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Nuvole III

È bello che ci sia sempre un cielo da guardare. E spesso nuvole che scorrono, prendono forme e le mutano sotto il nostro sguardo. C’è sempre del bello a portata di sguardo, fosse anche solo un pezzetto di cielo.

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Un ultimo sguardo e poi mi tuffo nella quiete di casa e mi faccio avvolgere dal silenzio. Porto dentro il fuori.

Quotidiano che imprigiona, che libera

“Tutto dipende da come sopportiamo la vita quotidiana. Essa può renderci quotidiani ma può renderci liberi da noi stessi come nient’altro.” Karl Rahner
Ci sono giorni in cui il quotidiano mi appiattisce e mi svuota. Momenti in cui le cose da fare si rincorrono una dietro l’altra senza finire mai. Finisce prima la giornata, che lascia così dietro di sé altre cose non fatte, elenchi mentali o concreti da spuntare.
Non sono sensazioni piacevoli. In quei momenti sento che le giornate passano troppo in fretta, che non ho mai abbastanza tempo per fare le cose che vorrei.
Nel tempo, però, ho capito che quello è uno stato dell’animo, prima ancora che un dato di realtà concreta. Nella mia vita lavorativa ho tenuto anche corsi sulla gestione del tempo, ma non si tratta di compilare la matrice urgenza/importanza, di darsi le priorità.
Si tratta di fermarsi e prendere fiato. Cambiare marcia: dall’automatismo alla presenza, alla consapevolezza.
Ho vissuto questo weekend come un treno in corsa, tra bucati stesi e ritirati, cambio di armadi, questioni burocratiche da sbrigare al computer, il tutto con un ruminare di pensieri sui libri che avrei avuto voglia di leggere, le foto che avrei avuto voglia di fare, eccetera eccetera. Ruminare alternato a sconforto per il passare del tempo e l’avvicinarsi della domenica sera.
Poi mi sono finalmente seduta con un libro in mano. Peccato che pensieri ed emozioni erano ancora sul treno in corsa, e non riuscivano a scendere. Mi sono sentita un po’ una barzelletta: ero lì col mio libro e la testa continuava a macinare pensieri sul tempo troppo veloce senza riuscire a concentrarsi sulle pagine tanto desiderate. Mi è venuto da ridere.
Ci vuole tempo anche per fermarsi. Non basta fermarsi.
Il guizzo ironico, però, mi ha fermata, e ha cambiato lo stato d’animo. Lentamente il tempo è tornato al suo posto. Giusto. Mi sono quietata e ho letto. Tempo ritrovato.
Come tante altre volte ho sperimentato, il problema non è il quotidiano, ma quel che ne fai. È proprio vero: ti può schiacciare o liberare, può essere una prigione o un vasto campo pieno di ricchezze. È questione di sguardo.

Felicità

In questi giorni di fine anno sto riflettendo sulla felicità. Non quella che viviamo quando qualcosa va bene, quando raggiungiamo qualcosa che abbiamo tanto desiderato: quella è facile, spontanea.
Parlo di quella che dovremmo cercare quando siamo in difficoltà, in mezzo ai problemi, quando ciò che desideriamo non arriva, quando le porte non si aprono.
Di questi tempi, ce n’è bisogno.
La felicità non è un diritto, è un percorso. E non è neanche uno stato d’animo univoco, fatto solo di cielo azzurro senza nuvole. Credo che la felicità sia complessa, ricca di sfumature -a volte persino contraddittorie- che dobbiamo imparare a riconoscere.
Ho provato a fare un elenco di ciò che mi rende felice, e mi sono resa conto che sono felice quando ho un certo sguardo sul mondo, non quando ottengo qualcosa. La felicità che risuona profondamente e più a lungo è legata al mio sguardo, e allo stato d’animo che lo guida.
Girovagando un po’ tra le Ted Talks ne ho trovate alcune molto interessanti, e alla fine del post troverete il link alla prima che ho ascoltato, quella di David Steindl-Rast.
Mi ha colpito il concetto di gratitudine, perché è proprio quello lo stato d’animo che guida lo sguardo che mi rende felice. Sono grata alla vita quando vedo la bellezza intorno a me, la bellezza semplice, quotidiana. Quella che vedo quando scatto una foto, che guardo mentre son ferma a un semaforo, che incontro mentre cammino verso l’autobus.
Quella bellezza, quegli sguardi rendono felici giornate difficili. E le due realtà convivono.
C’è un concetto molto importante che David Steindl-Rast esprime: quello di opportunità. Ogni momento porta con sé un’opportunità che possiamo cogliere. Io ne sono profondamente convinta. Non necessariamente grandi opportunità, anche solo la possibilità di fare qualcosa del momento che si sta vivendo, renderlo fertile, pur nella fatica o nel dolore. Questo fa la differenza.
Se penso a quando non sono felice, penso a momenti in cui mi sento bloccata, impotente, momenti in cui non trovo una strada. Felicità e infelicità hanno a che fare con un senso di possibilità o di impossibilità, a fronte della stessa condizione esterna.
Possiamo essere arrabbiati con la vita per ciò che non ci ha dato, o ci ha tolto. O possiamo cercare di lottare contro la nostra rabbia, reggerla finché -stanca- si arrende. Ci vuole tempo, a volte molto tempo. Ci vuole pazienza. Ma quando la rabbia se ne va, ci lascia più liberi di vedere le opportunità.
La felicità è un percorso.
Fermati. Guarda. Vai.
Ascoltate il video e capirete perché.
http://www.ted.com/talks/david_steindl_rast_want_to_be_happy_be_grateful.html

Quotidiano sordo

Inutile insistere, quando non è cosa. Quando guardi, e non trovi; quando cammini vagando un po’ senza che nulla infranga la soglia sorda; quando vorresti afferrare un guizzo che non vedi; quando cerchi e intorno le cose non rispondono, stanno mute al loro posto.

Oggi la macchina fotografica è in sintonia col mio spirito, e si spegne per la batteria scarica.

Torno a casa con poche foto che non dicono nulla. L’inquadratura più interessante è sfocata.

Ci sono momenti così, un po’ piatti, un po’ sordi. Non i momenti, in realtà, ma il mio sguardo su di loro. Sguardo che non coglie, che non riesce a mettere a fuoco.

Energie vaganti, che non si incanalano e scorrono tra libri che non mi prendono abbastanza, foto mal riuscite, scrittura poco ispirata. Va meglio in cucina, tra soffice torta di mele, pane profumato, buoni gnocchi di patate…

Comunque, quell’inquadratura sfocata aveva fermato un’immagine: la compresenza di gemme e bacche secche sui rami di un albero. Vecchio e nuovo insieme. L’irrequietezza creativa delle gemme, trattenuta, imbozzolata; la stanchezza delle bacche secche. Convivenza faticosa, in questa primavera che tarda a venire. Forse nuovi venti faranno cadere le bacche, oppure semplicemente saranno loro a lasciare la presa vitale che le trattiene al ramo. Così in noi, bacche secche dell’anima lasceranno spazio a nuovi pensieri, a nuovi sguardi. Ma non è ancora tempo, per me, oggi.

Nelle bacche secche si dibattono forze esauste, non domite. Mi arrendo al quotidiano sordo.

La città in inverno

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Cammino veloce nell’aria pungente e lo sguardo aperto incontra il gioco dei rami spogli che si intrecciano nel cielo. Comincio a scattare qualche foto, perché la bellezza che vedo è commovente pure lei. Quei semplici rami stretti tra asfalto e palazzi, radici potenti che sollevano le pietre del marciapiede, tronchi massicci che si slanciano tra auto parcheggiate. Scatto con mani sempre più ghiacciate e zampilli di felicità sgorgano inaspettati.

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Amo la città, amo la città in inverno, amo camminare nell’aria fredda che mi fa sentire viva. Amo il brulichio della vita, di noi esseri umani che corriamo per le strade, entriamo nei negozi, ci affaccendiamo intorno alle nostre cose; amo i parchi con i loro cani scodinzolanti , i bambini che giocano, le persone che li attraversano frettolose, quelle che passeggiano lente, che chiacchierano con qualcuno; amo le luci della sera, quelle dei negozi e quelle dei lampioni, amo le strisce luminose dei fari delle auto; amo le infinite sfumature dei volti che incontro, delle loro espressioni; amo la vita che vive nelle case, che si intravvede dalle finestre illuminate, che si intuisce dalle ombre dietro a tende tirate; amo la vita pulsante, cuore battente della città.

Respiro smog e incrocio anche brutture. Però la città è il luogo dove mi sento a casa.

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Guardare il cielo

Ieri ho fatto la mia passeggiata seguendo il tramonto: svoltavo nelle vie che mi consentivano di vedere il cielo rosa-arancio mosso da nuvoloni… Milano non offre grandi aperture di orizzonte, bisogna accontentarsi, e io mi accontento.

Riflettevo su un pensiero di Simone Weil che avevo letto prima di uscire: “La gente che salta a piè pari verso il cielo, assorta tutta nello sforzo muscolare, non guarda più il cielo. E lo sguardo è la sola cosa efficace in questo lavoro. Poiché fa scendere Dio. E quando Dio è sceso fino a noi, ci solleva, ci dà le ali.”

Io non sono credente, e adatto questa frase alla mia ottica laica. Dio rappresenta la nostra dimensione spirituale, la capacità umana di trascendere i propri stretti confini egoriferiti. Per me Dio è la vita.

Guardare il cielo, concretamente e simbolicamente, apre alla vita e mi dà ali per non farmi intrappolare in un quotidiano troppo concreto ed angusto.

Lo sguardo è fondamentale per me: è il ponte tra la realtà concreta e la vita che mi attraversa e va oltre. Lo sguardo mi fa cogliere la pienezza delle cose, la vita nella sua incarnazione; mi fa stare nel qui e ora. Ma mi apre anche al senso di infinito.

Terra e cielo.

Quando cammino e guardo sto bene, mi sento al mio posto nel mondo. Insieme agli altri, qui e ora, sotto il cielo.