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Momenti fatti di poco e pieni di molto

Guardo l’uomo che mi sta raccontando la sua ultima disavventura: anche questa volta l’ha scampata.
Ha degli occhi azzurri bellissimi, e il suo sorriso illumina le rughe del volto. Mi parla della moglie -la sua roccia- mi parla di anni di vita passati insieme, di momenti di semplice e profonda intimità, di quei momenti fatti di poco e pieni di molto, come guardare il mare la sera seduti su una panchina, o camminare tenendosi per mano.
Lo guardo, lo ascolto, e mi si scalda il cuore. Penso ai miei genitori, coppia affiatata di lungo corso. Penso a mio marito, compagno di tanti momenti intimi e profondi.
Mi sento connessa, grata.
Fluisco nella mia vita, accompagnata da tanta ricchezza.
Se avete un quarto d’ora, ascoltate questa Ted Talk.
(Se la mettete a schermo pieno, potete impostare i sottotitoli in italiano)

Equilibri di normalità

Nella quiete del sabato mattina si ricompongono i pensieri. In questa settimana sono stata un po’ sbilanciata sul fronte sofferenza/fatiche esistenziali, e ho ritrovato in me quel senso di fastidio e insofferenza rispetto alla normalità superficiale, distratta, indifferente, di cui parlavo nel post precedente.
Un effetto dell’essere accanto a persone dolenti è che quando esco dall’ospedale guardo il mondo con altri occhi. Spesso questo significa guardarlo con maggiore intensità e meraviglia, con la percezione della complessità e della pienezza. Allora sto in equilibrio tra i due mondi. A volte, invece, capita che l’equilibrio si rompa, e mi ritrovo con tutti e due i piedi nei luoghi faticosi e veri dell’umanità dolente.
Sono allenata a ritrovare l’equilibrio, e scrivere mi aiuta.
Oggi sono serena e, da qui, rifletto sulla normalità.
Diamo per scontata -e anche un po’ dovuta- la normalità senza nuvole. Vita normale significa vita tranquilla con, al massimo, problemi assimilabili a tiepide preoccupazioni… Magari un po’ di noia, di routine… Ma quante vite rientrano in quella supposta normalità?
Quello che mi colpisce è che abbiamo dentro l’illusione che per vivere una vita “normale” dovremmo essere felici. Dopodiché ci ritroviamo a confrontarci con una realtà che si discosta da quell’illusione. Se sei fortunato, si discosta poco, altrimenti sono cammini molto in salita.
Forse è una concezione legata allo spirito del tempo: la generazione che dagli anni ’50 in poi è cresciuta in periodi di ripresa economica, di speranze, di miglioramento che sembrava non dovesse mai finire. Invece è finito, e ci abbiamo messo anni per accorgercene.
Io sento spesso le persone lamentarsi delle fatiche che devono fare nelle loro vite: e non parlo dei pazienti, ma di persone che hanno vite “normali”.
Ho l’impressione che si sia perso il senso di questa parola.
La normalità non è l’equivalente della serenità. È non è una condizione statica. È normale che si alternino gioie e dolori, è normale che si fatichi a vivere: sei fortunato se i tuoi pesi non gravano troppo.
Trovo sconcertante che adulti maturi con normali fardelli esistenziali si lamentino seriamente della loro condizione. Ma dove vivono?
Mi colpisce quanto un preconcetto possa vivere radicato e scollato dalla realtà. Il fatto è che questo è proprio il potere dei preconcetti: li abbiamo dentro, e sono così scontati che ci possiamo convivere per una vita intera senza mai metterli in discussione. Nessuno è esente.
Il guaio è che, nello specifico del preconcetto di normalità, l’effetto collaterale è una costante infelicità, la sensazione di essere in una vita sbagliata, e che da qualche altra parte ci sia la vita che dovremmo vivere.
Se penso alla mia esperienza, ogni volta che dico sì alla vita così com’è, a ciò che sta accadendo e che non posso modificare, io ritrovo equilibrio e forze per affrontare ciò che devo. Ritrovo un benessere fatto di fatica e di possibilità, di peso sostenibile, di speranza. Quando i pesi si fanno sentire, desiderare una vita diversa è umano ma non aiuta. Si possono attraversare le terre dello sconforto e della rabbia, della depressione e dell’impotenza, ma poi accogliere ciò che c’è è il passo indispensabile per andare oltre, per fare ciò che è possibile fare, per migliorare la situazione se possibile, fin dove è possibile.
Normale è la vita che abbiamo, non quella che dovrebbe essere.
A me, questo pensiero fa bene.

Crepe

Scendo dall’auto e mi imbatto in questo ciuffo di verde che esce da una crepa dell’asfalto. Mi colpisce sempre questa vita che spinge, che approfitta di un varco per dispiegarsi.
La trovo una bella metafora.

“Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!”
Montale, Ossi di seppia

Non sempre è possibile, e spesso non nei tempi e nei modi che vorremmo.
Ma veder lì nell’asfalto, in mezzo alle auto, questa piantina armonica, è commovente. Immagine forte nella sua fragilità e vulnerabilità.
Dice di noi, delle possibilità della vita, della speranza.

Inaspettatamente il suo sguardo si incrocia con un altro sguardo

“Uno si sente stanco, e scoraggiato, e capisce che sta per crollare. E inaspettatamente il suo sguardo si incrocia con un altro sguardo umano ed è come se avesse fatto la comunione. E si sente rinfrancato, come se gli avessero tolto un peso di dosso.”
Andreij Rublev, Tarkovskij

L’altra sera, riguardando il film, mi ha colpita questa frase.
Importanza vitale degli sguardi, della condivisione che non ci fa sentire soli.

“e udì estranea un estraneo che diceva:
Iosonoaccantoate.”
Rilke, Il rapimento, in Nuove poesie

Mi colpisce sempre la forza di uno sguardo di umana comprensione. È capace di dare speranza, di penetrare nell’animo e di riaccendere la fiammella vitale in esaurimento.
Semplice calore umano che aiuta a tirarti su, a riprendere il cammino con nuova energia.
L’ho sperimentato tante volte. Al di là delle parole, lo sguardo che ti dice “io sono accanto a te”. E questo è sufficiente. Non elimina il dolore né la fatica, non sposta di una virgola i problemi che devi affrontare, ma cambia lo stato d’animo con cui guardi tutto ciò. C’è una bella parola, ricca di sfumature, che lo esprime: rianimare.
Incrociare un altro sguardo umano rianima.
A volte, anche se non è proprio lo stesso, anche uno sguardo virtuale -dialoghi tra blogger- può produrre un effetto simile.
Io sono accanto a te significa due cose: non sono solo, e tu accogli la mia storia, ascoltandomi. Condivisione è comunione.
Credo però che ci sia una condizione affinché questo avvenga. La disponibilità a far entrare quello sguardo, lo spazio interiore che lo possa accogliere. Se si è troppo chiusi, troppo ripiegati su di sé, troppo feriti, può essere difficile.
Ognuno cura le sue ferite come può, con i rimedi che trova efficaci per sé.
Ognuno ha il suo percorso.
Il mio è fatto di sguardi.

Gocce di speranza

Chiudo “Saggio sulla lucidità” di Saramago con un senso di malessere. E mi ci vuole un po’ per togliermelo di dosso.
Non mi piace questa storia così distruttiva, che uccide le speranze, distrugge i valori. Si potrà dire di tutto, razionalmente, sostenere motivi per cui l’opera ha senso. Non discuto il valore dell’opera. Ma quel che mi rimane è il malessere, e non mi piace.
Lascio Saramago e le mie riflessioni vanno oltre.
Mi tornano in mente i versi di Montale:

“Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
(…)
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”

Ecco, ora non mi basta più. Non mi basta più sapere cosa non siamo e cosa non vogliamo. È già stato detto, abbondantemente.
Ho bisogno di tornare ai fondamentali, e riprendo in mano “Scolpire il tempo” di Tarkovskij.
Ho bisogno di parole costruttive, del coraggio di quest’uomo di porsi le domande fondamentali sulla vita e sullo scopo della sua esistenza, del coraggio di usare parole come verità, ricerca, bellezza, spirito.
Scrive nell’introduzione: “… cominciavo a capire per che cosa lavoravo, a prendere coscienza della mia reale vocazione: del mio dovere e della mia responsabilità di fronte agli uomini…”
Ecco: dovere e responsabilità verso gli uomini.
Io ho bisogno di parole e immagini che diano speranza, che aprano alle possibilità. C’è già troppa rabbia nel mondo, e un artista -come ogni essere umano nel suo piccolo mondo- ha la responsabilità morale di ciò che immette nel mondo, di ciò che ci riversa. Oggi si parla tanto di ecologia, di responsabilità verso il pianeta Terra. E va benissimo, è importante. Ma dei contenuti morali che immettiamo nella nostra vita? Delle scorie morali, delle brutture che deprimono l’animo? Di tutto ciò che è tossico e avvelena lo spirito? Di tutto ciò che toglie speranza, alimenta la rabbia senza dare sbocchi costruttivi?
Io ho bisogno di gocce di speranza. Io, nella mia vita, mi pongo l’obiettivo di cercare queste gocce, di trovarle per me e per le persone con cui parlo. Gocce di bellezza, gocce di verità che risollevano l’animo.
Mi torna in mente la storiella citata da Masticone, quella della coccinella che porta la sua goccia d’acqua per spegnere l’incendio. (Qui:http://masticone.wordpress.com/2013/04/29/la-mia-piccola-goccia/).
Anch’io, come lei, faccio la mia parte, e mi piace ricercare la compagnia di chi la sua parte la fa portando faticosamente la sua goccia d’acqua.

Il dispiegarsi della vita attraverso le generazioni

Ieri ho letto un bel post di Mr. Incredible: Non c’è Due senza Tre. Parlava dei suoi tre figli, e mi ha molto colpito lo sguardo amorevole con cui li ha raccontati. In particolare il primogenito, così diverso da lui. Sguardo amorevole capace di vedere e di accogliere le differenze, prendendole per come sono, rispettandole e dando loro sostegno con quello sguardo.

Mi ha fatto pensare. Anch’io sono una figlia apparentemente molto diversa dai miei genitori, e sono cresciuta sotto il loro sguardo amorevole e accogliente, sguardo spesso disorientato di fronte a una figlia chiusa e taciturna, barricata nella sua stanza come nel suo mondo interiore, inaccessibile a loro. Eppure, nonostante non sapessero bene chi fossi, (e alcune parti di me le hanno conosciute solo ora, leggendo il mio blog) mi hanno sempre sostenuta trasmettendomi fiducia e amore.

Quello che volevo dire a Mr. Incredible è che il terreno è importante.
Siamo semi gettati in terre che possono favorire oppure ostacolare la nostra crescita. Poi ci sono gli eventi esterni che danno pure il loro contributo. Un bel seme che cresce in uno splendido terreno, ma che è investito da piogge e tempeste, avrà le sue difficoltà a crescere.

La vita di ciascuno di noi è il risultato di un’alchimia di fattori davvero complessa e misteriosa. Verso la quale bisogna avere fiducia e speranza, perché non si sa mai cosa possa nascere da cosa. Ci sono semi gettati in terreni tremendi, spazzati da venti e ostacolati da gramigne, che proprio da lì, da quelle difficoltà traggono forza per dispiegare i propri talenti. Altri che invece sotto il gelo di inverni prolungati soccombono. Ma comunque non si può mai dire, perché a volte da radici esauste rinasce pur sempre qualcosa.

Certo è che quando il terreno è buono, e dà nutrimento sano, offre basi migliori e solide su cui radicarsi per slanciarsi verso il cielo.

E ancora una cosa voglio raccontare a Mr. Incredible.

Per quanto apparentemente diversa dai miei genitori, negli anni ho capito di essere figlia dei loro talenti nascosti, di quelli che hanno avuto meno modo di sviluppare.

Vengo da una famiglia che ha messo su un’azienda partendo da zero, che ha sempre fatto i conti per far quadrare bilanci difficili, e io non ho il minimo spirito imprenditoriale, sudo sui conti che solo negli ultimi anni, per stringente necessità, ho dovuto affrontare, ma rimangono corpi estranei con cui devo convivere. Loro si sono impegnati nel mondo concreto, lì hanno realizzato le loro capacità, io mi sono impegnata nel mondo interiore, e i conti con quello concreto ho iniziato seriamente a farli dopo i quarant’anni.
Li ringrazio perché il loro impegno nel mondo concreto ha consentito a me l’impegno su quello interiore, che per molto tempo non ha prodotto reddito sufficiente a vivere bene.

Ma quel mondo interiore che io ho coltivato ha raccolto dal terreno tracce inespresse, frammenti di vita lasciati da loro, che si sono mischiati al seme che sono io, e il tutto si è mischiato con gli eventi esterni che ho incrociato, producendo ciò che sono ora.

Sento scorrere nelle mie vene anche frammenti di vita dei nonni, anche qualcosa di loro è in me: attitudini, talenti, sguardi, modi, gesti… la capacità di ascolto di mia nonna materna, lo spirito artigianale del nonno, la pazienza e l’affidamento dell’altro nonno, l’energia vitale e generosa della nonna paterna. Sono in me. E’ in me il mondo interiore di mia madre, la sensibilità di mio padre. E’ in me il crescere di mia sorella nonostante le tante avversità, oltreché l’amore per la musica che lei mi ha trasmesso portandomi ai concerti.

Penso a tutte le vite come figlie delle generazioni che le hanno precedute, figlie che raccolgono eredità e, unendole a caratteristiche individuali, le rilanciano e le rimettono nel circolo della vita.

Trovo meraviglioso questo dispiegarsi della vita attraverso le generazioni. Qui trovo il senso della mia vita, l’essere parte di un processo, un granello nell’evoluzione della specie. Mi lascia senza fiato dalla commozione.