Archivio mensile:marzo 2014

Ubuntu (II parte)

G. aveva molti progetti, e una brillante carriera davanti a sé. Uscendo di casa in quella bella e assolata mattina di primavera non immaginava che la sua vita sarebbe cambiata in modo così repentino e irrevocabile.
Si ritrovò in un Pronto Soccorso, senza giacca né cravatta, vestito del camicino azzurro dell’ospedale. Il collega che era con lui quella mattina aveva recuperato la sua borsa di lavoro, e quel pensiero lo rassicurava mentre aspettava l’esito degli esami appena fatti.
Quando il medico si avvicinò, capì subito dall’espressione che qualcosa non andava: “Quello sguardo ha cambiato la mia vita. Dopo, nulla è stato più come prima.”
“Dopo” tutti i progetti sono crollati e il futuro è diventato incerto. E’ iniziata un’altra vita.
Da quel giorno sono passati alcuni anni, non abbastanza da potersi considerare un po’ più al sicuro. Che poi, dopo certe esperienze, cambia anche il senso dell’espressione “al sicuro”.
“Sa, non avevo idea che la vita potesse cambiare così tanto, al punto da non riconoscerla più. Come se quel giorno mi avessero catapultato in un universo parallelo, dove tutto sembrava essere uguale a prima, ma nulla lo era più. C’erano ancora mia moglie, mio figlio, la mia casa… E poi gli amici, i colleghi, il lavoro. Eppure, era tutto diverso. Ricordo che, uscito dall’ospedale dopo l’intervento, camminavo per le strade della città e mi sentivo come nel film Truman show. Provavo un senso di estraneità, qualcosa non tornava. Dov’era finita la mia vita? Che scherzo mi avevano fatto? Rivolevo la mia vita di prima, non questo incubo vestito di normalità.”
G. non è al sicuro, ma sta meglio. Vive; ha attraversato territori sconosciuti, ha fatto incontri e scoperte. Ha capito quanto siamo interdipendenti, quanto bisogno abbiamo degli altri. “Lo capisci con la testa, passando dal corpo. Perché quando hai bisogno di qualcuno che si occupi della tua igiene, che ti lava a letto come se fossi un neonato, che svuota sacchetti maleodoranti, e magari lo fa parlandoti tranquillamente, col sorriso e una battuta sdrammatizzante, allora capisci davvero cosa significa avere bisogno di qualcuno. E gli sei profondamente grato per il fatto di essere lì con te. Non avrei mai pensato di poter essere così grato a qualcuno. Perché quel qualcuno ha raccolto la mia umanità prima ancora delle mie urine.”
Ubuntu: siamo interconnessi. Come cellule di un organismo, noi esseri umani intrecciamo le nostre vite in una rete che tutti ci sostiene, in qualche modo, per qualche tempo.
G., catapultato fuori dal suo mondo, ne ha scoperto un altro. Non pensava potesse essere anche così bello e ricco.
G. non è una persona reale, ma la sua storia racchiude tante storie vere.

Janet

A cent’anni dalla pubblicazione originale esce, tradotto per la prima volta in italiano, l’intervento di Janet al Congresso internazionale di medicina tenutosi a Londra l’8 agosto 1913.
L’edizione è curata e introdotta da Maurilio Orbecchi, medico-psicoterapeuta, che conosco da molti anni, nei confronti del quale ho affetto e stima.
Leggere questo libro mi fa dunque molto piacere, per due sostanziali motivi: uno affettivo, e l’altro per i contenuti espressi. E mi ha fatto anche piacere che sia stato ottimamente recensito sugli organi di informazione.
Perché Janet?
La storia di Janet è la storia di un vinto che aveva ragione, uscito tuttavia perdente dallo scontro con Freud.
Nella prefazione Maurilio Orbecchi spiega molto chiaramente, e in modo accessibile anche ai non addetti ai lavori, perché la psicoanalisi di Freud abbia vinto sulla teoria janetiana, e come quest’ultima sia stata riscoperta dopo anni di silenzio.
Una considerazione molto suggestiva di Ellenberger, autore de “La scoperta dell’inconscio. Storia della psichiatria dinamica”, esprime la situazione di trascuratezza in cui si trovava Janet alcuni decenni fa: “L’opera di Janet può essere paragonata a una grande città sepolta sotto le ceneri, come Pompei. Il destino di una città sepolta è incerto: può restare sepolta per sempre; può rimanere nascosta ed essere saccheggiata dai predoni. Ma è anche possibile che un giorno sia dissotterrata e riportata in vita.”
L’occasione per riportarla in vita fu la guerra del Vietnam. Gli psichiatri americani si ritrovarono di fronte migliaia di giovani reduci traumatizzati, da cercar di curare. Si risvegliò l’interesse per gli studi sul trauma, si finanziarono ricerche, e in questo clima anche le teorie di Janet rividero la luce, rivelandosi corrette e basi efficaci di strumenti terapeutici utilizzati ancora oggi.
“Il modello teorico di Janet – cito dall’introduzione – resiste al tempo e risulta ancora compatibile con i programmi di ricerca di molte discipline contemporanee, come la neurobiologia, le neuroscienze cognitive, la psicologia evoluzionistica, la psicologia dello sviluppo, il cognitivismo e l’etologia umana. La cosa non stupisce, dal momento che Janet nel descrivere come funziona la mente si era basato anche sui dati provenienti dall’etologia, dalla psicologia infantile e dall’antropologia culturale del suo tempo, tenendo sempre come riferimento la teoria dell’evoluzione”.

Penso alla mia formazione di psicologa. Mi sono laureata giusto trent’anni fa, attraversando un corso di laurea imbevuto di cultura umanistica e assolutamente carente di cultura scientifica. Ricordo perfettamente come la scienza venisse considerata un riduzionismo rispetto alla ricchezza e alla complessità dell’animo umano.
Da allora, fortunatamente, le cose sono cambiate, e la psicologia ha posto le sue radici nella scienza, scoprendone la meraviglia. Altro che riduzionismo!
Poggiare sempre più i piedi su un terreno scientifico è stato per me rassicurante. Mi ha dato nuovi strumenti di lettura e di pratica terapeutica.
Do il mio personale benvenuto a questo libro di cui consiglio la lettura, interessante non solo per gli psicologi: la vicenda Freud – Janet non racconta solo di teorie psicologiche in contrapposizione, ma anche di spirito dei tempi, di ideologie che oscurano la realtà.

Piccole foglie crescono

Sabato mattina di gioia: camminando per la città, con la musica nelle orecchie, le foto nello sguardo, mio marito e tutte le persone che amo nel cuore.
Questi alberi mi commuovono. Tronchi pieni di forza vitale, radicati profondamente, rami che si slanciano verso mete lontane, nuove lievi foglie che prendono vita da quella base possente.
Eccoli qui.

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E questo era il mio sottofondo musicale: la splendida voce del controtenore Carlos Mena, nel Salve Regina di Vivaldi. Se avete voglia, guardate le immagini ascoltando la musica.
Oggi, questa è la mia primavera.

Si fa presto a dire primavera

Va bene, è primavera. La natura sboccia e non solo lei. È tutto un fiorire di foto, riflessioni, emozioni di rinascita. E va benissimo, ci mancherebbe. Piace anche a me, la primavera, nonostante non sia la mia stagione preferita.
Però, di fronte a tutti questi colori, quest’esplosione di vitalità, mi viene fuori uno spritello un po’ Bastian Contrario, che provocatoriamente riporta un po’ di attenzione sulle spine e non solo sulle rose.

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Non voglio essere fraintesa: non sono pessimista, negativa. Semplicemente mi innervosisco di fronte a visioni troppo univoche. Mi suona un campanello di allerta verso le posizioni troppo sbilanciate, in un senso o nell’altro.
Il bicchiere è contemporaneamente mezzo pieno e mezzo vuoto. E questo sguardo mi aiuta. Perché quando gli stati d’animo sussurrano visioni negative, la riflessione riporta motivi di speranza o di possibilità, seppur a volte minime. E quando le emozioni salgono verso vette troppo alte la riflessione riporta cautela, possibili problemi o rischi da prendere in considerazione.
A volte mi sento obiettare che così si perde di spontaneità, si appiattiscono le emozioni. Ma non è vero, non è questo che accade. Accade invece che reggendo la complessità, con tutte le sue sfumature, la vita si arricchisce. Non perde, ci guadagna. La complessità è una risorsa.
Quando guardo un quadro vedo un’ampia gamma di colori e sfumature: e non solo un colore non annulla l’altro, ma proprio dall’insieme che ne scaturisce nasce l’incanto.
La bellezza delle rose non è diminuita dalle spine, ma neanche annulla la possibilità di essere punti. Nella vita bisogna prendere il pacchetto completo.
La primavera è bellissima, ma sono bellissime anche tutte le altre stagioni, ognuna con fatiche e pesantezze al seguito.
Amo la complessità perché mi sostiene in qualunque momento di vita, felice o difficile che sia. E perché mi lascia piena di meraviglia a ogni sguardo.

Mente saltellante, mente quieta

Il tempo del weekend è un tempo desiderato e complesso. Cambiare il ritmo sostenuto della settimana non è sempre così semplice: talvolta succede che fermandomi, come in un tamponamento a catena, mi saltano addosso le cose da fare, per dovere e per piacere. Troppe, in un tempo sempre troppo corto: ed è subito sera, domenica sera.
Alla faccia della mindfulness, la consapevolezza del momento presente, a volte la mente non riesce proprio a star ferma, a concentrarsi sul qui e ora: va avanti e indietro irrequieta, cerca di darsi delle priorità, ma in nessuna riesce a stare pienamente. Vado a camminare e penso al libro che vorrei leggere; leggo e penso alle carte sulla scrivania che richiedono tempo per essere smaltite, cucino e penso al bucato da ritirare, stendo la biancheria e penso agli armadi che richiederebbero le pulizie di Pasqua…. Altro che quiete, la mente saltella come i piedi sui sassi arroventati dal sole. E lo so che quella modalità di mente saltellante non fa bene, ma a volte -per fortuna non spesso- non riesco proprio a fermarla. Così è andato lo scorso fine settimana.
Dunque, il tributo al demone della smania l’ho pagato, e oggi mi sento libera e quieta.
Il bello della vita psichica è che scorre. Ora mi affido alla corrente, e cullata dal rumore della lavatrice e da quello della Kitchen Aid che impasta il pane, digito contenta queste parole.
Il cielo è sereno anche se un po’ lattiginoso. Sono nel flusso, l’anima sorride. Ora vado dal parrucchiere a coprire il grigio che avanza.
Buon weekend a tutti.

Granelli di sabbia

I territori che attraverso sono case concrete e case dell’anima, luoghi interiori e stanze d’ospedale, corpi feriti e anime provate. Ne esco carica di pensieri, a volte appesantita, a volte alleggerita. Quasi sempre con un profondo senso di appartenenza alla vita, alla comunità degli esseri umani.
Le vite che incontro mi pongono interrogativi, e siccome tendo a ragionare più per sintesi che in modo analitico, sono più portata a trovare i fili che accomunano vite tanto diverse. Trovo somiglianze nelle differenze, intrecci che avvicinano esperienze lontane tra loro, condivisioni più che contrapposizioni.
Il dolore per una disabilità, l’angoscia per una malattia che avanza e non dà scampo, la depressione per una separazione o un lutto, la fatica di fare i conti con le proprie difficoltà psicologiche… Situazioni molto diverse tra loro, ma accomunate da quegli sguardi gravi, carichi di domande, di sgomento, di paura di fronte a un percorso sconosciuto.
E pur nelle grandi differenze, in quegli sguardi io vedo l’umanità, l’essenza profonda dell’umanità, che chiede di essere riconosciuta e amata. E quando la vedi, non puoi non amarla.
Umanità nelle sue tante unicità.
“Aderire alla nostra esistenza, con tutti i suoi problemi, i suoi limiti, le sue peculiarità, è vitale (…) dovrebbe essere trasmesso di generazione in generazione insieme con le posate d’argento e i racconti popolari del tempo che fu.” Lo scrive Andrew Solomon, nel suo bellissimo libro “Lontani dall’albero”, storie di vite che hanno dovuto fare i conti con diversità importanti, a cavallo tra malattia e identità. Bambini sordi, nani, transgender, autistici e altri ancora. E le loro famiglie, catapultate in mondi sconosciuti.
“Rumi ha detto che la luce entra in noi dalla ferita. L’enigma di questo libro è che quasi tutte le famiglie di cui parla hanno finito per essere grate per esperienze che avrebbero fatto di tutto per evitare.”
E ancora: “Non è la sofferenza a essere preziosa, ma la perla che produciamo cercando di isolare il granello di sabbia che ci è entrato dentro. Della sabbia ruvida dell’angoscia non ci sarà mai scarsità.”
Ecco, questi sono i fili che si intrecciano e accomunano vite tanto diverse: i fili del dolore, del bisogno di trovare soluzioni, forze nuove, nuovi equilibri; il bisogno di sfangarla, di uscire dai tunnel, di dare senso; la necessità di cambiare quando non avresti nessuna intenzione di cambiare; il desiderio di essere almeno un po’ felici.
Pazienti malati di qualche malattia del corpo e dell’anima, individui con la loro storia unica: lavoriamo tutti per provare a trasformare in perle i granelli di sabbia che ci sono entrati dentro.

Grave

“Grave” è un aggettivo che uso spesso e che trovo denso di significato.
“Dotato di peso, soggetto alla forza di gravità.” In senso figurato, “grande, serio, importante, carico di conseguenze spesso negative; difficile da sopportare, doloroso, intenso.” Ma anche “dignitoso, solenne, sostenuto”. In musica, “il movimento musicale più lento, il suono, la nota più bassa.” (Dizionario Sabatini Colletti).
Grave, in tutte le sue sfumature, è un aggettivo che si intona bene con la vita.
Incontro molti sguardi gravi. Carichi del peso di una vita che spalanca porte inaspettate, che getta in esperienze che non si sarebbero mai volute vivere, che obbliga ad aprirsi verso orizzonti vasti e complessi, a navigare mari sconosciuti.
Porto con me quegli sguardi. Porto con me le domande che stanno dentro quegli sguardi.
Mi obbligano a riflettere, a cercare. Per me, attraverso loro. Per loro, attraverso me.
Quegli sguardi gravi hanno perso l’ingenuità di visioni semplici del mondo, di risposte note e collaudate. Quegli sguardi guardano realtà che non avevano immaginato, e che ora invece devono vivere ed elaborare. Per non esserne travolti, per farne qualcosa di significativo, che dia senso al loro cammino.
Gli sguardi gravi nascono da una rottura della continuità, che ti butta fuori dalla tua routine, dalla vita che conoscevi. Puoi essere sperduto, arrabbiato, depresso, e tutte queste cose insieme, ma la continuità si è rotta, e indietro non si può più tornare.
Tante volte mi sono sentita dire “vorrei la mia vita di prima, rivoglio indietro la mia vita”. Poi, quando la fuga finisce, e la consapevolezza del cambiamento si fa carne, è allora che arriva quello sguardo grave.

“… Egli avanzò. Tornato.
Senza respiro stie’: su quella vetta,
senza ringhiera. Ed in possesso, alfine,
d’ogni Dolore, – assortamente, tacque.”
R. M. Rilke, La discesa di Cristo all’Inferno

In quegli sguardi riconosco compagni di viaggio. Quegli sguardi mi fanno amare quelle persone e il mio lavoro, che mi permette di incontrarli.
La vita è complessa e piena di sfumature. Tutto questo pesa, ci grava, ma ci salva anche. Ci dà appigli per tirarci su laddove non pensavamo ci potessero essere.
Lo sguardo grave sa che deve arrendersi e aprirsi.
Finché c’è vita c’è vita. È più che “finché c’è vita c’è speranza”. Perché a volte la speranza vacilla, la vita no.
A tutti quegli sguardi gravi… Vi porto nel cuore. Spero che sentiate che sono con voi.