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Cielo e stati d’animo

La bellezza del cielo è un luogo sempre a portata di sguardo.
Accoglie tutti gli stati d’animo, tutto ciò che attraversa la mia vita. E risponde, a suo modo. Lo so, non è lui che risponde, ma diventa comunque parte del dialogo con me stessa.
Mi piace guardare il cielo. E non per questioni metafisiche, proprio per la sua concreta e costante presenza. Ovunque io sia, lui c’è. Qualunque stato d’animo viva, lui lo rinforza, lo contrasta o lo quieta.
Anche in giornate come questa, in cui si presenta grigio e piovoso, è comunque un compagno fidato. E anche in giornate come questa, ha una sua variabilità.
Penso ai miei stati d’animo come al mio cielo interiore. Mi colpisce sempre come nell’arco di una giornata l’umore cambi e si colori di sfumature diverse. Magari anche solo di qualche tono, di piccole variazioni o accostamenti inaspettati, ma dall’alba alla notte, il paesaggio interiore è sempre in movimento. Guardo fuori e ascolto il dentro, e tutto si mescola in un sentire che mi fa compagnia e a cui mi affido. Finora, mi ha sempre sostenuta, e su quel sentire confido.
Ho casa in me. E guardando il cielo, mi sento a casa nella vita.

Nuvole III

È bello che ci sia sempre un cielo da guardare. E spesso nuvole che scorrono, prendono forme e le mutano sotto il nostro sguardo. C’è sempre del bello a portata di sguardo, fosse anche solo un pezzetto di cielo.

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Un ultimo sguardo e poi mi tuffo nella quiete di casa e mi faccio avvolgere dal silenzio. Porto dentro il fuori.

Il cielo di notte

“Quando il destino ha colpito, è il momento di guardare il cielo di notte, tetto illuminato, il solo che sempre rimane.”
(Michaux, “Quando crollano i tetti”, in Brecce)

Stasera guardo il cielo, anche se il destino fortunatamente non ha colpito. È un tetto anche per i momenti di raccoglimento. Il suo mantello protettivo accoglie e racchiude le nostre vite, offrendo respiro e infinito, nella buona e nella cattiva sorte.
Stasera sto qua e affido a lui una preghiera per le persone che amo, affinché porti conforto, luce, speranza.
Guardo il cielo di notte e rinnovo il mio sì alla vita.

Amore per la vita

“Vai un po’ fuori a prenderti un caffè, così io parlo con la dottoressa.” La signora, gentilmente e con fermezza, invita la sorella a uscire di casa. Appena sente chiudere la porta inizia a parlarmi della sue pene d’amore.
Lei ha 82 anni, lui 87.
Li separano chilometri di distanza, una malattia in fase terminale che le impedisce di starsene a casa sua, sola; li separano i rispettivi familiari che non vedono di buon occhio la situazione; li separano gli orizzonti: dalla vista della laguna che le manca tanto alla vista di casette e giardini di un hinterland milanese, anonimo per lei.

Le pene d’amore non finiscono mai.

Mi fa molta tenerezza, e sentirla parlare mi fa stringere un po’ il cuore. E mi fa pensare alla forza di questo sentimento che ci tiene in vita e ci anima anche quando le forze fisiche diminuiscono.

Un giorno una persona mi disse che l’importante non era essere amati ma amare. Una frase semplice, buttata lì in mezzo a un discorso, che si è inchiodata nella mia mente e a distanza di trent’anni è ancora ben presente nei miei pensieri. Una frase semplice che però ho compreso da adulta, e che mi è sempre più chiara vivendo.

Oggi esco da una giornata di lavoro molto pesante, una di quelle in cui -come dice Marie de Hennezel, già citata in altri post- non si esce indenni da quelle incursioni nel cuore della sofferenza altrui.

Esco nell’aria fredda e nel cielo azzurro carico di nuvoloni e respiro a fondo. Annuso il profumo dell’aria carica di tigli e di gelsomini, guardo i verdi delle fronde degli alberi, dell’erba. Respiro la bellezza intorno a me, respiro la vita che scorre.

Lì, sotto quel cielo, sento di amare la vita, e sento che quell’amore mi tiene in piedi, mi aiuta a reggere il confronto con così tanto dolore. Mi aiuta a stare accanto a persone sofferenti, a dialogare con loro senza farmi portare via da quelle emozioni così forti. Sono lì, al meglio delle mie possibilità, con tutto ciò che riesco a mettere di me stessa. Sono lì con loro, perché possano sentire di non essere soli e che qualcuno raccoglie la loro storia.

Amo la vita, intensamente, profondamente. Ogni briciola di vita. La bellezza intorno a me mi ridà fiato. Ma mi dà fiato anche la bellezza delle vite che incontro.

Stasera, nella quiete di casa, ricomponendo le emozioni attraverso la scrittura, sento che la vita scorre e che ogni cosa è al suo posto. Che non è necessariamente né il miglior posto possibile, né quello giusto, ma è quello che ci ritroviamo a dover vivere. Lì cerchiamo di fare la nostra parte, di riempirla di significato, di starci dentro con dignità.

Amo la vita con un’intensità che solo il confronto col dolore è capace di farmi provare. E’ un’intensità grave, che mi spinge nel cuore della vita. E’ uno dei colori dell’amore per la vita, non il solo. Amo la vita quando sono felice, quando vedo la bellezza, quando ascolto Bach, quando condivido qualcosa con mio marito, con gli amici, con le persone care. Tanti colori, caldi.

Il colore dell’amore in giornate come oggi è unico. Mi fa avere meno paura.

Il dispiegarsi della vita attraverso le generazioni

Ieri ho letto un bel post di Mr. Incredible: Non c’è Due senza Tre. Parlava dei suoi tre figli, e mi ha molto colpito lo sguardo amorevole con cui li ha raccontati. In particolare il primogenito, così diverso da lui. Sguardo amorevole capace di vedere e di accogliere le differenze, prendendole per come sono, rispettandole e dando loro sostegno con quello sguardo.

Mi ha fatto pensare. Anch’io sono una figlia apparentemente molto diversa dai miei genitori, e sono cresciuta sotto il loro sguardo amorevole e accogliente, sguardo spesso disorientato di fronte a una figlia chiusa e taciturna, barricata nella sua stanza come nel suo mondo interiore, inaccessibile a loro. Eppure, nonostante non sapessero bene chi fossi, (e alcune parti di me le hanno conosciute solo ora, leggendo il mio blog) mi hanno sempre sostenuta trasmettendomi fiducia e amore.

Quello che volevo dire a Mr. Incredible è che il terreno è importante.
Siamo semi gettati in terre che possono favorire oppure ostacolare la nostra crescita. Poi ci sono gli eventi esterni che danno pure il loro contributo. Un bel seme che cresce in uno splendido terreno, ma che è investito da piogge e tempeste, avrà le sue difficoltà a crescere.

La vita di ciascuno di noi è il risultato di un’alchimia di fattori davvero complessa e misteriosa. Verso la quale bisogna avere fiducia e speranza, perché non si sa mai cosa possa nascere da cosa. Ci sono semi gettati in terreni tremendi, spazzati da venti e ostacolati da gramigne, che proprio da lì, da quelle difficoltà traggono forza per dispiegare i propri talenti. Altri che invece sotto il gelo di inverni prolungati soccombono. Ma comunque non si può mai dire, perché a volte da radici esauste rinasce pur sempre qualcosa.

Certo è che quando il terreno è buono, e dà nutrimento sano, offre basi migliori e solide su cui radicarsi per slanciarsi verso il cielo.

E ancora una cosa voglio raccontare a Mr. Incredible.

Per quanto apparentemente diversa dai miei genitori, negli anni ho capito di essere figlia dei loro talenti nascosti, di quelli che hanno avuto meno modo di sviluppare.

Vengo da una famiglia che ha messo su un’azienda partendo da zero, che ha sempre fatto i conti per far quadrare bilanci difficili, e io non ho il minimo spirito imprenditoriale, sudo sui conti che solo negli ultimi anni, per stringente necessità, ho dovuto affrontare, ma rimangono corpi estranei con cui devo convivere. Loro si sono impegnati nel mondo concreto, lì hanno realizzato le loro capacità, io mi sono impegnata nel mondo interiore, e i conti con quello concreto ho iniziato seriamente a farli dopo i quarant’anni.
Li ringrazio perché il loro impegno nel mondo concreto ha consentito a me l’impegno su quello interiore, che per molto tempo non ha prodotto reddito sufficiente a vivere bene.

Ma quel mondo interiore che io ho coltivato ha raccolto dal terreno tracce inespresse, frammenti di vita lasciati da loro, che si sono mischiati al seme che sono io, e il tutto si è mischiato con gli eventi esterni che ho incrociato, producendo ciò che sono ora.

Sento scorrere nelle mie vene anche frammenti di vita dei nonni, anche qualcosa di loro è in me: attitudini, talenti, sguardi, modi, gesti… la capacità di ascolto di mia nonna materna, lo spirito artigianale del nonno, la pazienza e l’affidamento dell’altro nonno, l’energia vitale e generosa della nonna paterna. Sono in me. E’ in me il mondo interiore di mia madre, la sensibilità di mio padre. E’ in me il crescere di mia sorella nonostante le tante avversità, oltreché l’amore per la musica che lei mi ha trasmesso portandomi ai concerti.

Penso a tutte le vite come figlie delle generazioni che le hanno precedute, figlie che raccolgono eredità e, unendole a caratteristiche individuali, le rilanciano e le rimettono nel circolo della vita.

Trovo meraviglioso questo dispiegarsi della vita attraverso le generazioni. Qui trovo il senso della mia vita, l’essere parte di un processo, un granello nell’evoluzione della specie. Mi lascia senza fiato dalla commozione.

Ricchezza

È una fredda mattina di maggio. Grigia. Piove con generosità e tira aria fredda. Ho un ombrello serio, ma l’acqua arriva di stravento. Salgo sull’autobus pieno, ma riesco a recuperare uno spazio adeguato di respiro. E lì, con l’ombrello che mi sgocciola sui jeans, sono improvvisamente felice. Di quella felicità che zampilla all’improvviso, così, senza troppo preoccuparsi delle condizioni poco confortevoli dell’intorno. In fondo piove, fa freddo, mi sono alzata presto, ho il fondo dei pantaloni zuppo, e il golf di lana ci sarebbe stato meglio al posto di questo di cotone. Ma sto andando a un convegno sul dolore cronico che immagino interessante, e sono felice. E visto che sono un’ansiosa e che arrivo rigorosamente in largo anticipo, mi metto a scrivere nell’attesa dell’inizio.

È un pomeriggio che avrebbe dovuto essere di pioggia, e invece è di sole. Il vento ha spazzato i nuvoloni, e ora il cielo ha ampi sprazzi di blu cobalto con intorno nubi a batuffolo e altre cariche di pioggia. Un cielo nordico, bellissimo.
Sono seduta su una panchina del parco, al sole, perché il vento che muove le fronde e i capelli lo consente. Sto qui con l’IPad sulle ginocchia e cielo e alberi che si riflettono nello schermo. Ho una pausa tra un appuntamento e l’altro. Mi sdraierei sull’erba, se non fosse bagnata da giorni di acqua. E anche qui sono felice. Di felicità grave, non leggera; di quella felicità che porta con sé le fatiche, che le ha sulle spalle e nel corpo, e in loro compagnia si crogiola al sole e al cielo blu. Dentro alla vita, parte della vita. C’è quiete in me, un silenzio pieno che accoglie i rumori del parco, delle giostre lontane, delle ruote di bicicletta sul terriccio, dei cani che corrono, delle scarpe da jogging, dei bambini che giocano, degli adulti che chiacchierano, del rintocco delle campane.
Amo la vita e le persone che della mia vita fanno parte.

È un venerdì sera e la settimana lavorativa è finita. Il vento fa sbattere un po’ le imposte, e i nuvoloni si sono scuriti insieme al cielo. E’ stata una buona giornata. Il profumo del bucato appena steso si unisce al silenzio della casa e alla luce soffusa della lampada sul tavolo.

Mi sento ricca. Ricca di vita.

Rami spogli

L’inverno mette a nudo le forme e l’essenza. Forme crude, nette, dolenti, tese verso il futuro, inconsapevoli delle foglie che verranno.

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In inverno gli alberi mostrano una bellezza non immediata, all’apparenza respingente. Gettata lì sotto gli occhi di tutti eppur nascosta. Più che gettata, quasi ostentata, incurante del giudizio altrui. Mi ricordano quelle persone anziane, fiere, che mostrano i loro volti rugosi come sfide: rughe che si presentano senza mediazioni, biglietto da visita di una vita vissuta, e che fin lì è arrivata.

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Dunque rami fieri. Contorti dalla ricerca di luce e di spazio per espandersi. Rami solidi, rami incerti, rami esili… Tutti rivolti verso la vita: verso il cielo, verso la terra.

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Mi sento in sintonia con questi rami. Negli anni sono diventata anch’io più essenziale. Amo la sostanza, spiccia, diretta… Apprezzo le fronde, il fogliame lussureggiante che rende sopportabile il sole, dona frescura, gioia, sa di vita nel suo splendore. Ma è facile amare la bellezza così dispiegata. Più difficile amare le rughe, trovare la bellezza nei volti segnati delle persone normali. Gli alberi in inverno mi parlano di questo, mi invitano a guardare con attenzione, a non correr via con sguardo frettoloso, che rimbalza via, respinto dalla durezza.

Oltre la durezza si apre un mondo, che mi incanta. Appoggio la schiena ai tronchi e guardo in su, e trovo quei grovigli bellissimi.

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