Archivio mensile:agosto 2013

Palude urbana (La Darsena)

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Non prendevo in mano la macchina fotografica da più di un mese… Uscire dal letargo significa anche tornare alle mie attività rigeneranti, tornare a guardare il quotidiano con occhi attenti e curiosi.
Così oggi sono uscita per una passeggiata contemplativa e ho ripreso confidenza con la mia Canon.

Già mi sento meglio.

Fine del letargo

Socchiudo le finestre e metto una felpa leggera. Dopo il temporale la luce del tramonto brilla sui tetti e sull’asfalto bagnato. E cala velocemente la sera.
Sono contenta che l’estate stia finendo. Anzi, psicologicamente, per me è già finita con i primi temporali che hanno spazzato l’afa e l’umidità e con il rientro al lavoro.
Questo clima, atmosferico e interiore, mi quieta e mi consente di riaprirmi: cammino per la città ascoltando Corelli, torna la voglia di muovermi e di fare. Esco dal letargo estivo, mi stiracchio, annuso l’aria frizzante del mattino, mi guardo intorno, riassaporo il piacere di sentir fluire più energia.
La città si rianima, e io con lei. Con questo spirito, lo zaino in spalla pesa meno.

Flessibilità

“Che si avverino i loro desideri e che diventino indifesi come bambini, perché la debolezza è potenza e la forza è niente. Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte è rigido. Così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza. Ciò che si è irrigidito non vincerà.”
Stalker, Tarkovskij.

Quanto lavoro per mantenersi flessibili, nel corpo e nella mente! Eppure la flessibilità adulta, conquistata con fatica e frutto di consapevolezza, è la miglior fonte di benessere per la nostra vita.
Riparto con impegno anche su questo fronte.

Apartment therapy e rientro al lavoro

Ringrazio Pablo per avermi suggerito la lettura di “Apartment therapy” di Maxwell Gilligham-Ryan, libro interessante e ricco di spunti di riflessione (disponibile anche in e-book).
Dopo aver buttato via cose e fatto le pulizie a fondo (vedi post precedenti) ciò che lì ho letto ha avuto un significato assolutamente tangibile.
“Si è molto più sensibili nei confronti dello spazio di quanto si pensi. (…) Quando entri in una stanza, assorbi tutto quello che hai davanti come una spugna asciutta assorbe l’acqua.”
E io ultimamente assorbivo pesantezza. Che era, ed è, nella mia vita, ma la casa me ne ributtava altra addosso, con le sue librerie traboccanti, le pile di libri sul tavolino davanti al divano, le cose che non riuscivano più a trovare una collocazione ordinata. Non era un caos, ma c’era comunque troppa roba non più vitale per me e per mio marito.
“Quello che tocchi e senti, così come quello che vedi, entra dentro di te e ti condiziona. (…)
Una stanza può farti sentire turbato o a disagio, oppure a tuo agio e ben accolto.
Le stanze sono potenti.”
È proprio vero che le stanze sono potenti.
Per lavoro mi capita di fare visite domiciliari ed entrare nelle case di persone, spesso mai viste prima. Mi colpisce sempre quanto raccontìno le stanze in cui entro, quante sensazioni, emozioni, quanta vita e quanta storia esprimano. Al di là del gusto personale. Entro in case che mi parlano prima ancora di conoscere chi lì ci vive.
Le stanze sono potenti.
Le stanze sono piene di emozioni.
“La casa in cui vivi contiene molto di più delle cose che possiedi; contiene emozioni che verranno rimesse in movimento. (…) Quando metti in ordine la tua casa, le altre parti della vita seguono a ruota.”
Ho sperimentato proprio questo.
E oggi torno a casa dopo la prima giornata di lavoro e mi sento bene.
Mi sono rimessa in movimento, fisico e psicologico. Ho ripreso le mie camminate veloci per la città, grazie anche al clima che è tornato ad essere più gentile.
La stagione estiva dei concerti si avvia alla conclusione, il mese di settembre apre il periodo dell’anno che più amo. Sono ripartita, riprendo il passo di buona lena. Lo zaino in spalla ha pesi che non si possono alleggerire, ma almeno ho tolto quelli inutili.

Pensieri di fine vacanza

Le mie vacanze stanno per finire e mercoledì riprenderò il lavoro. Stanno per finire anche le pulizie di Pasqua in cui ho incanalato le energie vaghe e inquiete che hanno accompagnato questa calda estate. Calda e faticosa.
Mi sono aggrappata al mio spirito positivo, alle forze sane e ben radicate nel terreno, allo spirito della salumaia.
Con mio marito, abbiamo preso forza dalla bellezza delle musiche ascoltate in questa ricca stagione estiva di concerti, dal dialogo tra noi, dalla complicità a volte seria a volte leggera e capace di farci ridere.
Sono grata alla vita che mi ha dato risorse forti per reggere agli urti, e alla mia famiglia che non ci fa mai mancare il sostegno morale e concreto.
Guardo avanti e confido in un autunno costruttivo.
Mi sento raccolta, concentrata, seria.
Faccio un passo alla volta, attenta a posarlo su pietre salde. Faccio appello a questo spirito per non dar troppo corda all’ansia, alle preoccupazioni e per rimanere nel qui e ora, su ciò che posso fare e sto facendo. Non penso alla vetta da raggiungere, vedo solo la strada che via via si presenta e porta avanti.
Ora mi riposo, e l’aria che gira per casa mi porta il profumo dei panni stesi, nella fattispecie tutte le fodere dei divani e dei cuscini. Guardo le librerie in ordine, il tavolo sgombro, il tavolino nuovamente visibile perché finalmente liberato dalle pile di libri che lo sommergevano. Respiro questa pulizia e questo ordine che fan bene all’anima.
Il viaggio continua.

Del buttar via cose…

C’è un’attività che ogni tanto ho bisogno di praticare: buttare via cose vecchie; fare spazio in cassetti, armadi e librerie; fare ordine, liberarmi di carte, di oggetti inutilizzati e accumulati nel tempo, cacciati in una dimora temporanea poi rimasta definitiva per inerzia, stanchezza, altro da fare; liberarmi di borse, scarpe, vestiti amati che non porto più ma che per un po’ rimangono ad occupare spazio perché non si sa mai.
In queste vacanze, avendo tempo, mi sono dedicata con particolare attenzione alle librerie e a un armadio.
Buttare via (con regolare raccolta differenziata) ha un effetto catartico e mi fa stare bene.
Oltre al piacere di vedere le cose più in ordine, c’è un senso di libertà: via i pesi che gravano inutilmente. E di altri che rimangono, so che finché c’è spazio, possono rimanere, altrimenti, andranno pure loro…
Non è solo una questione concreta, fa bene all’anima. Io metto radici, amo le cose che rappresentano il mio mondo: libri, cd, la mia Kitchen Aid, ma anche le penne sul tavolo, le foto che faccio che quasi ricoprono le ante del frigorifero, la tazza mug che funge da portamatite… Quando sono a casa me le sento intorno e mi fanno cuccia, luogo che mi accoglie e mi scalda. Però nel far cuccia le cose diventano nel tempo troppo pesanti, soffocanti. Non per la quantità (non ho una casa così piena!!), ma per il loro essere non più significative per me. E allora ho bisogno di staccarmi da qualche radice che non raccoglie più nutrimento, ho bisogno di tagliare rami senza più linfa, scrollarmi di dosso le foglie secche.
Mi prende la furia ordinatrice e butto, poto, taglio. E torno a respirare a pieni polmoni, alleggerita, sfoltita. Consapevole dell’inessenziale che ancora mi circonda ma che va bene, e che mi dà piacere. Consapevole dell’essenziale di cui ho realmente bisogno.