Archivio mensile:giugno 2013

C’è così tanta bellezza

Questo post è una riflessione messa in moto da un video pubblicato da Mr.Incredible (lo trovate qui).
Quel video mi parla di un sentimento della vita che mi appartiene e che mi fa bene ogni volta che lo ritrovo, nelle sue pur varie forme. È quello della bellezza incarnata in un’immagine, bellezza naturale o artistica. Lì sentimento e spirito viaggiano insieme, e uno dà vita all’altro.
Come quando rimaniamo incantati a guardare un tramonto infuocato, la linea dell’orizzonte marino o la maestosità di montagne innevate.
Sono momenti in cui il senso di trascendenza si manifesta come esperienza emotiva, sentimento dell’anima.
Spirito, anima, corpo vivono insieme facendo vibrare ciascuno le sue corde, in un’armonia che cura il dolore.
Sono tante le esperienze di bellezza. Possibili per ogni nostro senso, non solo per la vista.
E possibili in ogni momento, in ogni contesto che attraversiamo.
Perché la bellezza di cui parlo non è un’esperienza estetica, ma dello spirito. E può riguardare anche il dolore.
Non voglio essere fraintesa. Il dolore non è bello.
Eppure in alcuni momenti della vita l’esperienza del dolore si trasforma in comprensione, in un attimo di illuminazione, in un distillato di consapevolezza, in un’intuizione vitale.
E lì c’è bellezza. Incarnata e sudata, sofferta e conquistata con tutte le forze disponibili.
In quegli attimi, così come negli attimi di meraviglia e stupore difronte a un albero centenario, a un cielo mozzafiato, a una statua di Michelangelo, a un dipinto di Van Gogh, noi percepiamo il dono della vita, la sua ricchezza, ciò che ci nutre e ci sostiene. Lì sentiamo che la vita ha senso e che vale la pena vivere.
A volte mi capita di provare qualcosa di simile in colloqui particolarmente intensi con le persone, pazienti o amici che siano. La condivisione profonda di un pezzetto di vita è ciò che mi fa amare moltissimo il mio lavoro, le relazioni con gli amici, il dialogo con blogger sconosciuti. C’è così tanta bellezza intorno…
Ricordate questa frase? In American beauty, la diceva il ragazzo che riprendeva con la telecamera il volo di una busta di plastica mossa dal vento:
“Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita, dietro a ogni cosa. E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare.”
Nel film, in effetti, il cuore, o meglio il cervello del ragazzo, frana.
Però quel sentimento che narra mi è rimasto impresso negli anni. La bellezza si può manifestare anche in una busta di plastica mossa dal vento. Dipende dal nostro sguardo, dalla vita che ci abita e che mettiamo in quello sguardo.
La vita è qui e ora, perché qui e ora c’è già tutto ciò di cui abbiamo bisogno per trovare senso al nostro vivere.
Nulla a che vedere con la felicità e il dolore, che sono mezzi, strade che ci conducono allo scopo del viaggio: incarnare il senso della nostra esistenza.

L’esperienza del limite

Molte volte mi son sentita dire: “Non ce la faccio più”. Oggi, però, quelle parole erano incarnate in un corpo davvero sfinito. Oggi ho sentito l’esperienza di una donna che stava toccando il fondo di un limite. Il trapianto di midollo è un percorso lungo e impegnativo. Con il foulard a coprire la testa senza capelli, la mascherina a coprire naso e bocca, del suo viso ho visto solo gli occhi. Occhi vivi e stanchi.
Mi colpisce sempre l’esperienza del limite, quando tocchiamo un confine che ci sembra insuperabile, che ci piega e ci fa perdere la speranza di andare oltre.
E sto parlando proprio del limite più al limite; non la sfida scelta per superare se stessi, ma l’essere gettati dalla vita dove non si vorrebbe stare, l’essere obbligati a percorrere una strada che consuma le forze e di cui non si vede la fine, e a volte anche poco la direzione.
Il limite dove si perde la speranza.
Oggi ho ripensato alla vicenda di un alpinista, raccontata nel libro “La morte sospesa”. Dopo un grave incidente, in cui viene dato per morto, riesce a trascinarsi per giorni verso il campo base. Pensava che sarebbe morto, però si diceva: “oggi devo arrivare fin lì”, e si dava delle mete possibili, visibili, trascinandosi per raggiungerle. Metro su metro. Giorno per giorno. E riuscendo così a salvarsi la vita.
Oggi pensavo che quando si vivono esperienze di limite così estremo si può solo stare e provare a resistere un passo alla volta, senza guardare oltre, perché la fine del percorso è troppo lontana e pare irraggiungibile. Ma ora su ora, giorno su giorno, la meta si avvicina.
In realtà, poi, è una strategia che vale sempre, ma in quei momenti è davvero l’unica praticabile.
Il limite logora e ci butta dentro alla solitudine profonda, perché lì siamo davvero soli anche se vicino ci sono persone amate, non sempre in grado di aiutare realmente, perché troppo angosciate, troppo dolenti. Lì siamo solo noi e il limite, solo le nostre forze esaurite e la vista annebbiata.
Anni fa, in una camminata in montagna, ero arrivata all’ultimo tratto di forte salita stanca e con la nausea. Un amico mi aveva dato la mano, e ricordo come quel semplice gesto mi avesse aiutata a salire, a sentire nuova forza.
Così, quando il limite ci sfinisce, incontrare una mano in grado di accogliere e accompagnare, una mano amorevole e ferma, è un dono della vita che lenisce la solitudine e riporta nella comunità umana.
Perché l’esperienza del dolore così acuto, l’esperienza del limite, spesso portano a sentirsi esclusi dalla comunità dei viventi, degli uomini che vivono normalmente la loro vita. È un vissuto, non è necessariamente la realtà. Ma è un vissuto doloroso, che aggiunge dolore a quello che già c’è.
E allora ringraziamo davvero la vita se una mano ci raggiunge e infrange la torre di solitudine che ci imprigiona.

“… e udì estranea un estraneo che diceva:
Iosonoaccantoate.”
Rilke, Il rapimento

Quell’essere accanto, quell’avere accanto…. Sono la meraviglia della vita che ridà vita e speranza.

Allargare il proprio cuore

“Si deve sempre allargare il proprio cuore così che ci sia spazio per molti. Le persone hanno in genere poco spazio nel cuore: se vi ammettono una persona nuova, le altre ne devono uscire.
(…)
Nelle relazioni umane davvero buone, si trae forza in egual misura sia dall’amore sia dall’amicizia che si prova per gli altri. Si deve essere giusti con tutti, non si può deprivare uno a causa di un sentimento troppo intenso nei confronti di un altro. Questo richiede molta forza e una grande quantità di amore.”
Etty Hillesum, Diario

Amo Etty. E ogni giorno mi cimento nell’allargare il mio cuore. Ovviamente ci sono anche i giorni in cui si apre poco, e son quelli in cui la vita non fluisce un granché.
Poi passano, e io torno a respirare. Perché solo nel cuore allargato la vita entra e mi ridà forze.
E anche se i piani delle relazioni sono poi diversi, ognuno ha un suo spazio, che cerco di nutrire e curare.
Quando ci riesco, sento di realizzare la mia vita.

Il cielo di notte

“Quando il destino ha colpito, è il momento di guardare il cielo di notte, tetto illuminato, il solo che sempre rimane.”
(Michaux, “Quando crollano i tetti”, in Brecce)

Stasera guardo il cielo, anche se il destino fortunatamente non ha colpito. È un tetto anche per i momenti di raccoglimento. Il suo mantello protettivo accoglie e racchiude le nostre vite, offrendo respiro e infinito, nella buona e nella cattiva sorte.
Stasera sto qua e affido a lui una preghiera per le persone che amo, affinché porti conforto, luce, speranza.
Guardo il cielo di notte e rinnovo il mio sì alla vita.

Respirando

“Qualche volta respiro più forte e all’improvviso, grazie anche alla mia continua distrazione, insieme al mio petto si solleva il mondo. Magari non l’Africa, ma grandi cose comunque.
Il suono di un violoncello, il rumore di una intera orchestra, il jazz rumoroso accanto a me, sprofondano in un silenzio sempre più fondo, fondo, soffocato.
La loro scalfittura leggera collabora (come un milionesimo di millimetro collabora a fare un metro) a quelle onde da tutte le parti che si generano, che si spalleggiano, e fanno il contrafforte e l’anima di tutto.”

Henri Michaux, Respirando, in “Brecce”, La notte si muove

  In queste caldi notti d’estate, affacciata alla finestra per intercettare un filo d’aria fresca, respiro e lascio che la vita scorra.

Nientemeno che il senso della vita

Lunedì mattina comincia così, con questa richiesta di una donna con un lungo percorso di malattia: “Sono stanca, finora ho lottato ma adesso non ce la faccio più. Mi dia lei una motivazione per andare avanti.”
Nientemeno.
Il punto è che le mie risposte non servono a lei. Posso solo accompagnarla nel cammino di ricerca, perché il senso della vita non è una verità comunicabile, non è una formula, è un percorso che cambia nel tempo, e che richiede continui adattamenti e riflessioni.
Quando mi occupavo di formazione, ogni tanto in aula facevo un’esercitazione. Chiedevo alle persone: “per cosa vorreste essere ricordati dopo la vostra morte? Potete anche pensare alla frase che vorreste scrivere sulla vostra tomba”. L’impatto era un po’ forte, suscitava gesti scaramantici e risatine nervose, però poi, quando ci si mettevano veramente, emergeva velocemente ciò che era davvero importante per loro, i valori che li guidavano.
Il senso della vita sta nel realizzare i nostri valori, i nostri talenti, nel dare risposte ai dolori della vita, nel farsi domande, nel cercare.
Nasce dall’ascolto di noi stessi, da ciò che scopriamo attraversando le varie esperienze di vita; nasce dal dialogo con altri compagni di viaggio, dalle letture, dalle testimonianze di vite altrui che ci colpiscono e ci parlano.
Per me il senso della vita sta nelle relazioni: dalla cerchia stretta delle persone che amo, in cerchi via via più larghi verso le persone che incrocio anche solo per un breve tratto di strada, fosse anche solo il commento a un post.
Vivo di relazioni. Il mio lavoro è fatto di relazioni. E poi guardo…. Guardo continuamente il mondo intorno a me, trovando le piccole bellezze di ogni giorno, quelle quotidiane che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.
Ma ovviamente il senso che ricavo da tutto ciò viene dal percorso che mi ha portata fin qui, da ciò che sono io. Ne do semplicemente testimonianza. E questo stesso blog vorrebbe essere testimonianza proprio del senso che la vita ha per me.

Chiudo questo post con un brano tratto da “Quando i tetti crollano” in Brecce, di Henri Michaux. È il dialogo tra l’abate e il nuovo arrivato:

Il nuovo arrivato
Le preoccupazioni, il ritorno dei pensieri incompiuti bastavano, per fare cerchio intorno a me; le ripugnanze, le abitudini mediocri, i fantasmi invisibili.

L’abate
(…) Quel cerchio non deve più essere. Smetterai di nutrirlo. A questo scopo, devi spostare il tuo centro. Adesso aiuterai un altro. Gli recherai le luci di cui ha bisogno per aspersi guidare.

Il nuovo arrivato
Come farò? Io che non posso aiutare me stesso, io che aspetto la luce.

L’abate
Nel donarla, l’avrai. Cercandola per un altro. Il fratello accanto a te, devi aiutarlo con ciò che non hai. Con quel che tu credi di non avere, ma che è, che ci sarà. Più profondo del tuo profondo. Più sepolto, più limpido, torrenziale sorgente che senza tregua scorre, chiamando a condividere.
Va’. Tuo fratello aspetta la parola di vita.”

Ecco. I cerchi del non senso iniziano a spezzarsi quando ci apriamo alla vita, agli altri. Quando usciamo dal nostro ristretto orticello e ci impegniamo nel donare qualcosa alla vita, nel mettere in circolazione ciò che abbiamo. “Nel donarla, l’avrai”.
Accade veramente.