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Il coraggio della realtà

“Sa, a volte vorrei proprio voltare pagina, buttarmi tutto alle spalle e non avere più questo carico di preoccupazioni. Vorrei che finisse, vorrei tornare a vivere una vita serena, normale. Purtroppo, la realtà è che la soluzione al problema richiederà tempo. Qualche anno, non qualche mese. Sperando che vada bene, e non si aggiungano altri carichi nel frattempo.”
Comprendo bene il suo desiderio, perché anche se i fardelli sono tanti e di diversa natura, il peso è questione umana, così come il desiderio di esserne liberi.
“Invece, mi tocca prendere coraggio e resistere alla sensazione di sentirmi schiacciata. Mi tocca sondare possibilità, non cedere allo sconforto, non cedere alla nostalgia della quiete, e camminare per questo sentiero stretto, a rischio di scivolare ora su un versante ora sull’altro. Un passo alla volta. Ci vuole molta concentrazione, è tempo di serietà.
Perché alla fine ciò che fa stare peggio è farsi prendere dalla voglia infantile di sedersi e lamentarsi, imbronciati col mondo intero. Non è un brutto sogno da cui svegliarsi e scoprire che invece va tutto bene. È la realtà da affrontare.
Però, sa cosa poi succede? Che quando affronto la realtà mi sento meglio.”
Parole profondamente vere.
Lo sconforto ci porta in terre di impossibilità, di paura, di fantasmi dalle forme sfuggenti e mutevoli. Sono terre che risucchiano una gran quantità di energia, e imprigionano come sabbie mobili.
Aiuta avere qualcuno che, stabile sulla terra ferma della realtà, ti dà una mano per uscire da lì. E aiuta farsi coraggio, armarsi del principio di realtà per allontanare i draghi del mondo interiore.
Non cedere allo sconforto, a volte, può essere anche un atto di volontà, fatica cosciente di guardare quel che c’è, così com’è.
Dopo, si è fuori dalla palude. Si cammina, e ogni passo raccoglie un po’ di forza per il passo successivo. Si cammina, si guarda il paesaggio, ci si accompagna con altri viandanti.
Non sarà la felicità, ma la pienezza della vita, sì.

Qui, in compagnia dei miei libri…

Qui, in compagnia dei miei libri e di questo Ipad mi sento in viaggio. Letture, testimonianze di persone, Ted talks: sono compagni che incontro mentre cammino. Ascolto ciò che raccontano del loro viaggio, confronto riflessioni, tesori preziosi che portano con sé e scambiano, condividendoli.
Sono in compagnia, e non sono sola. Sento tutti questi viaggiatori con me, e mi danno energia, coraggio, mi trasmettono la loro forza, e quella forza muove la mia. E insieme andiamo.
L’avventura di questo viaggio sulla Terra è meravigliosa. Sì, certo, a volte terribile. Ma ora vivo l’intensità del sentirmi nel flusso. Intorno a me libri che raccolgono il distillato di studi, sforzi, riflessioni, intuizioni di chi li ha scritti; lì, in quelle pagine, ci sono le loro storie. Non scaffali inerti ma vite pulsanti, cristallizzate in parole scritte che si distaccano e vanno nel mondo, a raggiungere altre vite. Lì, sui ripiani, stanno individui che raccontano… E quando siedo qui sul divano e guardo le librerie di fronte a me, i libri sul tavolino, ecco… non sono sola. Mi sento sostenuta dalle loro testimonianze.
E mentre il pane lievita e la lavatrice lava io sto qui tra tanti compagni di viaggio, immersa nel quotidiano della mia vita e nel flusso della vita che tutti include e accompagna. Profumo di lievito sulle mani, rumore di lavatrice, silenzio interiore, sorriso dell’anima, slancio dello spirito: domenica mattina.

Gocce di speranza

Chiudo “Saggio sulla lucidità” di Saramago con un senso di malessere. E mi ci vuole un po’ per togliermelo di dosso.
Non mi piace questa storia così distruttiva, che uccide le speranze, distrugge i valori. Si potrà dire di tutto, razionalmente, sostenere motivi per cui l’opera ha senso. Non discuto il valore dell’opera. Ma quel che mi rimane è il malessere, e non mi piace.
Lascio Saramago e le mie riflessioni vanno oltre.
Mi tornano in mente i versi di Montale:

“Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
(…)
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”

Ecco, ora non mi basta più. Non mi basta più sapere cosa non siamo e cosa non vogliamo. È già stato detto, abbondantemente.
Ho bisogno di tornare ai fondamentali, e riprendo in mano “Scolpire il tempo” di Tarkovskij.
Ho bisogno di parole costruttive, del coraggio di quest’uomo di porsi le domande fondamentali sulla vita e sullo scopo della sua esistenza, del coraggio di usare parole come verità, ricerca, bellezza, spirito.
Scrive nell’introduzione: “… cominciavo a capire per che cosa lavoravo, a prendere coscienza della mia reale vocazione: del mio dovere e della mia responsabilità di fronte agli uomini…”
Ecco: dovere e responsabilità verso gli uomini.
Io ho bisogno di parole e immagini che diano speranza, che aprano alle possibilità. C’è già troppa rabbia nel mondo, e un artista -come ogni essere umano nel suo piccolo mondo- ha la responsabilità morale di ciò che immette nel mondo, di ciò che ci riversa. Oggi si parla tanto di ecologia, di responsabilità verso il pianeta Terra. E va benissimo, è importante. Ma dei contenuti morali che immettiamo nella nostra vita? Delle scorie morali, delle brutture che deprimono l’animo? Di tutto ciò che è tossico e avvelena lo spirito? Di tutto ciò che toglie speranza, alimenta la rabbia senza dare sbocchi costruttivi?
Io ho bisogno di gocce di speranza. Io, nella mia vita, mi pongo l’obiettivo di cercare queste gocce, di trovarle per me e per le persone con cui parlo. Gocce di bellezza, gocce di verità che risollevano l’animo.
Mi torna in mente la storiella citata da Masticone, quella della coccinella che porta la sua goccia d’acqua per spegnere l’incendio. (Qui:http://masticone.wordpress.com/2013/04/29/la-mia-piccola-goccia/).
Anch’io, come lei, faccio la mia parte, e mi piace ricercare la compagnia di chi la sua parte la fa portando faticosamente la sua goccia d’acqua.

Il giardino dei ricordi

Le mie letture, spesso, non sono propriamente allegre; d’altra parte non mi occupo di cose allegre. Mi occupo di cose che mi fanno pensare e, spesso, mi aiutano a vivere meglio, mi danno la forza per guardare la vita con occhi più fiduciosi. Le testimonianze di vita che incontro nel mio lavoro mi hanno fatto passare tante paturnie, tanti momenti di scoraggiamento e di sfiducia. Vedere come le persone affrontano le avversità spesso dà coraggio anche a me. Non è sempre così, ovviamente, però succede.

Il libro che sto leggendo va tra le esperienze costruttive. “Prima di dirti addio”, sottotitolo: “L’anno in cui ho imparato a vivere”. L’autrice è una giornalista americana, Susan Spencer-Wendel, malata di SLA. Cito un passo che mi ha particolarmente colpita:

“Ero qui. Avevo un anno di vita. Forse più. Ma sapevo che me ne restava ancora almeno uno di buona salute. Decisi, proprio lì, davanti a quel Burger King, di trascorrerlo in modo saggio. Di fare i viaggi che avevo sempre voluto fare e concedermi ogni piacere che avevo desiderato. Di organizzare quello che avrei lasciato indietro. Di seminare un giardino di ricordi per la mia famiglia destinato a fiorire nel loro futuro.

Trovo molto bella l’immagine del giardino di ricordi, che continua a fiorire. E in fondo io penso che questo sia anche un po’ il senso della nostra vita. Mi piace pensarlo così.

Non so quale sia la mia scadenza e non l’immagino a breve, ma comunque mi piace pensare che ciò che vivo siano fiori e piante di un giardino, e che l’amicizia sia passeggiare tra giardini, godendo delle diverse specie che si incontrano, dei profumi, dei colori, delle forme…

Mi quieta, mi consola entrare nei giardini di chi non c’è più, perché quei giardini vivono in me e lì ritrovo ricordi vivi, che ancora sono in grado di parlarmi. I giardini dei ricordi curano l’angoscia perché in qualche modo danno continuità. “Non piangere perché è finita. Sorridi perché è successa.” Ecco, nei giardini puoi trovare anche un po’ di nostalgia, puoi trovare dolore, ma comunque trovi vita.

Così, cerco di prendermi cura del mio giardino. Per l’oggi, per il domani, finché ci sarà qualcuno che avrà trovato bello passeggiarci.

 

 

 

 

 

 

Una donna combattiva

Entro nella stanza e trovo una donna seduta sul letto con molta voglia di parlare. La prima domanda che le faccio è il “la” che dà il via al racconto della sua vita.

Mi piace molto questa donna: piena di vita e di energia nonostante una storia molto pesante e tutt’ora piena di problemi, non solo di salute. Mi piace il suo spirito: non si lamenta, non recrimina, accetta ciò che c’è e combatte. L’ha sempre fatto, e ha iniziato presto: la vita non l’ha certo risparmiata, ma non ha fiaccato il suo spirito.

Avrebbe molti motivi per essere arrabbiata e/o depressa. Invece combatte, per sé, per i figli, per i nipoti. Combatte perché vuole vivere ed essere di aiuto ai suoi familiari.

“Capirà… non si può mica star lì a piangersi addosso, ad aspettare che gli altri ti risolvano i problemi. Ti tiri su le maniche e vai avanti.”

Detta così, sembra pure troppo semplice. Ma si comprende la forza d’animo dietro quella semplicità.

Grazie, signora dal dire schietto. Esco dalla stanza contagiata dalla sua energia positiva, dal suo spirito battagliero.

Preziosa testimonianza di vita, di coraggio, di speranza.