettiamo energie dove dovremmo toglierle, e non ne mettiamo là dove avrebbe più senso metterne.
Come recita la preghiera di Tommaso Moro: “Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per cogliere la differenza.”
Mica facile capire quando arrendersi.
Eppure, a volte, è l’unica strada possibile e costruttiva. Accettare che la vita ti sta portando su strade che non avevi nessuna intenzione di percorrere, ma che non puoi evitare. Arrendersi significa camminare su quella strada non desiderata ma obbligata, e da lì fare il possibile.
Arrendersi vuol dire smettere di pestare i piedi per terra, arrabbiati o tristi che si sia.
Arrendersi è un accadimento interiore, un dir di sì alla vita per come è e non per come vorremmo che fosse. Da lì parte il cammino.
image

Profondità

“Non vediamo le cose per come sono ma per come siamo.” Anaïs Nin
Stamane ero pensierosa. Ascoltavo in auto dei concerti di Vivaldi, immersa nelle armonie alternanti di adagi e allegri, flusso mutevole come la vita.
Parole di pazienti, di amici, ricordi… Stamane tutto scorreva intensamente e riverberava nelle note dolenti del violino, dell’oboe.
Oggi sono pensierosa e il mondo mi rimanda pensieri: vediamo le cose per come siamo.
Un cielo azzurro terso d’estate può essere un sospiro di sollievo e di apertura gioiosa, oppure uno schiacciante chiarore, abbagliante, troppo vitale e sfacciato per chi ha bisogno di penombra.
Oggi gli adagi vivaldiani portano su uno stato d’animo complesso, pieno di sfumature: il sottobosco degli umori, come l’avevo chiamato in un altro post.
Non è tristezza. Rilke mi soccorre sempre con le parole giuste:

“… Egli avanzò. Tornato.
Senza respiro stiè: su quella vetta,
senza ringhiera. Ed in possesso, alfine,
d’ogni Dolore, -assortamente, tacque.”
(La discesa di Cristo all’inferno)

Qui, in queste stanze interiori, mi sento nel cuore battente della vita.
Qui tutto sta: gioie e dolori, conquiste e fallimenti, lotte per la vita, flusso di millenni.
Qui, minuscola particella, poco più di un soffio nel lento respiro dell’evoluzione, mi sento unita agli altri soffi, compagni di viaggio in percorsi intricati.
Qui, sto. Mi sento a casa.
Una casa impegnativa, non quella delle vacanze e del relax. Una casa austera che richiama all’essenziale: senza fronzoli, non dà consolazioni fugaci, né offre scorciatoie. Dà quello “stare” di cui parla Rilke. Dà una sua particolare forma di sicurezza, di stabilità. Gravità.
Qui mi sento al sicuro non perché non mi può succedere niente, non perché offre riparo, ma perché da qui viene la forza per affrontare la vita.
Qui mi sono sempre ancorata nelle tempeste che ho incontrato, qui ho trovato il baricentro, la quiete necessaria per ampliare gli sguardi e ritrovare l’orizzonte.
Qui arrivano parole che desiderano essere condivise.