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Oggi non è un giorno qualunque 

La sveglia, messa con abbondante anticipo, suonerà tra un’ora, ma io sono decisamente sveglia… ho dormito ben poco stanotte. E dire che ieri sera ero anche tranquilla, ma il sonno si è fatto comunque desiderare. E ora son qui, avvolta nel silenzio e nella quiete, ad ascoltare le onde emotive che arrivano sulla riva. Mi tornano in mente tanti momenti di vita, tante tappe di un percorso che mi ha portata qui, a sposarmi tra qualche ora. Dopo undici anni di convivenza. E dopo tutti questi anni, oggi rinnoveremo quel sì che diciamo ogni giorno: un sì all’altro, un sì alla vita. Perché nel dire quei sì l’amore è cresciuto nel tempo, nel dire quei sì nei momenti difficili si è rafforzato e ci ha nutriti, ha limato spigoli e curato ferite; ci ha resi individui migliori.

Ecco, nelle onde emotive di questi momenti, c’è anche il desiderio di testimoniare una possibilità: leggo spesso affermazioni ciniche o perlomeno disincantate sulle relazioni di coppia. Come se non ci fosse scampo tra l’innamoramento che brucia e si esaurisce e la routine grigia, quando va bene.

Ma la via c’è, ed è percorsa da tantissime coppie che attraversano gli anni insieme e affrontano le fatiche della vita senza inacidirsi, aiutate dall’amore reciproco. E quando il cielo si fa più buio e i nuvoloni preparano quei temporali che ti fanno dubitare e ti allontanano dall’altro, allora esplorano le terre della pazienza e del rispetto, dell’attesa e della fiducia.

Recentemente ho letto in rete un proverbio: “If you want to go fast, go alone. If you want to go far, go together.”

Oggi compiamo un altro passo insieme. Ora mi alzo e vado a farmi bella.

Albero d’autunno

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Incontro quest’albero tutti i giorni, mentre passo da una palazzina all’altra dell’ospedale.
Oggi i suoi rami non del tutto spogli mi hanno fatto pensare ai tanti rami invernali che ho fotografato, belli ed essenziali nel loro protendersi verso il cielo senza orpelli.
Quest’albero autunnale, però, coi suoi rami in transizione, oggi mi ha messo un po’ di tristezza. Guardandolo, mi sono venuti in mente questi versi di Emily Dickinson:
“Chi indossa la sua pena
Il mattino che è nuova
Soffre più che a portarla
Un’intera esistenza.”
Non credo che sia proprio così, però guardando quell’albero stasera pensavo a quanta fatica facciamo per adattarci a un cambiamento doloroso, per abbandonare ciò che ha fatto parte di noi, della nostra vita. L’inizio è sicuramente molto duro. La pena che indossiamo la mattina che è nuova fa un gran male.
La transizione ci tiene legati a ciò che c’è ancora, ma che è già solo più l’ombra di ciò che era. Foglie secche, pronte a cadere.
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Foglie che ricordano tempi che non ci sono più. Foglie che rimangono attaccate, legami che non si sciolgono. Faticosa e dolorosa transizione.
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Finché un giorno arriva il vento che libera i rami da ciò che non ha più vita.
E la vista cambia. Rami definiti, forti della loro essenzialità.
Amo i rami invernali, li guardo con tenerezza e commozione. Li trovo bellissimi.
Stasera, però, è tempo d’autunno.
Tempo di pazienza e di fiducia.

Il dispiegarsi della vita attraverso le generazioni

Ieri ho letto un bel post di Mr. Incredible: Non c’è Due senza Tre. Parlava dei suoi tre figli, e mi ha molto colpito lo sguardo amorevole con cui li ha raccontati. In particolare il primogenito, così diverso da lui. Sguardo amorevole capace di vedere e di accogliere le differenze, prendendole per come sono, rispettandole e dando loro sostegno con quello sguardo.

Mi ha fatto pensare. Anch’io sono una figlia apparentemente molto diversa dai miei genitori, e sono cresciuta sotto il loro sguardo amorevole e accogliente, sguardo spesso disorientato di fronte a una figlia chiusa e taciturna, barricata nella sua stanza come nel suo mondo interiore, inaccessibile a loro. Eppure, nonostante non sapessero bene chi fossi, (e alcune parti di me le hanno conosciute solo ora, leggendo il mio blog) mi hanno sempre sostenuta trasmettendomi fiducia e amore.

Quello che volevo dire a Mr. Incredible è che il terreno è importante.
Siamo semi gettati in terre che possono favorire oppure ostacolare la nostra crescita. Poi ci sono gli eventi esterni che danno pure il loro contributo. Un bel seme che cresce in uno splendido terreno, ma che è investito da piogge e tempeste, avrà le sue difficoltà a crescere.

La vita di ciascuno di noi è il risultato di un’alchimia di fattori davvero complessa e misteriosa. Verso la quale bisogna avere fiducia e speranza, perché non si sa mai cosa possa nascere da cosa. Ci sono semi gettati in terreni tremendi, spazzati da venti e ostacolati da gramigne, che proprio da lì, da quelle difficoltà traggono forza per dispiegare i propri talenti. Altri che invece sotto il gelo di inverni prolungati soccombono. Ma comunque non si può mai dire, perché a volte da radici esauste rinasce pur sempre qualcosa.

Certo è che quando il terreno è buono, e dà nutrimento sano, offre basi migliori e solide su cui radicarsi per slanciarsi verso il cielo.

E ancora una cosa voglio raccontare a Mr. Incredible.

Per quanto apparentemente diversa dai miei genitori, negli anni ho capito di essere figlia dei loro talenti nascosti, di quelli che hanno avuto meno modo di sviluppare.

Vengo da una famiglia che ha messo su un’azienda partendo da zero, che ha sempre fatto i conti per far quadrare bilanci difficili, e io non ho il minimo spirito imprenditoriale, sudo sui conti che solo negli ultimi anni, per stringente necessità, ho dovuto affrontare, ma rimangono corpi estranei con cui devo convivere. Loro si sono impegnati nel mondo concreto, lì hanno realizzato le loro capacità, io mi sono impegnata nel mondo interiore, e i conti con quello concreto ho iniziato seriamente a farli dopo i quarant’anni.
Li ringrazio perché il loro impegno nel mondo concreto ha consentito a me l’impegno su quello interiore, che per molto tempo non ha prodotto reddito sufficiente a vivere bene.

Ma quel mondo interiore che io ho coltivato ha raccolto dal terreno tracce inespresse, frammenti di vita lasciati da loro, che si sono mischiati al seme che sono io, e il tutto si è mischiato con gli eventi esterni che ho incrociato, producendo ciò che sono ora.

Sento scorrere nelle mie vene anche frammenti di vita dei nonni, anche qualcosa di loro è in me: attitudini, talenti, sguardi, modi, gesti… la capacità di ascolto di mia nonna materna, lo spirito artigianale del nonno, la pazienza e l’affidamento dell’altro nonno, l’energia vitale e generosa della nonna paterna. Sono in me. E’ in me il mondo interiore di mia madre, la sensibilità di mio padre. E’ in me il crescere di mia sorella nonostante le tante avversità, oltreché l’amore per la musica che lei mi ha trasmesso portandomi ai concerti.

Penso a tutte le vite come figlie delle generazioni che le hanno precedute, figlie che raccolgono eredità e, unendole a caratteristiche individuali, le rilanciano e le rimettono nel circolo della vita.

Trovo meraviglioso questo dispiegarsi della vita attraverso le generazioni. Qui trovo il senso della mia vita, l’essere parte di un processo, un granello nell’evoluzione della specie. Mi lascia senza fiato dalla commozione.

Il giardino dei ricordi

Le mie letture, spesso, non sono propriamente allegre; d’altra parte non mi occupo di cose allegre. Mi occupo di cose che mi fanno pensare e, spesso, mi aiutano a vivere meglio, mi danno la forza per guardare la vita con occhi più fiduciosi. Le testimonianze di vita che incontro nel mio lavoro mi hanno fatto passare tante paturnie, tanti momenti di scoraggiamento e di sfiducia. Vedere come le persone affrontano le avversità spesso dà coraggio anche a me. Non è sempre così, ovviamente, però succede.

Il libro che sto leggendo va tra le esperienze costruttive. “Prima di dirti addio”, sottotitolo: “L’anno in cui ho imparato a vivere”. L’autrice è una giornalista americana, Susan Spencer-Wendel, malata di SLA. Cito un passo che mi ha particolarmente colpita:

“Ero qui. Avevo un anno di vita. Forse più. Ma sapevo che me ne restava ancora almeno uno di buona salute. Decisi, proprio lì, davanti a quel Burger King, di trascorrerlo in modo saggio. Di fare i viaggi che avevo sempre voluto fare e concedermi ogni piacere che avevo desiderato. Di organizzare quello che avrei lasciato indietro. Di seminare un giardino di ricordi per la mia famiglia destinato a fiorire nel loro futuro.

Trovo molto bella l’immagine del giardino di ricordi, che continua a fiorire. E in fondo io penso che questo sia anche un po’ il senso della nostra vita. Mi piace pensarlo così.

Non so quale sia la mia scadenza e non l’immagino a breve, ma comunque mi piace pensare che ciò che vivo siano fiori e piante di un giardino, e che l’amicizia sia passeggiare tra giardini, godendo delle diverse specie che si incontrano, dei profumi, dei colori, delle forme…

Mi quieta, mi consola entrare nei giardini di chi non c’è più, perché quei giardini vivono in me e lì ritrovo ricordi vivi, che ancora sono in grado di parlarmi. I giardini dei ricordi curano l’angoscia perché in qualche modo danno continuità. “Non piangere perché è finita. Sorridi perché è successa.” Ecco, nei giardini puoi trovare anche un po’ di nostalgia, puoi trovare dolore, ma comunque trovi vita.

Così, cerco di prendermi cura del mio giardino. Per l’oggi, per il domani, finché ci sarà qualcuno che avrà trovato bello passeggiarci.

 

 

 

 

 

 

La pazienza

“La pazienza è la cosa più difficile, l’unica che valga la pena di imparare. Tutte le forme della natura, dell’evoluzione, della pace, tutto ciò che al mondo è prospero e bello dipende dalla pazienza, necessita di tempo, di calma, di fiducia, di fede nei processi lenti, che hanno una durata assai più lunga di una singola vita, che non sono pienamente accessibili all’intelligenza di un singolo individuo, e nella loro totalità non costituiscono esperienza di persone, ma di popoli e di secoli.” Hermann Hesse, Letture da un minuto

Mi piace la fede nei processi lenti… Pensare in termini di pazienza e di tempo ha spesso -per me- un effetto calmante, che mi aiuta a stare nel presente. La lentezza mi dà speranza: non deve accadere qualcosa subito, e nel percorso lungo ci sono maggiori possibilità che qualcosa accada. Vivo il presente, l’oggi, ma il respiro è ampio.

Può sembrare paradossale, però proprio quando sono più centrata nel qui e ora l’orizzonte si fa più ampio, nel tempo e nello spazio interiore.

Mi quieta pensare la mia vita come parte del processo evolutivo dell’umanità, sentirmi nel flusso che è stato e che sarà dopo di me… Ovunque possa portare.

So anche bene che questo sentire non elimina la sofferenza, non mi impedisce di percepire la stretta dei miei confini, il contatto dolente con i limiti. Solo dà un orizzonte, e un senso in cui dispiegarsi.

Non è poco.

 

Amore e tradimenti

“Ti prego, se mi ami, sopporta la mia gioia”

Questi sono versi di Edna St. Vincent Millay, una poetessa americana del ‘900. Potenza dei versi: questo mi ha sempre toccata profondamente, parla di una corda della mia natura. E faceva il paio con questi altri suoi versi:

“Ma di certo è impensabile che un uomo / in sì dura tempesta lasci il quieto / focolare e s’imbarchi al salvataggio / di un’annegata per portarla a casa, / sgocciolante conchiglie sul tappeto.”

Sono stata fortunata, perché poi un uomo che ha saputo accogliere la mia gioia e le mie conchiglie sgocciolanti l’ho trovato. E per questo sono profondamente grata alla vita, oltre che a lui.

Ma al di là della mia storia personale, questi versi mi fanno pensare alle ricchezze che ciascuno di noi conserva gelosamente dentro di sé, al desiderio e alla paura di mostrarle, di condividerle.

“Vorrei e non vorrei…” canta Zerlina che sta per cedere alle seduzioni di don Giovanni. Vorremmo ma abbiamo paura di essere feriti, non siamo sicuri di poterci fidare. E a questo non c’è rimedio: non abbiamo nessuna garanzia che l’altro non ci ferirà, non tradirà la nostra fiducia. Un poco, o molto. In più, quando troppe emozioni sono in circolazione, anche la nostra capacità di giudizio vacilla, e possiamo fare madornali errori di valutazione. Quindi, potremo mettere i nostri tesori nelle mani sbagliate e non metterli in quelle giuste, e in mezzo una vasta gamma di possibilità intermedie e di intermedie infelicità.

Però, qui, voglio dare la mia personale testimonianza di fiducia. Non è un invito ad essere tutti quanti fiduciosi, ognuno si regola sulla base della propria storia e delle proprie esperienze. E’ semplicemente la mia testimonianza di fiducia. Fiducia adulta, che si apre gradualmente all’altro, che sa che può essere tradita. E a volte è successo. E’ stato un dolore, ma non la fine del mondo. Mi sono curata le ferite, ma ci ho provato. Amo la vita, e il peggior peccato che sento per me sarebbe quello di rimpiangere rose che non colsi, quando sentivo di poterle cogliere, quando desideravo profondamente farlo.

Mi piace Zerlina: tra tutte le donne del Don Giovanni di Mozart è quella che cade ma si rialza e va oltre. Ferita, torna alla vita e all’amore, miglior modo per curare le ferite.

E questo è i mio augurio per l’anno nuovo: aprirci alla vita e all’amore per la vita. Buon 2013 a tutti!