Archivio mensile:ottobre 2013

Sguardi di bellezza nel cielo grigio

Guido sotto un cielo grigio e una pioggia a tratti scrosciante a tratti gentile. Sto tornando a casa, la giornata di lavoro è finita. Una buona giornata: credo di aver fatto la mia piccola parte, ed è questo che mi fa star bene oggi.
Il grigio è pieno di sguardi di bellezza.

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Albero d’autunno

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Incontro quest’albero tutti i giorni, mentre passo da una palazzina all’altra dell’ospedale.
Oggi i suoi rami non del tutto spogli mi hanno fatto pensare ai tanti rami invernali che ho fotografato, belli ed essenziali nel loro protendersi verso il cielo senza orpelli.
Quest’albero autunnale, però, coi suoi rami in transizione, oggi mi ha messo un po’ di tristezza. Guardandolo, mi sono venuti in mente questi versi di Emily Dickinson:
“Chi indossa la sua pena
Il mattino che è nuova
Soffre più che a portarla
Un’intera esistenza.”
Non credo che sia proprio così, però guardando quell’albero stasera pensavo a quanta fatica facciamo per adattarci a un cambiamento doloroso, per abbandonare ciò che ha fatto parte di noi, della nostra vita. L’inizio è sicuramente molto duro. La pena che indossiamo la mattina che è nuova fa un gran male.
La transizione ci tiene legati a ciò che c’è ancora, ma che è già solo più l’ombra di ciò che era. Foglie secche, pronte a cadere.
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Foglie che ricordano tempi che non ci sono più. Foglie che rimangono attaccate, legami che non si sciolgono. Faticosa e dolorosa transizione.
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Finché un giorno arriva il vento che libera i rami da ciò che non ha più vita.
E la vista cambia. Rami definiti, forti della loro essenzialità.
Amo i rami invernali, li guardo con tenerezza e commozione. Li trovo bellissimi.
Stasera, però, è tempo d’autunno.
Tempo di pazienza e di fiducia.

Il senso di ingiustizia

Incontro persone atterrate dalla vita. E da lì, da giù per terra, cambia la prospettiva da cui guardi il mondo intorno a te. Cambia lo sguardo. Da giù cambia la scala dei valori, delle priorità, di ciò che è importante o no.
Cerchi vie di uscita, strategie di sopravvivenza; cerchi senso, risorse per affrontare quella che da giù sembra la scalata dell’Everest a piedi nudi.
Cammino per strada con in mente le storie ascoltate, la mia, quelle delle persone vicine. Penso a quanta umanità di valore lotta, a quanta umanità di scarso valore ottiene riconoscimenti. Talenti che faticano ad arrivare a fine mese, incapaci che gestiscono potere. Tutti i giorni in ospedale mi sento ripetere le stesse frasi: “ma perché proprio a me?”, “non è giusto!”.
Sulla strada che percorriamo prima o poi incontriamo tutti lo stesso scoglio: l’ingiustizia. La vita è profondamente ingiusta. Vorremmo appellarci a un senso superiore che possa sanare i torti subiti, ma non c’è. Accade ciò che accade, senza appello. Poi posso provare a fare qualcosa, ovviamente. Combatto, come posso. Ma che sia una malattia, un accidente di vario genere, una persona che ti fa del male, resta che con quell’accadimento ci devo fare i conti, per quanto ingiusto possa essere.
Il senso di ingiustizia ci può atterrare, ci può lasciare rabbiosi, ci può distruggere. È una dura lezione che dobbiamo prendere così com’è. Però poi ciò che ne facciamo, come riusciamo a reagire a quella dura lezione, fa la differenza.
Ascolto anche in me la voce che protesta e si lamenta, ma poi so che non posso andarle dietro. Quella voce tira giù. Metto energie per contrastarla, e come il Barone di Münchausen, mi tiro su per il codino.
Grazie all’amore e all’amicizia di chi mi sta vicino; grazie alla bellezza che riesco a cogliere; grazie alla musica che infonde energie, quieta l’animo agitato.
Finora, grazie a tutto questo, il mio sguardo ha sempre ritrovato il respiro del cielo.