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Allargare il proprio cuore

“Si deve sempre allargare il proprio cuore così che ci sia spazio per molti. Le persone hanno in genere poco spazio nel cuore: se vi ammettono una persona nuova, le altre ne devono uscire.
(…)
Nelle relazioni umane davvero buone, si trae forza in egual misura sia dall’amore sia dall’amicizia che si prova per gli altri. Si deve essere giusti con tutti, non si può deprivare uno a causa di un sentimento troppo intenso nei confronti di un altro. Questo richiede molta forza e una grande quantità di amore.”
Etty Hillesum, Diario

Amo Etty. E ogni giorno mi cimento nell’allargare il mio cuore. Ovviamente ci sono anche i giorni in cui si apre poco, e son quelli in cui la vita non fluisce un granché.
Poi passano, e io torno a respirare. Perché solo nel cuore allargato la vita entra e mi ridà forze.
E anche se i piani delle relazioni sono poi diversi, ognuno ha un suo spazio, che cerco di nutrire e curare.
Quando ci riesco, sento di realizzare la mia vita.

Nientemeno che il senso della vita

Lunedì mattina comincia così, con questa richiesta di una donna con un lungo percorso di malattia: “Sono stanca, finora ho lottato ma adesso non ce la faccio più. Mi dia lei una motivazione per andare avanti.”
Nientemeno.
Il punto è che le mie risposte non servono a lei. Posso solo accompagnarla nel cammino di ricerca, perché il senso della vita non è una verità comunicabile, non è una formula, è un percorso che cambia nel tempo, e che richiede continui adattamenti e riflessioni.
Quando mi occupavo di formazione, ogni tanto in aula facevo un’esercitazione. Chiedevo alle persone: “per cosa vorreste essere ricordati dopo la vostra morte? Potete anche pensare alla frase che vorreste scrivere sulla vostra tomba”. L’impatto era un po’ forte, suscitava gesti scaramantici e risatine nervose, però poi, quando ci si mettevano veramente, emergeva velocemente ciò che era davvero importante per loro, i valori che li guidavano.
Il senso della vita sta nel realizzare i nostri valori, i nostri talenti, nel dare risposte ai dolori della vita, nel farsi domande, nel cercare.
Nasce dall’ascolto di noi stessi, da ciò che scopriamo attraversando le varie esperienze di vita; nasce dal dialogo con altri compagni di viaggio, dalle letture, dalle testimonianze di vite altrui che ci colpiscono e ci parlano.
Per me il senso della vita sta nelle relazioni: dalla cerchia stretta delle persone che amo, in cerchi via via più larghi verso le persone che incrocio anche solo per un breve tratto di strada, fosse anche solo il commento a un post.
Vivo di relazioni. Il mio lavoro è fatto di relazioni. E poi guardo…. Guardo continuamente il mondo intorno a me, trovando le piccole bellezze di ogni giorno, quelle quotidiane che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.
Ma ovviamente il senso che ricavo da tutto ciò viene dal percorso che mi ha portata fin qui, da ciò che sono io. Ne do semplicemente testimonianza. E questo stesso blog vorrebbe essere testimonianza proprio del senso che la vita ha per me.

Chiudo questo post con un brano tratto da “Quando i tetti crollano” in Brecce, di Henri Michaux. È il dialogo tra l’abate e il nuovo arrivato:

Il nuovo arrivato
Le preoccupazioni, il ritorno dei pensieri incompiuti bastavano, per fare cerchio intorno a me; le ripugnanze, le abitudini mediocri, i fantasmi invisibili.

L’abate
(…) Quel cerchio non deve più essere. Smetterai di nutrirlo. A questo scopo, devi spostare il tuo centro. Adesso aiuterai un altro. Gli recherai le luci di cui ha bisogno per aspersi guidare.

Il nuovo arrivato
Come farò? Io che non posso aiutare me stesso, io che aspetto la luce.

L’abate
Nel donarla, l’avrai. Cercandola per un altro. Il fratello accanto a te, devi aiutarlo con ciò che non hai. Con quel che tu credi di non avere, ma che è, che ci sarà. Più profondo del tuo profondo. Più sepolto, più limpido, torrenziale sorgente che senza tregua scorre, chiamando a condividere.
Va’. Tuo fratello aspetta la parola di vita.”

Ecco. I cerchi del non senso iniziano a spezzarsi quando ci apriamo alla vita, agli altri. Quando usciamo dal nostro ristretto orticello e ci impegniamo nel donare qualcosa alla vita, nel mettere in circolazione ciò che abbiamo. “Nel donarla, l’avrai”.
Accade veramente.

E son cinquantatré

Oggi è il mio compleanno e sono contenta.
Sono viva, e non è poco.
Ho un lavoro, e non è poco neanche questo. E per di più mi piace, lo faccio con passione.
Ho relazioni significative, rapporti di amicizia profondi, una famiglia, amo e sono amata.
Con l’apertura del blog mi si è aperto anche un nuovo mondo di relazioni, e alcune sono diventate presenze importanti nella mia vita, persone a cui voglio bene, che sono nei miei pensieri e nel mio cuore, anche se non so che faccia abbiano.
Ho una macchina fotografica che mi rende felice ogni volta che mi faccio prendere da lei e dal suo obiettivo, ogni volta che inquadro un’immagine di vita.
Poi ho le mie preoccupazioni, le ansie, qualche notte insonne; ho le paturnie, i momenti difficili, faticosi, di sconforto e di timori.
Le mie caviglie e la mia schiena guardano con orrore le bellissime scarpe tacco dodici, oramai importabili. Ombretti e mascara stanno nel cassetto perché l’occhio sinistro è suscettibile, e si irrita per nulla. L’eterna lotta con la bilancia è sempre più faticosa, perché gli sgarri si compiono in un attimo e vanno via dopo settimane di rigore. Le ginocchia non sono più quelle di una volta, e nemmeno le anche e le spalle. Convivo con i normali acciacchi che ognuno dei cinquantatré anni passati ha portato con sé.
Ma questi cinquantatré anni hanno portato anche esperienze, vita ricca e significativa. Per citare le memorie di Neruda: “confesso che ho vissuto”. E vivo.
Mi considero fortunata. E fin qui sono arrivata.

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P.S. Questo è un posto davvero particolare, dove mi sono molto divertita a fare foto. Per i milanesi, è l’area dell’ex Innocenti, dietro all’Esselunga di Rubattino.

Profumo di pane e temporale

Domenica pomeriggio, la casa è immersa nel silenzio, e anche da fuori non arrivano quasi rumori. Il cielo è grigio da troppi giorni.
Chiudo il libro perché continuo a rileggere frasi mentre la testa è altrove, e l’ironia della cosa è che il suddetto libro è un manuale clinico di mindfulness, la pratica del qui-e-ora.
Meglio lasciar perdere, e accendere il computer.
Mi trasferisco in cucina così do un occhio anche al pane che sta cuocendo. Per oggi ho già biscottato un esperimento di torta al microonde (che peraltro è venuta buonissima, anche se non come avrebbe dovuto), non vorrei biscottare anche il pane.
Mi piace cucinare quando ne ho voglia, mescolare sapori e profumi, impastare, veder lievitare e prendere forma e colore in forno… Mi piace la casa che profuma di pane o di torta. E qui, ora, in mezzo a questi profumi, c’è tutto il mio mondo, cioè tutte le persone a cui voglio bene. Ognuno nella sua vita, immerso in chissà quali pensieri e stati d’animo; tutti lontani da qui ora, sparsi in luoghi differenti, eppure così presenti e vivi in me, ognuno in una relazione unica, diversa dalle altre.
Oggi quest’intensità emotiva è faticosa da reggere, mi rende inquieta: troppo silenzio fuori e troppa vita dentro.
Il cane della vicina ulula ai tuoni, sta arrivando un gran temporale, con tanto di lampi e gran scrosci d’acqua. Improvviso, il cielo scarica la sua tensione.
La mia, cerco di incanalarla scrivendo.

Trasformazioni

“L’incontro di due personalità è come il contatto fra due sostanze chimiche: se c’è reazione, entrambe si trasformano.” C.G. Jung

Questa è la bellezza delle relazioni, e della vita. E, ovviamente, è anche una gran fatica, fonte di dolore e di frustrazioni.

Incontrare profondamente un altro è uno scombussolamento: non solo in amore, ma in tutte le possibili relazioni. L’altro tocca i miei confini, i miei limiti; tocca le corde dolenti della mia storia, del mio passato, tocca le corde vibranti del mio presente. E un tocco, anche se amorevole, può risultare talvolta troppo forte, scuotere nel profondo, raggiungere ferite e desideri.

Benedetto innamoramento! Senza di lui, senza la sua forza potentemente trainante, rinunceremmo subito all’impresa di avventurarci nel mondo sconosciuto che è l’altro… E, soprattutto, alzeremmo alti steccati per impedire che l’altro si avventuri nel nostro. Ma anche maledetto innamoramento, che ci travolge e offusca la vista.

Siamo terreni dissodati dalle esperienze vissute, seminati di piante e fiori, alcuni in pieno rigoglio, altri in boccio, altri abortiti o ripiegati in sé; abbiamo la nostra gramigna che infesta il terreno ed erbacce che soffocano la crescita di fiori delicati.

L’altro entra nel nostro giardino e comincia il lavoro: pota, taglia, rompe, innaffia, cura, semina, nutre… e il giardino non è più lo stesso. Può essere un inferno o un dono prezioso. Ma può essere anche un’occasione per compiere un viaggio in se stessi, per lasciare che lo scombussolamento che l’altro ci crea ci guidi in meandri dell’anima che hanno bisogno di attenzione, di essere visti, conosciuti, amati, perdonati, curati.

Incontriamo spazi di fragilità, nervi scoperti, pelle sottile. Ci esponiamo con timore, con fiducia, con speranza. A volte la pelle troppo sottile percepisce il tocco dell’altro come dolore, così tende a ritrarsi, a difendersi nei modi consueti. Ci vogliono pazienza, amore, tempo, dialogo. Sono le condizioni perché un sano viaggio possa continuare. Ogni viaggio ha le sue fatiche, i suoi rischi, i sacrifici necessari. Ma la vista che si apre sui nuovi orizzonti!… Quella, sì, è una delle cose che dà senso alla vita.