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Guardare

“Bisogna guardare, e guardare è così difficile. Noi siamo abituati a pensare. Riflettiamo tutto il tempo, in modo più o meno felice, ma nessuno ci insegna a guardare. È un processo lungo. Richiede parecchio tempo, imparare a guardare. Uno sguardo che pesa, che interroga.
(…)
A me interessa un unico aspetto della fotografia. Ce ne sono tantissimi altri, ma ciò che mi commuove, che mi appassiona, è lo sguardo sulla vita, una specie di interrogazione perpetua e una risposta immediata.”
Henri Cartier-Bresson, “Vedere è tutto”

Sono completamente d’accordo. Guardare è l’attività costante delle mie giornate. E non solo perché ho la fortuna di possedere la vista. Guardo continuamente, e alleno lo sguardo. Guardo e ascolto. E ascolto anche attraverso lo sguardo.
Guardo la vita in tutte le sue manifestazioni: persone, cose, natura, prodotti dell’attività e dell’ingegno umano…
“interrogazione perpetua e risposta immediata”.

Guardare la bellezza

Il bello della fotografia è che allena lo sguardo. Cammino per strada senza meta, solo per provare un obiettivo. E guardo. Nello specifico, avendo un’ottica fissa 50mm e volendo sperimentare il diaframma 1.8, mi avvicino e osservo il dettaglio. E trovo. Trovo ciuffi di verde che spuntano dall’asfalto del marciapiede, foglie di rampicanti che si muovono nella brezza, pozzanghere che rimandano immagini, lucchetti e catene alle cancellate dei parchi, marchi impressi nel ferro… Un mondo di piccole cose, con la loro bellezza. Un mondo che perlopiù sta al suo posto senza essere notato, o se è notato è dato per scontato. Guardare fa vivere quel mondo, lo anima e lui, per gratitudine, ti mostra la sua bellezza nascosta. Magari piccola, ma presente. Così, camminare intorno all’isolato di casa diventa una scoperta, un piccolo viaggio in un mondo inaspettato.
La bellezza è nelle cose e nel nostro sguardo. Ci vogliono entrambi, ed è un incontro che cambia di volta in volta, trasformandoci.
Mi colpisce sempre come la mia percezione di un volto cambia dopo un po’ che parlo con la persona. E anche lì allo sguardo si svela sempre una qualche bellezza.
Più si guarda, più si vede. Guardare cambia lo sguardo e il mondo che da quello sguardo è visto.
Mi piace.

Mattina libera

Una mattina libera, aspettando che l’elettrauto faccia il suo lavoro. Cammino per la città che si risveglia, e un grattacielo invaso dalla luce rosa del sole che sorge mi fa girare gli occhi verso quel piccolo spicchio di cielo visibile anche da qui, soffocato dai palazzi che chiudono l’orizzonte e limitano il respiro dello sguardo. Questo sguardo che inciampa su confini di cielo troppo stretti è una delle poche cose che mi dispiace del vivere in questa città. Riesco a trovare spazi verdi, alberi da guardare, ma le albe e i tramonti qui si fanno desiderare, e si mostrano solo in qualche riflesso alto nel cielo, che supera le barriere dell’edilizia urbana. Pazienza. Prendo il lato buono e mi faccio sorprendere e stupire dagli sprazzi che vedo, quando li vedo.
Cammino col senso di libertà dell’andare senza meta, nell’aria fresca che non fa rabbrividire, e guardo, guardo frammenti di vita che scorrono con me.
Sono nella mia vita, e questo mi rende felice. Pur nelle difficoltà che ci sono.
Ho iniziato l’anno con questo senso di quiete interiore, mare profondo che sta anche se la superficie si agita.
Sono grata. Provo ciò che David Steindl-Rast dice nella conferenza citata qui. Comprendo profondamente le sue parole perché le vivo.
E qui, in questo bar piuttosto affollato, col rumore del chiacchiericcio e dell’inevitabile musica di sottofondo, riesco persino a concentrarmi e a scrivere.
Sono felice, di quella felicità che scorre come un ruscello di montagna, vivace e tranquillo.
Leggerezze e pesantezze convivono in equilibrio. E io riprendo il cammino.

Guardare ed ascoltare

Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. lo siedo alla finestra e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.
Umberto Saba, Meditazione, dal Canzoniere

E’ così anche per me: guardare ed ascoltare sono la mia forza.

Io guardo, in continuazione: sono in auto la mattina per andare al lavoro e i miei occhi osservano lo stesso percorso, ma ogni giorno diverso; ogni giorno qualcosa di nuovo attira la loro attenzione. Conosco l’avanzare delle foglie sugli arbusti al lato della strada: le guardo mentre son ferma al semaforo; ci sono molti semafori per andare al lavoro, e ad ogni rosso, guardo; mi incantano i riflessi sui vetri e sui cofani concavi delle auto in movimento: vedo sfilare lì il paesaggio che sta ai lati; e vedo ricrescere dall’asfalto erbe indomite, rispuntare foglie su rami tranciati.

Guardo volti per molte ore della mia giornata; guardo stati d’animo che trasudano dai corpi in movimento per i corridoi dell’ospedale; incrocio sguardi e gesti che mi parlano di ansie, timori, dolori, tensioni, rabbie.

E mentre attraverso i giardini per andare da un edificio all’altro dell’ospedale, guardo il cielo, le piante, le panchine, i fiori. Per poi tornare nuovamente ai corpi e ai volti umani.

Poi ascolto: è in assoluto la cosa che più amo fare. Ascolto persino le conversazioni che mi arrivano sui mezzi pubblici, ascolto frammenti di discorsi per strada. E ovviamente ascolto le storie che le persone mi raccontano, ascolto le vite che incontro. Ascolto e provo a rispondere, e poi torno ad ascoltare ancora. Fiumi in piena, fiumi in secca. (Ne avevo già parlato in questo post: L’ascolto)

Citando don Juan, lo stregone raccontato da Castaneda (letture di trent’anni fa!!!!): “Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato.”

Così io guardo, guardo e ascolto. Senza fiato. Con stupore, meraviglia. Con fatica e pesantezza. Risuonando con gli stati d’animo che incontro, esprimendo gli stati d’animo che vivo.

Guardo e ascolto: questo è il mio viaggio quotidiano nel mondo.

Guardare il cielo

Ieri ho fatto la mia passeggiata seguendo il tramonto: svoltavo nelle vie che mi consentivano di vedere il cielo rosa-arancio mosso da nuvoloni… Milano non offre grandi aperture di orizzonte, bisogna accontentarsi, e io mi accontento.

Riflettevo su un pensiero di Simone Weil che avevo letto prima di uscire: “La gente che salta a piè pari verso il cielo, assorta tutta nello sforzo muscolare, non guarda più il cielo. E lo sguardo è la sola cosa efficace in questo lavoro. Poiché fa scendere Dio. E quando Dio è sceso fino a noi, ci solleva, ci dà le ali.”

Io non sono credente, e adatto questa frase alla mia ottica laica. Dio rappresenta la nostra dimensione spirituale, la capacità umana di trascendere i propri stretti confini egoriferiti. Per me Dio è la vita.

Guardare il cielo, concretamente e simbolicamente, apre alla vita e mi dà ali per non farmi intrappolare in un quotidiano troppo concreto ed angusto.

Lo sguardo è fondamentale per me: è il ponte tra la realtà concreta e la vita che mi attraversa e va oltre. Lo sguardo mi fa cogliere la pienezza delle cose, la vita nella sua incarnazione; mi fa stare nel qui e ora. Ma mi apre anche al senso di infinito.

Terra e cielo.

Quando cammino e guardo sto bene, mi sento al mio posto nel mondo. Insieme agli altri, qui e ora, sotto il cielo.

Guardare la bellezza

Faccio le mie passeggiate veloci per benessere fisico, ma per il benessere psicologico ho bisogno di camminare anche lentamente. Ho bisogno di guardare la vita che scorre e di far entrare in me le immagini che mi colpiscono… sguardi contemplativi più che futuristi.

Anni fa chiesi a mio marito di darmi una lezione di disegno. Lui mi mise davanti una caffettiera, una tazza e una mela, appoggiati su fogli bianchi. Mi diede alcune indicazioni, ma soprattutto mi disse che dovevo guardare. Cominciai a guardare e a seguire le sue indicazioni. Dopo un po’ ero totalmente immersa nelle linee della caffettiera, affascinata dai giochi di luci e ombre, concentrata nel cercare di riprodurre quelle linee e quelle forme. Ma la cosa più stupefacente fu che, dopo un po’, quei tre oggetti erano diventati bellissimi, ricchi di dettagli, di sfumature… Erano diventati un mondo. Un mondo non statico, perché spostando leggermente i fogli bianchi cambiavano anche i giochi di luci, dando al tutto sfumature diverse. Non mi stancavo di guardare, affascinata.

Ecco, quell’esperienza è diventata per me una metafora della vita. Il quotidiano che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, che conosciamo in superficie, nel momento in cui ci soffermiamo a guardarlo davvero si dischiude e ci mostra la sua ricchezza.

Come racconta una storia zen: prima dell’illuminazione, gli alberi erano alberi, la terra era terra, il cielo era cielo. Dopo l’illuminazione, gli alberi erano alberi, la terra era terra, il cielo era cielo. Ma che differenza!

Per me guardare davvero è aprire una porta che sembra stretta e angusta e ritrovarsi a rimirare l’orizzonte infinito. E’ un clic che scatta, sorprendente.

Ho bisogno di quegli sguardi per ritrovare il centro; ho bisogno di quegli sguardi di bellezza per stare in equilibrio sulle difficoltà e sulle angosce della vita; ho bisogno di quegli sguardi perché mi danno ossigeno per respirare a pieni polmoni.

So bene che non c’è solo bellezza intorno a noi. Ma io la cerco, perché mi fa stare bene, mi cura.

Tempo fa stavo entrando in ospedale, dove lavoro. Nel tratto tra il parcheggio e l’ingresso ci sono dei prati;  vedo un brillio e mi fermo a guardare. C’era della rugiada sui fili d’erba e sulle foglie dei trifogli, e il sole colpiva quelle gocce facendole sembrare diamanti colpiti dalla luce. Era bellissimo. Uno spettacolo in pochi centimetri quadri. Ho iniziato a lavorare portando con me quella vista, quella gioia.

Se ho dentro di me il calore della bellezza della vita, posso provare a reggere il male della vita, il dolore che incontro. La ricerca della bellezza scalda me e credo che arrivi a scaldare un po’ anche le persone che accompagno per un tratto del loro percorso.

Così continuo la mia ricerca, tutti i giorni, nello stupefacente quotidiano.