Archivio mensile:settembre 2014

Guardare

“Bisogna guardare, e guardare è così difficile. Noi siamo abituati a pensare. Riflettiamo tutto il tempo, in modo più o meno felice, ma nessuno ci insegna a guardare. È un processo lungo. Richiede parecchio tempo, imparare a guardare. Uno sguardo che pesa, che interroga.
(…)
A me interessa un unico aspetto della fotografia. Ce ne sono tantissimi altri, ma ciò che mi commuove, che mi appassiona, è lo sguardo sulla vita, una specie di interrogazione perpetua e una risposta immediata.”
Henri Cartier-Bresson, “Vedere è tutto”

Sono completamente d’accordo. Guardare è l’attività costante delle mie giornate. E non solo perché ho la fortuna di possedere la vista. Guardo continuamente, e alleno lo sguardo. Guardo e ascolto. E ascolto anche attraverso lo sguardo.
Guardo la vita in tutte le sue manifestazioni: persone, cose, natura, prodotti dell’attività e dell’ingegno umano…
“interrogazione perpetua e risposta immediata”.

Casa

Siamo adattabili. Impariamo.
Impariamo a convivere con le fatiche esistenziali, a tollerare stati d’animo dai toni scuri, a reagire con le risorse che ci ritroviamo.
Impariamo a cercare nuovi strumenti per far fronte alle richieste e alle sfide della nostra vita.
Impariamo a riposarci in mezzo alla tempesta, a tener duro in salita.
Impariamo a sostenere condizioni che non avremmo mai pensato di riuscire a sostenere. Ci proviamo, perlomeno. Fino a toccare i nostri limiti.
Gli ottomila da scalare e gli oceani da attraversare sono nelle nostre città, sono nei nostri quotidiani.
Le imprese eroiche sono di tanti uomini e donne che -sconosciuti- senza nessun titolo sui giornali né servizi in tv, conquistano nuovi territori dello spirito, dell’anima, del pensiero. Per le proprie vite. A testimonianza di possibilità e impossibilità, a sostegno dei compagni di viaggio.
Ecco, verso questa nostra umanità io provo meraviglia e rispetto.
Lì mi sento a casa.

Equilibri di normalità

Nella quiete del sabato mattina si ricompongono i pensieri. In questa settimana sono stata un po’ sbilanciata sul fronte sofferenza/fatiche esistenziali, e ho ritrovato in me quel senso di fastidio e insofferenza rispetto alla normalità superficiale, distratta, indifferente, di cui parlavo nel post precedente.
Un effetto dell’essere accanto a persone dolenti è che quando esco dall’ospedale guardo il mondo con altri occhi. Spesso questo significa guardarlo con maggiore intensità e meraviglia, con la percezione della complessità e della pienezza. Allora sto in equilibrio tra i due mondi. A volte, invece, capita che l’equilibrio si rompa, e mi ritrovo con tutti e due i piedi nei luoghi faticosi e veri dell’umanità dolente.
Sono allenata a ritrovare l’equilibrio, e scrivere mi aiuta.
Oggi sono serena e, da qui, rifletto sulla normalità.
Diamo per scontata -e anche un po’ dovuta- la normalità senza nuvole. Vita normale significa vita tranquilla con, al massimo, problemi assimilabili a tiepide preoccupazioni… Magari un po’ di noia, di routine… Ma quante vite rientrano in quella supposta normalità?
Quello che mi colpisce è che abbiamo dentro l’illusione che per vivere una vita “normale” dovremmo essere felici. Dopodiché ci ritroviamo a confrontarci con una realtà che si discosta da quell’illusione. Se sei fortunato, si discosta poco, altrimenti sono cammini molto in salita.
Forse è una concezione legata allo spirito del tempo: la generazione che dagli anni ’50 in poi è cresciuta in periodi di ripresa economica, di speranze, di miglioramento che sembrava non dovesse mai finire. Invece è finito, e ci abbiamo messo anni per accorgercene.
Io sento spesso le persone lamentarsi delle fatiche che devono fare nelle loro vite: e non parlo dei pazienti, ma di persone che hanno vite “normali”.
Ho l’impressione che si sia perso il senso di questa parola.
La normalità non è l’equivalente della serenità. È non è una condizione statica. È normale che si alternino gioie e dolori, è normale che si fatichi a vivere: sei fortunato se i tuoi pesi non gravano troppo.
Trovo sconcertante che adulti maturi con normali fardelli esistenziali si lamentino seriamente della loro condizione. Ma dove vivono?
Mi colpisce quanto un preconcetto possa vivere radicato e scollato dalla realtà. Il fatto è che questo è proprio il potere dei preconcetti: li abbiamo dentro, e sono così scontati che ci possiamo convivere per una vita intera senza mai metterli in discussione. Nessuno è esente.
Il guaio è che, nello specifico del preconcetto di normalità, l’effetto collaterale è una costante infelicità, la sensazione di essere in una vita sbagliata, e che da qualche altra parte ci sia la vita che dovremmo vivere.
Se penso alla mia esperienza, ogni volta che dico sì alla vita così com’è, a ciò che sta accadendo e che non posso modificare, io ritrovo equilibrio e forze per affrontare ciò che devo. Ritrovo un benessere fatto di fatica e di possibilità, di peso sostenibile, di speranza. Quando i pesi si fanno sentire, desiderare una vita diversa è umano ma non aiuta. Si possono attraversare le terre dello sconforto e della rabbia, della depressione e dell’impotenza, ma poi accogliere ciò che c’è è il passo indispensabile per andare oltre, per fare ciò che è possibile fare, per migliorare la situazione se possibile, fin dove è possibile.
Normale è la vita che abbiamo, non quella che dovrebbe essere.
A me, questo pensiero fa bene.

Viaggiatori

“Mi guardo intorno, e qui sto bene: ci sono persone sofferenti, come mia moglie, come me. Siamo tra simili. Ma quando la sera torno a casa, nella vita fuori da questo ospedale, mi sento un estraneo. Vedo gente felice, che fa la sua vita, sento voci a volume troppo alto, risate stupide.
Invece io vorrei solo quiete, toni bassi, silenzio.
Ascolto discorsi sulle vacanze appena fatte; ho smesso anche di andare su Facebook perché vedevo solo foto di mari, monti, luoghi lontani, facce sorridenti.
Provo un senso di fastidio per la normalità altrui, per quello che mi sembra un benessere inconsapevole. Mi irrita. Sarà anche invidia… Il fatto è che non faccio parte di quel mondo, non più: la malattia di mia moglie ci ha buttato fuori da lì.
Ora sono in viaggio, insieme ad altri compagni di sventura. Qui, posso persino sentirmi un privilegiato, perché la condizione di mia moglie è meno grave di altre. Fuori, sono travolto dalla normalità altrui.”

“Sa, mi capita sempre più spesso di sentirmi concentrata, assorbita in me stessa, seria. Chiusa selettivamente agli stimoli che sento fastidiosi. Li avverto, perché sono intorno a me, ma cerco di tenerli lontani, di ridurne l’invadenza. Vorrei tenerli fuori dalla porta, ma la porta non si può proprio chiudere del tutto. La socchiudo, e mi concentro su dove sono e su quel che devo fare.
Mi accorgo di essere più irritabile, mi infastidiscono troppe cose: il rumore, la maleducazione, la mancanza di rispetto, le vite che sembrano vuote, tutta superficie.
Sto bene quando chiudo la porta dell’ufficio e mi concentro sul lavoro. Sto bene a casa, nella mia quiete. Sto bene quando porto a passeggio il cane. Sto bene con i pochi amici che mi sono davvero vicini. Sapevo, separandomi, che sarebbe stata dura. E così è.”

Due storie diverse, che stasera mi fanno pensare ai versi di Auden:
“Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti…” (Funeral Blues)

Bisogno di silenzio e di raccoglimento, bisogno di fermare un mondo quotidiano divenuto estraneo, che butta fuori i sofferenti.
Stasera porto con me le loro parole, le loro storie.
Anch’io ho bisogno di silenzio e di raccoglimento: a contatto con l’essenziale sto bene. Le testimonianze di queste vite mi aiutano a tenere la barra dritta su ciò che è realmente importante.
Qui ritrovo il centro.

Deriva dei continenti e bastioni di Orione

Ieri, mentre facevo colazione, ho visto un pezzo di documentario sulla deriva dei continenti.
Pensare alla vita in termini di millenni mi fa sempre effetto. Immagino i terremoti, gli tsunami, le esplosioni vulcaniche che hanno stravolto la Terra: mondi distrutti e scomparsi, e mondi che da quegli sconvolgimenti sono nati.
Penso a quegli eventi anche come metafora delle nostre vite. Arrivano onde che ci travolgono, che si portano via ciò che era importante per noi, che si portano via anche gli affetti. E altre onde che portano vita inaspettata.
Mi torna in mente il pluricitato monologo del replicante di Blade Runner:

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.”

Possiamo anche aver visto i bastioni di Orione, ma un giorno tutto quello che avremo visto, vissuto, scomparirà come lacrime nella pioggia.

Rilke si chiedeva: “…Avrà forse sapore
di noi il cosmico spazio in cui ci dissolviamo? Sarà vero
che gli Angeli
attingono soltanto dal loro, emanato da loro,
o c’è talvolta, come per sbaglio, un po’
d’essere nostro?” (Seconda elegia duinese)

La vita avrà sapore di noi? Che è come dire: avrà avuto senso la nostra vita? Avremo dato il nostro piccolo contributo all’evoluzione della vita sulla Terra?
Penso alla famosa considerazione di Heidegger, espressa in un’intervista: “oramai solo un Dio ci può salvare”.
Io non sono credente, ma quella frase -su di me- risuona come la necessità di uno sguardo più vasto, che trascenda un po’ i confini ristretti del proprio orticello, dei propri interessi personali.
Io sono un momento nel lungo percorso dell’evoluzione. Un giorno scomparirò, tutto il mio mondo scomparirà come lacrime nella pioggia. A quel punto, la questione non mi darà più pensiero, non sarò più lì a dolermene. Quel monologo è così struggente perché parla della nostra condizione umana. Parla di noi vivi che pensiamo alla morte.
Sono qui ora, col mondo che è mio e che amo. Immanenza. Qui, faccio quel che posso per dare senso alla mia vita, per farne qualcosa di buono. Qui, cerco di fare qualcosa di buono anche per qualcun altro, per un prossimo che mi è prossimo, che incontro nei momenti personali e professionali della mia vita.
Il presente concreto mi riempie la vita. Poi, alzo lo sguardo verso l’orizzonte, e sento il fluire che mi trascende, e andrà oltre me.
Immanenza, trascendenza. Umano, molto umano. Gioia e pienezza del qui e ora, ricchezza di sensazioni, fatiche, salite. Si vorrebbe tener stretto tutto ciò, ma prima o poi se ne andrà via.
Cammino in equilibrio tra attaccamento e affidamento.
Pensieri ed emozioni si placano nel vivere il presente.
Come scrive Sandro Bartoccioni nel libro già citato “Dall’altra parte”: “La vita è un soffio… come quella delle farfalle che vivono un solo giorno, che importanza può avere se muoiono alle 4 o alle 6 del pomeriggio… l’unica cosa importante è se erano belle e se qualcuno ha potuto godere della loro bellezza.”

Ecco, così.

Il sabato della città

Sabato è proprio una giornata a sé: la più bella della settimana, giusto per scomodare Leopardi.
Se poi il cielo è azzurro, terso, l’aria è fresca, la temperatura piacevole, allora è felicità.
Cammino e guardo chi incontro: una giovane donna in gravidanza, passo da ultimi mesi, cane al guinzaglio, marito accanto col giornale sottobraccio. Immagino la loro vita. Più avanti il dehors di California Bakery offre profumi di croissant e pancakes, vocio dei giovani del brunch, volti senza rughe e apparentemente senza pensieri, animati da conversazioni che non risuonano di gravità.
Una coppia anziana sottobraccio avanza tranquillamente, una famiglia con bambini piccoli cerca di tenere a bada il più grandicello sgambettante.
Le diverse età della vita. Io sento la mia, e ci sto bene.
Cammino con Geminiani nelle orecchie, l’IPhone in mano a raccogliere qualche pensiero, e la mia vita nel cuore. Quieta, profonda, fluisce come fiume placido. Che sa di essere, consapevole della sua forza.
Come sempre in momenti come questo, tutto sta. Presente con i suoi pesi e le sue leggerezze. Pesi e misure.
Pensieri nella testa, tanta vita nello sguardo, un nuovo aroma di caffè nella borsa. Sabato.

Il coraggio della realtà

“Sa, a volte vorrei proprio voltare pagina, buttarmi tutto alle spalle e non avere più questo carico di preoccupazioni. Vorrei che finisse, vorrei tornare a vivere una vita serena, normale. Purtroppo, la realtà è che la soluzione al problema richiederà tempo. Qualche anno, non qualche mese. Sperando che vada bene, e non si aggiungano altri carichi nel frattempo.”
Comprendo bene il suo desiderio, perché anche se i fardelli sono tanti e di diversa natura, il peso è questione umana, così come il desiderio di esserne liberi.
“Invece, mi tocca prendere coraggio e resistere alla sensazione di sentirmi schiacciata. Mi tocca sondare possibilità, non cedere allo sconforto, non cedere alla nostalgia della quiete, e camminare per questo sentiero stretto, a rischio di scivolare ora su un versante ora sull’altro. Un passo alla volta. Ci vuole molta concentrazione, è tempo di serietà.
Perché alla fine ciò che fa stare peggio è farsi prendere dalla voglia infantile di sedersi e lamentarsi, imbronciati col mondo intero. Non è un brutto sogno da cui svegliarsi e scoprire che invece va tutto bene. È la realtà da affrontare.
Però, sa cosa poi succede? Che quando affronto la realtà mi sento meglio.”
Parole profondamente vere.
Lo sconforto ci porta in terre di impossibilità, di paura, di fantasmi dalle forme sfuggenti e mutevoli. Sono terre che risucchiano una gran quantità di energia, e imprigionano come sabbie mobili.
Aiuta avere qualcuno che, stabile sulla terra ferma della realtà, ti dà una mano per uscire da lì. E aiuta farsi coraggio, armarsi del principio di realtà per allontanare i draghi del mondo interiore.
Non cedere allo sconforto, a volte, può essere anche un atto di volontà, fatica cosciente di guardare quel che c’è, così com’è.
Dopo, si è fuori dalla palude. Si cammina, e ogni passo raccoglie un po’ di forza per il passo successivo. Si cammina, si guarda il paesaggio, ci si accompagna con altri viandanti.
Non sarà la felicità, ma la pienezza della vita, sì.