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Tutto sta

Mi piace questa fase della primavera: porta con sé tracce d’inverno, con rami ancora spogli, forti nella loro essenza, e accanto esplosioni colorate, timidi verdi, fronde rinnovate.
Quest’anno sento in modo particolare la convivenza degli opposti, e tutto sta.
Vita che nasce, vita che invecchia, vita che muore.
Esco dalla chiesa dopo un funerale, e guardo tre generazioni che si salutano, si abbracciano, scambiano sorrisi e lacrime. Io appartengo alla generazione di mezzo. Mi scorrono nella mente tanti ricordi, condivisi con alcune delle persone presenti, e con chi non c’è più. Quanta vita vissuta da quando ero la generazione più giovane.
Esco dalla chiesa e il cielo è azzurro, i colori risplendono. Cammino per strada e c’è tanta vita intorno a me. Tanta bellezza, tanto dolore. Sta tutto insieme.
Tentazione umana di fuggire la sofferenza, eppure nel dir di sì alla vita per quello che è -e non per quello che vorremmo che fosse- c’è la possibilità di trovare un equilibrio; e se il dolore non è un macigno, persino una qualche forma di benessere. E se è macigno, magari anche solo un attimo di sollievo, una pausa che fa riprendere fiato per affrontare la salita.
Cammino nell’aria fresca e guardo i colori che si dispiegano tra cielo e terra.
Sorriso e tristezza vanno a braccetto.

Equilibrio

“Sa, dottoressa, è brutto invecchiare. E per favore, non mi dica anche lei che morire giovani è peggio. Lo so anch’io, ci mancherebbe. Ma questo non toglie la fatica di questo periodo, i pensieri, le paure. Sono grato alla vita per essere arrivato fin qui. Resta il fatto che ho spesso pensieri tristi, che riguardano il tempo che mi rimane davanti e quello che ho alle spalle.”
Mi sorride. “Lei è giovane”.
Il concetto di giovinezza può essere relativo…
L’uomo prosegue, spiegandomi la sua ricetta di sopravvivenza: visto che non riesce a non pensare alla morte, cerca di tenerla a bada concedendole un posto al suo fianco, ma non lasciandola mai sola. Le affianca la vita, le cose quotidiane che riempiono le sue giornate. Le cose più piccole: il piacere dell’aria fredda sul viso, la partita a carte al circolo degli anziani, le friselle che gli mandano i suoi parenti dalla Puglia… E le cose più grandi: gli affetti.
“Così sono un po’ triste e un po’ contento. Mi sembra un equilibrio ragionevole.”
Condivido. E mi alleno a quell’equilibrio tutti i giorni.

La corrente degli incontri


Ci sono dei momenti in cui tutto sta in equilibrio, tutto è al posto in cui è.
La navetta va, e dal finestrino guardo scorrere la città, i nuvoloni carichi, un campo che apre lo sguardo all’orizzonte, quasi fossimo già in campagna. Auto, persone, vita attiva della mattina. Nelle orecchie armonie un po’ struggenti delle sonate per violino di Schmelzer.
Poi la navetta inizia ad attraversare vie percorse nei miei giri di visite domiciliari. Penso a quelle persone che non ci sono più, e che vivono nei ricordi dei loro cari, e anche nei miei. Mi colpisce quanto mi sia arrivato, a volte in pochi, pochissimi incontri. Ho in testa immagini, inquadrature di particolari: pezzi di vita nell’arredamento di una stanza, nelle foto, nei racconti, nell’espressione di un volto.
Entrata per un soffio nelle loro vite, le porto con me. Anche a me, sconosciuta, hanno dato tracce di sé.
Il senso delle nostre vite è più vasto di quel che pensiamo. La corrente degli incontri lo trasporta ben oltre la nostra vista. E va, nel mondo. Oltre noi, oltre il nostro controllo.
Lo trovo un pensiero consolante. E un po’ struggente, anche se forse i nuvoloni da cieli nordici e Schmelzer fanno la loro parte.
La navetta va oltre e i pensieri restano nel mio stato d’animo. In equilibrio: gioie, dolori, angosce, meraviglie. La complessità della vita oggi sta. Ne sono attraversata, e l’accolgo in me.
La navetta è arrivata al capolinea. Comincia la mia giornata lavorativa, non senza aver prima notato queste belle rose e il prato disseminato di trifogli ricresciuti rigogliosi dopo il taglio del prato di pochi giorni fa. La vita fluisce. Non s’arresta. Stamane ognuno è al suo posto nel mondo.


Lo so, questa l’avevo già postata. Ma mentre guardavo le rose, la stavo ascoltando. Ed è una musica meravigliosa.

Intrecci indissolubili

Mi piace andare al lavoro con i mezzi pubblici. Non fosse che impiego il doppio del tempo, lo farei tutti i giorni.
Mi piace farmi trasportare: non devo concentrarmi sulla guida, sul traffico nervoso che mi disturba. Guardo fuori dal finestrino, mi immergo nella musica, lascio fluire i pensieri.
Mi piace guardare la vita che scorre, le persone che si muovono, ognuno nella sua vita, diretto verso qualche attività, qualche meta. Mi chiedo come siano le loro vite, cosa facciano.
La navetta va. Costeggia un bel parco, poco frequentato a quest’ora. Passa una donna in bicicletta, un signore anziano porta a spasso il cane. In lontananza qualcuno corre.
Vita quieta alla mia sinistra, ma so bene cosa c’è alla mia destra, anche se non sto guardando da quella parte. C’è la camera mortuaria dell’ospedale. Una strada separa questi due mondi così diversi. È facile immaginare cosa accada là, ora, mentre qui la normalità scorre.
Questa è la vita, intrecci indissolubili. La navetta procede. L’oboe del concerto di Benedetto Marcello è una colonna sonora che mi avvolge e accompagna il mio spirito contemplativo mattutino.
Scendo in compagnia di un’umanità varia e mi avvio verso la mia giornata.
Ah… Questo è il quadrifoglio che ho trovato.

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Vorrei averlo fatto

Su segnalazione di un’amica, ho scoperto Bronnie Ware, un’australiana che per alcuni anni si è occupata di pazienti terminali. Il suo blog è diventato molto famoso per un post in cui parlava dei 5 rimpianti che più spesso ha ascoltato da quei pazienti.

Questi i “regrets”:

1) vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita fedele ai miei principi, e non quella che gli altri si aspettavano da me.

2) vorrei non aver lavorato così tanto

3) vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti

4) vorrei essere rimasto in contatto con i miei amici

5) vorrei aver permesso a me stesso di essere più felice

Nella mia esperienza con quei pazienti e con i loro familiari, ho trovato anch’io quei rimpianti, specialmente i primi tre. Riassumibili nel titolo italiano del libro che poi la Ware ha scritto: “Vorrei averlo fatto”.

Ho ascoltato persone che mi raccontavano il loro dolore per non aver fatto, per non aver detto… quando non c’era più tempo per fare, e a volte non c’era più tempo neanche per dire. Ho visto i loro sguardi arrabbiati, oppure tristemente rassegnati, comunque dolenti.

Ho invece incontrato sguardi tristi ma sereni, ed erano tutti di persone che mi dicevano di aver fatto la loro vita; il possibile, certo… senza grandi rimpianti.

Ecco, quelle testimonianze di vita sono diventate per me un prezioso monito a non lasciare indietro ciò che è possibile fare, e dire. Non conosciamo il tempo a nostra disposizione, e spesso questa angoscia è fonte di fughe formidabili. Lavorare in ospedale mi ha aiutata a incontrare quell’angoscia, e nel tempo mi ha insegnato  -e mi insegna- a vivere nel presente, pienamente, nei limiti del possibile. “Si fa quel che si può”: è una verità profonda, piuttosto difficile da praticare perché è davvero difficile capire quali siano i limiti reali.

Però bisogna provarci. Una donna mi raccontò di un litigio telefonico col  marito, e che quella era stata l’ultima volta che si erano parlati, quello era stato il loro saluto: un ictus violento aveva impedito dialoghi successivi. Ricordo la sua espressione mentre mi parlava. Da allora, cerco di non lasciare mai sospesi con le persone che amo. Cerco di non uscire di casa arrabbiata, senza aver messo almeno un piccolo ponte per raggiungere mio marito sull’altra sponda del fiume.

Le testimonianze di chi è sulla soglia ultima della vita sono un aiuto e un invito a non sprecare occasioni, a dare valore alla nostra vita, a darle una direzione sensata.

Fare i conti con la morte ci aiuta a vivere. E ad essere -quando è possibile- profondamente felici.