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Affacciarsi al mondo. E buon compleanno.

Affacciarsi al mondo, oltre gli steccati che ci trattengono. Oltre le reti, a maglie strette o larghe. Reti interiori, reti della vita. Reti reali o temute. Grate che trattengono e al tempo stesso consentono il balzo, la salita.
Ostacoli, opportunità. Vita, comunque.

“In nessun dove, amata, ci sarà mai mondo se non in noi…”
Rilke, Settima Elegia duinese

Cinquantaquattro anni fa mi sono affacciata alla vita per la prima volta. E ogni giorno mi affaccio.
Con gratitudine, festeggio il mio compleanno.

Compleanno di blog e bagni di realtà

Un anno fa, di questi giorni, mi affacciavo timidamente al mondo WordPress pubblicando il mio primo post.
Stasera desidero festeggiare questo compleanno raccontandovi un’esperienza fondamentale di quest’anno.
Cominciata così, come un fulmine a ciel sereno. Perché nella vita capita spesso (sempre?) ciò che non ti aspetti.
Tutti noi ci facciamo i nostri film: desideri, aspettative, credenze, profondamente radicati in noi, così profondamente da essere parte di noi, parte che diamo per naturale, scontata, come il cielo sulla nostra testa. E che per questo non mettiamo mai in discussione, non vediamo mai con occhio critico.
Poi la vita va nella direzione in cui va, diversamente dalle aspettative, dai desideri, dalle credenze, e facciamo duri bagni di realtà.
Ciò che diventiamo dopo quei bagni, attraverso quelle esperienze, può essere una crescita o una semplice sopravvivenza da arrabbiati o da delusi. Dipende dalle risorse che abbiamo, interiori e non.
Quest’anno, un problema di salute di mio marito, di per sé non grave ma invalidante al punto che non gli ha consentito e non gli consente tutt’ora di fare il suo lavoro, ha creato una serie di conseguenze e di difficoltà non indifferenti, su vari piani. Non voglio entrare ora troppo nel personale, che peraltro riguarda lui e la sua storia, comunque questa vicenda è stata -ed è- un grosso bagno.
Eppure, quest’anno difficile e faticoso ha lavorato in noi obbligandoci a tirare fuori molte risorse, anche quelle che non pensavamo di avere. Ciascuno le sue.
Il bagno di realtà è un muro contro cui sbatti e che ti obbliga a cambiare strada. Ci vuole tempo per capire che quel muro non viene giù. All’inizio non ci credi, non riesci neanche a concepire l’idea che possa accadere davvero. Si chiama negazione, ed è la prima reazione di difesa a un evento, una situazione che ti sta cambiando profondamente la vita. Sapevo benissimo cosa fosse, ma quando ci sono stata dentro non me ne sono accorta subito, ho avuto bisogno di tempo per realizzare. Guardavo le crepe del muro pensando fossero spiragli che si sarebbero allargati fino a farci passare. Non è stato così.
Però credere nell’apertura degli spiragli mi ha dato il tempo per abituarmi al cambiamento, per imparare a starci dentro, a navigare in quelle acque. La speranza, anche se un po’ illusoria, mi ha fatto camminare, andare avanti, incontro alla realtà del muro. Finché l’ho visto, lì, nella sua irremovibilità, mentre già mi stavo muovendo su un’altra strada, quella possibile, scoperta passo dopo passo, giorno dopo giorno.
Ecco, quello che ho scoperto di me è che la mia natura da fondista è più forte di quel che pensavo. Non amo le sfide, e se posso fermarmi un passo indietro al limite che sento, mi fermo.
Il muro mi ha costretta a camminare oltre il limite, un passo alla volta, lentamente. Non mi ha sfidata, semplicemente non mi ha lasciato alternative. Un amico mi ha ricordato che anni fa dicevo che se mi fossi ritrovata in una situazione estrema, tipo campo di concentramento, o anche “solo” sopravvissuta su un’isola deserta tipo Cast Away, il film con Tom Hanks, mi sarei lasciata morire, non avrei avuto la forza di lottare per sopravvivere. Oggi non lo direi più. Oggi dico che proverei a vivere, un giorno alla volta.
E lo dico perché lo sento, perché il cammino percorso mi ha dato fiducia nelle mie forze, mi ha fatto sentire che le gambe reggono, mi ha dato un passo possibile che alterna sforzo e riposo, tenuta, scoramento, ripresa.
Ad oggi, fin qui. Domani si vedrà.
Mio marito invece ha imparato cose diverse, ha sperimentato altri percorsi. Da lottatore, sfidante, ha dovuto imparare la resa, sperimentare il reset delle sue forze per trovarne di nuove, di tipo totalmente diverso.
Lo stesso muro ha richiesto a ciascuno di noi risorse differenti per essere affrontato.
E il lavoro continua.
I bagni di realtà fanno sempre paura, ma possono essere fonte di salute psicologica. E grazie ai muri che non vengono giù, scopri sentieri che mai avresti percorso. Nel bene e nel male, nelle possibilità e nei limiti.
È stato un anno faticoso, e ancora lo è. Ma un anno prezioso. Scrivere sul blog, incontrarvi e dialogare con voi, ha arricchito le mie giornate e alleggerito molte serate. Un po’ scherzando e un po’ no, ho spesso detto che il blog era il mio Citalopram. Scrivere per elaborare e condividere, un ottimo antidepressivo.
Sono felice di quest’anno di blog, felice che siate in qualche modo nella mia vita. Alcuni di voi che conosco meglio sono anche nel mio cuore.
E il cammino continua…

E son cinquantatré

Oggi è il mio compleanno e sono contenta.
Sono viva, e non è poco.
Ho un lavoro, e non è poco neanche questo. E per di più mi piace, lo faccio con passione.
Ho relazioni significative, rapporti di amicizia profondi, una famiglia, amo e sono amata.
Con l’apertura del blog mi si è aperto anche un nuovo mondo di relazioni, e alcune sono diventate presenze importanti nella mia vita, persone a cui voglio bene, che sono nei miei pensieri e nel mio cuore, anche se non so che faccia abbiano.
Ho una macchina fotografica che mi rende felice ogni volta che mi faccio prendere da lei e dal suo obiettivo, ogni volta che inquadro un’immagine di vita.
Poi ho le mie preoccupazioni, le ansie, qualche notte insonne; ho le paturnie, i momenti difficili, faticosi, di sconforto e di timori.
Le mie caviglie e la mia schiena guardano con orrore le bellissime scarpe tacco dodici, oramai importabili. Ombretti e mascara stanno nel cassetto perché l’occhio sinistro è suscettibile, e si irrita per nulla. L’eterna lotta con la bilancia è sempre più faticosa, perché gli sgarri si compiono in un attimo e vanno via dopo settimane di rigore. Le ginocchia non sono più quelle di una volta, e nemmeno le anche e le spalle. Convivo con i normali acciacchi che ognuno dei cinquantatré anni passati ha portato con sé.
Ma questi cinquantatré anni hanno portato anche esperienze, vita ricca e significativa. Per citare le memorie di Neruda: “confesso che ho vissuto”. E vivo.
Mi considero fortunata. E fin qui sono arrivata.

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P.S. Questo è un posto davvero particolare, dove mi sono molto divertita a fare foto. Per i milanesi, è l’area dell’ex Innocenti, dietro all’Esselunga di Rubattino.

Tornando a casa

Finita la giornata di lavoro, aspetto la navetta, prima tappa del rientro a casa. Giovani futuri medici si raccontano la loro giornata in reparto, già con la cattiva abitudine di citare organi o malattie e mai il paziente “sono andata in chirurgia vascolare a vedere l’arto amputato…” “…in oncologia quel colon…” Passano poi ai pettegolezzi ospedalieri, così metto le cuffie anche se non avrei voglia di ascoltare musica ma ho ancor meno voglia di sentire altre parole.

Passo poi al tram affollato e, sorda al vociare che mi circonda,  mi concentro sui volti: altri giovani studenti parlano animati e mi chiedo come sarà la loro vita tra dieci, quindici anni: che adulti saranno? Che lavoro avranno trovato? Avranno realizzato le loro aspettative professionali?  Saranno sani, vivi, avranno avuto esperienze difficili…? Una coppia anziana si siede di fronte a me, sembrano sereni, hanno volti distesi… Nello scendere vedo un’anziana  signora distinta, col cappello di pelliccia e le scarpe antiche con i fiocchetti: avanza curva sul bastone… Come sarà stata la sua vita? Che giovane donna sarà stata? Avrà realizzato qualche sogno?

Mi incammino verso casa. Penso al signore di cui ho parlato nel post “Compleanno”. Domani mattina tornerà in sala operatoria per cambiare la pompa. Come passerà la notte? E  la moglie, a casa, riuscirà a dormire? Oggi, al di là delle parole, ci siamo salutati con gli sguardi, con gli abbracci.

Mi fermo al supermercato, e mentre a casa ripongo la spesa penso ai chirurghi che domani lo opereranno: cosa staranno facendo, ora? E gli anestesisti, e tutto il personale di sala? Spero che abbiano tutti una buona serata, che dormano bene e domani arrivino riposati e pronti.

In questa piccola cucina, c’è tutto un mondo… I miei pensieri raggiungono quelle vite e le vite delle persone a cui voglio bene. Ora ci sono anche le vite dei miei amici blogger, vite di cui comincio a conoscere frammenti e che stanno diventando così familiari e intime.

In questa cucina ci stanno tutti. Tutti lontani eppure così vicini. Case con le luci accese in cui si prepara la cena, stanze d’ospedale in cui si cerca la quiete, in cui ci si fa coraggio o si gioca a carte col vicino di letto…

Siete tutti qui con me, mentre accendo il gas e ci metto su la pentola.

 

Compleanno

Oggi in ospedale abbiamo festeggiato un compleanno un po’ particolare: i due anni di cuore artificiale di un paziente. Che poi, il cuore artificiale è in realtà una piccola pompa che aiuta il cuore a pompare meglio.

Era una festa a sorpresa…Pensava di venire per un controllo, e invece si è ritrovato l’accoglienza di tutti noi. Siamo in tanti, qui: chirurghi, medici, infermieri, ingegneri… Guardo il signore sorpreso, commosso, con la moglie accanto a lui, altrettanto emozionata. Sorridono, ridono, piangono. Strette di mano, baci e abbracci.

Conosco le loro fatiche di questi due anni; momenti difficili, momenti buoni. Ma comunque due anni di vita che senza questa piccola pompa non ci sarebbero stati.

Guardo tutte queste persone che, a vario titolo, si sono impegnate  per rendere possibile questo giorno e i prossimi a venire.

Dietro i volti distesi di oggi, i sorrisi, le battute, ci sono ore di impegno, di fatica, di preoccupazioni, di dolore, di sacrifici. Di tutti: personale sanitario, paziente, familiari.

Fatiche di pionieri. Ma questi due preziosi anni di vita sono vita per lui e possibilità e speranze per altri che verranno. I pionieri aprono strade impervie che un giorno, forse, diventeranno normali strade più facilmente percorribili per un numero maggiore di persone.

Guardo i pionieri. C’è bisogno di festeggiare, di trarre energia dai successi per reggere le frustrazioni e il dolore degli insuccessi. Fuori da questa stanza riprenderanno le battaglie. Ma ora, spazio ai sorrisi, ai brindisi, alle speranze.