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Poesia, saggezza e grazia

“Ogni persona intorno a voi ha una storia che il mondo deve conoscere”. Questo è il titolo di una Ted Talk molto interessante, in cui Dave Isay racconta come è nato il suo progetto Story Corps, un archivio di storie, interviste a persone qualunque che raccontano qualcosa della loro vita.
“E quando ascolti questo genere di storie la sensazione è di entrare in un luogo sacro”.
Ha ragione. Ascoltare storie è bellissimo, e anche a me capita di sentirmi in un luogo sacro quando le ascolto.
“Ho imparato a trovare poesia, saggezza e grazia nelle parole delle persone attorno a noi, quando ci prendiamo il tempo di ascoltarle.”
Ecco: poesia, saggezza e grazia.
Anche per questo amo il mio lavoro. Mi permette di entrare in relazione con frammenti di autenticità, dove si incontrano poesia, saggezza e grazia. Non solo, e non sempre, ma spesso. A volte è solo dolore violento e sgraziato, altre volte è un muro oltre il quale non si riesce ad andare. Comunque sempre una testimonianza di vita.
Se avete venti minuti di tempo, mettetevi comodi e ascoltate le parole di Dave Isay (o leggete la trascrizione in italiano…)

Oggi cercherò di dimostrarvi che invitare una persona cara, un amico o addirittura uno sconosciuto a registrare un’intervista significativa con voi potrebbe rivelarsi uno dei momenti più importanti della sua vita, e della vostra. Quando avevo 22 anni, ho avuto la fortuna di scoprire la mia vocazione scrivendo storie per la radio. E quasi nello stesso periodo, scoprii che mio padre, al quale ero molto, molto affezionato, era gay. La cosa mi sbalordì. Eravamo una famiglia molto stretta, ed ero distrutto. Durante una delle nostre tese conversazioni, mio padre si mise a parlare delle rivolte di Stonewall. Mi disse che una sera, nel 1969, un gruppo di giovani drag queen, nere e sudamericane si ribellò alla polizia in un bar gay di Manhattan chiamato Stonewall Inn, e quella rivolta accese il moderno movimento per i diritti dei gay. Era una storia sorprendente, che accese il mio interesse. Così decisi di accendere il mio registratore e scoprirne di più. Con l’aiuto di un giovane archivista, di nome Michael Shirker, elencammo tutte le persone rintracciate che erano state allo Stonewall Inn quella sera. Registrando queste interviste, notai come il microfono mi desse il permesso di andare in luoghi dove altrimenti non sarei mai stato e parlare con persone con cui altrimenti non avrei mai parlato. Ho avuto il privilegio di conoscere alcune delle persone più sorprendenti, fiere e coraggiose che io abbia mai incontrato. Era la prima volta che i fatti di Stonewell finivano sui media nazionali. Ho dedicato il programma a mio padre, e ha cambiato la mia relazione con lui, oltre alla mia vita. Nei 15 anni successivi, ho fatto molti altri documentari per la radio, cercando di dare visibilità a chi raramente viene ascoltato dai media. Una storia dopo l’altra, vedevo come il semplice fatto di essere intervistati significasse così tanto per loro, soprattutto a coloro cui era stato detto che le loro storie non importavano. Vedevo letteralmente la loro schiena raddrizzarsi mentre iniziavano a parlare nel microfono. Nel 1998, ho fatto un documentario sugli ultimi hotel-baracche sulla Bowery Street di Manhattan. Alcune persone ci vivevano da decenni. Vivevano in capsule grandi come una cella, divise da reti per pollaio per non farti saltare da una stanza all’altra. In seguito, scrissi un libro sui soggetti del fotografo Harvey Wang. Ricordo di essere entrato in un alloggio con una bozza del libro e di aver mostrato a un residente la pagina su di lui. Lui la fissò in silenzio, poi mi strappò il libro di mano e iniziò a correre per il lungo, stretto corridoio col libro sulla testa, gridando, “Io esisto! Io esisto!” (Applausi) Sotto molti aspetti, “Io esisto” fu lo squillo di tromba per StoryCorps, la folle idea che ho avuto una dozzina di anni fa. Volevo prendere il documentario classico e stravolgerne le forme. Tradizionalmente, nei documentari si registrano interviste per creare un’opera d’arte, o di intrattenimento, o educativa, destinata ad essere vista o ascoltata da molte persone, ma io volevo provare a rendere l’intervista stessa lo scopo del lavoro, e a dare a più persone possibili l’opportunità di essere ascoltata in questo modo. 11 anni fa, quindi, a Grand Central Terminal, costruimmo una struttura dove chiunque può venire a omaggiare qualcun altro intervistandolo sulla sua vita. Arrivi in questa struttura e vieni accolto da un facilitatore. Ti siedi insieme a tuo nonno, per esempio per quasi un’ora, dove tu ascolti e parli. Per molti l’atteggiamento è: se questa fosse la nostra ultima conversazione, che cosa vorrei chiedere, e dire, a questa persona che significa così tanto per me? Alla fine della sessione, uscite con una copia dell’intervista mentre un’altra copia va all’American Folklife Center alla Libreria del Congresso così i vostri bis-bis-bisnipoti un giorno potranno conoscere vostro nonno dalla sua voce e dalle sue parole. Abbiamo iniziato in uno dei luoghi più indaffarati al mondo, invitando la gente a tenere questa conversazione così personale con un’altra persona. Non sapevo se avrebbe funzionato, ma funzionò fin dall’inizio. Le persone trattavano l’esperienza con incredibile rispetto, e si son tenute incredibili conversazioni, lì dentro. Voiglio mostrarvi un solo estratto animato di un’intervista registrata in quella cabina originale a Grand Central. Questo è il dodicenne Joshua Littman che intervista sua madre, Sarah. Josh ha la sindrome di Asperger. I bambini con l’Asperger sono incredibilmente intelligenti ma hanno difficoltà sociali. Spesso soffrono di ossessioni. Nel caso di Josh sono gli animali, e questo è Josh che parla con sua madre Sarah a Grand Central, nove anni fa. (Video) Josh Littman: Su una scala da 1 a 10, pensi che la tua vita sarebbe diversa, senza animali? Sarah Littman: penso che sarebbe 8, senza animali, perché danno così tanta gioia alla mia vita. JL: E in cos’altro pensi che sarebbe diversa? SL: Be’, potrei fare a meno di blatte e serpenti. JL: Be’, a me i serpenti vanno bene finché non sono velenosi o ti soffocano, o altro. SL: Non amo i serpenti grossi — JL: Ma la blatta è l’insetto che vogliamo odiare. SL: Sì, esattamente. JL: Hai mai pensato di non riuscire a gestire un figlio? SL: Ricordo che quando eri un bambino avevi delle bruttissime coliche, per cui piangevi e piangevi. JL: Cos’è una colica? SL: È quando hai quel mal di stomaco e non fai che gridare per, mettiamo, quattro ore. JL: Anche più forte di Amy? SL: Tu facevi un bel chiasso, ma il timbro di Amy era più alto. JL: Sembra che tutti amino Amy, ora, come se fosse un perfetto angioletto. SL: Be’, posso capire perché pensi che la gente ami di più Amy, e non dico che il motivo sia la tua sindrome di Asperger, ma ad Amy viene più facile essere amichevole, mentre penso che per te sia più difficile, ma le persone che si prendono il tempo di conoscerti ti vogliono un gran bene. JL: Come Ben, o Eric, o Carlos? SL: Esatto — JL: Ho amici di qualità migliore, ma in quantità minore? (Risate) SL: Non giudicherei la qualità, ma penso — JL: Voglio dire, Amy voleva bene a Claudia, poi la odiava, la amava, poi la odiava. SL: È parte dell’essere una ragazza. La cosa importante per te è che hai pochi amici, ma molto buoni, ed è di questo che hai bisogno nella vita. JL: Sono riuscito a essere il figlio che volevi quando sono nato? Ho soddisfatto le tue aspettative? SL: Sei andato molto oltre, tesoro, perché sì, certo, hai queste fantasie su come un figlio deve essere, ma mi hai fatto crescere molto come madre, perché pensi — JL: Be’, ti ho reso una madre. SL: Sei stato tu a rendermi una madre. Questo è un buon punto. (Risate) Ma anche perché pensi in modo diverso da come ti dicono i manuali del buon genitore, dovevo imparare a pensare in modo diverso, con te, e questo mi ha reso un genitore e una persona molto più creativa e ti ringrazierò sempre per questo. JL: Questo ti è stato d’aiuto con Amy? JL: Mi è stato d’aiuto, ma tu sei così incredibilmente speciale per me, e sono così fortunata ad averti come figlio. (Applausi) David Isay: Quando questa storia finì in radio, Josh ricevette centinaia di lettere su quanto fosse straordinario. Sua madre, Sarah, le ha raccolte in un libro, e quando Josh divenne popolare a scuola, le lessero tutti insieme. E ora ci tengo a dirvi che i due miei eroi sono qui con me stasera. Sarah Littman e suo figlio Josh, ora uno studente universitario modello. (Applausi) Molte persone ci dicono di aver pianto sentendo le interviste di StoryCorps, e non perché fossero tristi. Di solito non lo sono. Ma perché ascoltano qualcosa di autentico e puro, in un momento storico dove è difficile distinguere la realtà dalla pubblicità. È un anti-reality, in un certo senso: nessuno arriva a StoryCorps per arricchirsi. O per diventare famoso. È un semplice atto di generosità e amore. Molte sono persone comuni che parlano di come vivono con decenza gentilezza, coraggio, e dignità, e quando ascolti questo genere di storie, la sensazione è di entrare in un luogo sacro. L’esperimento di Grand Central ha funzionato, e ci siamo espansi in tutta la nazione. Oggi più di 100.000 persone, in 50 stati, in migliaia di città e villaggi sparsi per l’America hanno registrato interviste StoryCorps. Che oggi è il più grande archivio di voci umane mai raccolto. (Applausi) Abbiamo formato e assunto centinaia di facilitatori che aiutassero a guidare le persone in questa esperienza. Molti si dedicano a StoryCorps per un anno o due girando la nazione, raccogliendo la saggezza dell’umanità. La chiamano “dare una testimonianza”, e se lo chiedete a loro, tutti i facilitatori vi diranno che la cosa più importante che hanno imparato da queste interviste è che le persone sono essenzialmente buone. Nei primi anni di StoryCorps avreste potuto obiettare che gli intervistati non rappresentavano tutti noi: ma dopo decine di migliaia di interviste a ogni tipo di persona in ogni parte del Paese — ricchi, poveri, dai 5 ai 105 anni di età, in 80 lingue diverse, di ogni spettro politico — accettiamo forse che queste persone hanno rivelato qualcosa di grande. Anch’io ho imparato molto da queste interviste. Ho imparato a trovare poesia, saggezza e grazia nelle parole delle persone attorno a noi quando ci prendiamo il tempo di ascoltarle, come questa intervista tra un addetto alle scommesse di Brooklyn, di nome Danny Perasa, che ha portato sua moglie Annie a StoryCorps per dirle quanto l’amava. (Audio) Danny Perasa: Il fatto è che mi sento colpevole a dirti “Ti voglio bene”. E lo dico spesso. Lo faccio per ricordarti che per quanto sono brutto, è una cosa personale. È come sentire una bella canzone da una vecchia radio scassata, ed è bello che continui a tenere questa radio in casa. Annie Perasa: Se non trovo una nota sul tavolo in cucina, comincio a preoccuparmi. Mi scrivi una lettera d’amore ogni giorno. DP: Be’, la sola cosa che potrebbe andare storta è non trovare una stupida penna! AP: Mia principessa, Il tempo là fuori è estremamente piovoso. Ti chiamerò alle 11:20 del mattino. DP: Un romantico bollettino meteo. AP: E ti amo. Ti amo. Ti amo. DP: Con un matrimonio felice, non importa cosa succede al lavoro, cosa succede nel resto della giornata, quando arrivi a casa c’è un rifugio, sai di poter abbracciare qualcuno senza che ti gettino giù dalle scale gridando “Toglimi le mani di dosso.” Essere sposati è come avere un televisore a colori. Non torneresti più al bianco e nero. (Risate) DI: Danny era alto circa un metro e mezzo, strabico e con un solo dente, in fuori, ma ha messo più sentimento lui in questa bomboniera di tutte le star di Hollywood messe insieme. Cos’altro ho imparato? Ho imparato la capacità, quasi inimmaginabile, degli esseri umani di perdonare. Ho imparato cosa sono la resilienza e la forza. Come nell’intervista tra Oshea Israel e Mary Johnson. Quando Oshea era adolescente, ha ucciso l’unico figlio di Mary, Laramiun Bird, in uno scontro tra gang. Una dozzina di anni dopo, Mary andò in carcere a incontrare Oshea, a scoprire chi fosse l’assassino di suo figlio. Lentamente, incredibilmente, diventarono amici, e quando fu finalmente rilasciato dal penitenziario, Oshea andò a vivere con Mary. Ecco un breve estratto della conversazione che si è svolta poco dopo la liberazione di Oshea. (Video) Mary Johnson: Il mio figlio naturale non è più qui. Non l’ho visto laurearsi, e ora tu andrai al college. Avrò l’opportunità di vederti laureato. Non l’ho visto sposarsi. Spero che un giorno riuscirò a fare questa esperienza con te. Oshea Israel: il solo fatto di sentirla dire queste cose e averla nella mia vita in questo modo è la mia motivazione. Mi motiva a non deviare dalla retta via. Lei crede ancora in me, e il fatto che continui a crederci dopo tutto il male che le ho causato è sorprendente. MJ: Lo so che non è semplice condividere la nostra storia, anche se siamo seduti qui, guardandoci a vicenda. So che non è facile, perciò ammiro che tu l’abbia fatto. OI: Le voglio bene, signora. MJ: Ti voglio bene anch’io, figliolo. (Applausi) DI: E ho avuto infinite conferme del coraggio e della bontà delle persone, e di come l’arco della Storia si pieghi verso la giustizia. Come nella storia di Alexis Martinez, che era nato Arthur Martinez nel quartiere Harold Ickes di Chicago. Nella sua intervista, parla con sua figlia Lesley della sua affiliazione giovanile alla gang, e della sua trasformazione nella donna che aveva sempre saputo di essere. Lei è Alexis con sua figlia Lesley. (Audio) Alexis Martinez: Una delle cose più difficili per me è stata la paura di non avere un posto nella vita di mia nipote, e tu hai spazzato via tutto questo, tu e tuo marito. Uno dei risultati è il mio rapporto con le mie due nipoti. Ogni tanto litigano per stabilire se sono una lui o una lei. Lesley Martinez: Ma sono libere di parlarne. AM: Sono libere di parlarne, e questo per me è un miracolo. LM: Non devi scusartene. O metterti in punta di piedi. Non ti taglieremo fuori, e questo è qualcosa che ho sempre voluto che sapessi, che sei amata. AM: Sai, vivo tutto questo ogni giorno ora. Cammino per le strade, sono una donna e sono in pace con la persona che sono. Forse vorrei una voce più suadente, ma amo la vita che vivo e cerco di vivere così ogni giorno. DI: Ora amo la vita che vivo. Vi svelo un segreto di StoryCorps. Ci vuole un certo coraggio per affrontare queste conversazioni. StoryCorps parla della nostra mortalità. Chi partecipa sa che queste registrazioni saranno ascoltate dopo la propria morte. C’è un dottore di nome Ira Byock che ha collaborato alle registrazioni di persone in punto di morte. Ha scritto il libro: “Le Quattro Cose che Contano di Più” sulle quattro cose che appunto vorreste dire alle persone più care prima che voi, o loro, ve ne andiate: grazie; ti voglio bene; perdonami; ti perdono. Sono forse le parole più potenti che potremmo dirci l’un l’altro, e spesso è questo che ci si dice in una struttura StoryCorps. È una possibilità di sentirsi vicini a qualcuno cui teniamo — senza rimpianti, senza cose non dette. È difficile, ci vuole coraggio, ma è per questo che siamo vivi, giusto? Passiamo al TED Prize. Quando ho saputo da TED e Chris, qualche mese fa, della possibilità del Prize, ero senza fiato. Mi chiesero di elaborare un breve desiderio per l’umanità, non più di 50 parole. Ci pensai su, scrissi le mie 50 parole, e qualche settimana dopo Chris mi richiamò e disse: “Vai così” Ecco il mio desiderio: che ci aiutiate a prendere tutto quanto abbiamo imparato con StoryCorps e portarlo nel mondo così da poter tutti, ovunque, registrare facilmente un’intervista significativa con un altro essere umano, che sarà consegnata alla Storia. Come lo faremo? Con questo. Ci stiamo dirigendo a grandi passi verso un futuro in cui chiunque avrà accesso a uno di questi, e avrà un potere che 11 anni fa non avrei mai immaginato, quando ho iniziato StoryCorps. Ha un microfono, può dirvi come fare le cose, e può mandare file audio. Sono gli ingredienti chiave. Quindi la prima parte del desiderio è già in via di realizzazione. Negli ultimi due mesi, la squadra di StoryCorps ha lavorato furiosamente per creare una app che porti StoryCorps fuori dalle nostre strutture per essere sperimentata da chiunque, ovunque, in ogni momento. Ricordate, nelle nostre sessioni ci sono due persone e un facilitatore che le aiuta nella registrazione, che è così conservata per sempre, ma in questo momento stiamo rilasciando una versione beta pubblica della app Storycorps. Questa app è un facilitatore digitale che ti accompagna nel processo di intervista della StoryCorps, ti aiuta a scegliere le domande, e ti dà tutti i suggerimenti necessari a registrare un’intervista significativa di StoryCorps, e poi caricarla con un tocco nel nostro archivio alla Libreria del Congresso. Quella è la parte semplice, quella tecnologia. La vera sfida spetta a voi: prendere questo strumento e capire come possiamo usarlo in tutta l’America e nel mondo, così che, invece di registrare migliaia di interviste Storycorps all’anno, potremmo potenzialmente registrarne decine di migliaia o centinaia di migliaia o anche di più, forse. Immaginate, per esempio, un “compito a casa” nazionale per cui ogni studente americano di Storia delle superiori intervisti un anziano nel giorno del Ringraziamento, permettendo, nello spazio di un solo weekend, di conservare un’intera generazione di vite ed esperienze americane. (Applausi) Oppure due madri, da parti opposte di qualche conflitto, che si siedono a parlare non del conflitto, ma per scoprire chi sono loro come persone, e così costruire i primi legami di fiducia reciproca; o che un giorno diventi una tradizione, nel mondo, essere omaggiati di un’intervista StoryCorps durante il 75esimo compleanno; o che le persone della vostra comunità vadano in case di riposo, ospedali, rifugi per anziani, addirittura prigioni armati di questa app, onorando le voci più trascurate della nostra società e chiedendo loro chi sono, cos’hanno imparato nella vita, e come vogliono essere ricordati. (Applausi) Dieci anni fa, ho registrato un’intervista StoryCorps con mio padre, che era uno psichiatra, e diventò un attivista gay ben conosciuto. Questa è la nostra immagine di quell’intervista. Non ho più pensato a quell’intervista fino a un paio di anni fa, quando a mio padre, che sembrava essere in perfetta salute e visitava pazienti per 40 ore alla settimana, fu diagnosticato il cancro. Morì improvvisamente, pochi giorni dopo. Era il 28 giugno 2012, l’anniversario delle rivolte di Stonewall. Ho ascoltato quell’intervista per la prima volta alle tre del mattino del giorno in cui è morto. Ho due figli, e sapevo che il loro unico modo di conoscere questa persona, così importante nella mia vita, era attraverso questa sessione. Non pensavo di poter credere in StoryCorps più di quanto già non facessi, ma fu in quel momento che compresi visceralmente l’importanza di queste registrazioni. Ogni giorno, le persone vengono da me e dicono; “Vorrei aver intervistato mio padre, o mia nonna o mio fratello, ma ho aspettato troppo a lungo. Nessuno deve aspettare di più, ora. In questo momento, quando così tante nostre comunicazioni sono vane e irrilevanti, unitevi a noi nel creare questo archivio digitale di conversazioni importanti e destinate a durare. Aiutateci a dare questo dono ai nostri figli, questo testamento della nostra umanità. Spero che ci aiuterete a realizzare questi sogni. Intervistate un familiare, un amico o anche uno sconosciuto. Insieme, possiamo creare un archivio della saggezza umana, e forse, nel farlo, ascolteremo un po’ di più e grideremo un po’ meno. Forse queste conversazioni ci ricorderanno cosa conta davvero. E forse, forse, ci aiuteranno a riconoscere la semplice verità che ogni vita, ogni minima vita, importa ugualmente e infinitamente. Vi ringrazio molto. (Applausi) Grazie. Grazie. (Applausi) Grazie. (Applausi)

Parole buone

Le parole feriscono, si sa. E subito pensiamo a parole cattive, sarcastiche, di disprezzo…
No, non ci sono solo quelle. Anche le parole buone possono far male, nonostante le migliori intenzioni di chi le pronuncia.
La giovane donna di cui ho parlato nel post L’esperienza del limite è affranta. A un certo punto mi dice che tutti le dicono che deve reagire, che deve essere forte e che non deve lasciarsi andare. Vede che i suoi compagni di sventura reagiscono, parlano e scherzano in sala d’attesa e lei si sente sempre peggio, si sente l’esclusa, quella diversa. Lei è quella che non ce la fa.
Capisco il suo dolore, e quel dolore mi è stato raccontato da molte altre persone malate, l’ho visto nei loro occhi mentre un familiare o un amico pronunciava le fatidiche parole: “Coraggio, vedrai che ce la farai”, “devi essere forte”, “tirati su”… E frasi simili, dettate più dalla paura che dall’amore. Perché quando vedi il tuo caro in difficoltà, non è facile reggere quel senso di impotenza che prende. Si finisce così col dire parole sbagliate, non empatiche. Perché non sono tanto le parole in se stesse ad essere sbagliate, ma il dirle in quel momento, così fuori sintonia, così lontane dallo stato d’animo altrui.
Ecco, è importante sapere che anche una parola buona può ferire, può far sentire l’altro solo e incompreso, escluso dalla comunità di quelli che ce la fanno.
Con un’aggravante.
Si parla spesso di pensiero positivo, e di come questo possa influenzare l’efficacia delle terapie. Ogni paziente oncologico ha letto o sentito queste cose, e molti in modo ingenuo pensano che ad essere ottimisti si possa anche guarire. La questione è più complessa, ma quello che mi interessa ora sottolineare è l’impatto emotivo su chi invece è più in difficoltà, fatica a reagire e non si sente per nulla ottimista.
Il circolo vizioso che si crea è presto fatto: mi dicono che devo reagire ma io non ce la faccio, dunque sono inadeguato, sono fatto male, è colpa mia. Questo mi rende ancora più depresso. In più so che così pensando mi faccio del male, ostacolo la mia guarigione, dunque è ancora di più colpa mia. Dunque sono sempre più depresso. E così via.
In questo circolo di pensieri cupi arriva il familiare o l’amico che mi dice: “dài, non fare così, tirati su”. E io che mi sento in fondo a un abisso guardo su e mi sento sempre più solo e sconfortato.
Le parole buone e di incoraggiamento possono ferire e possono essere pacche sulla spalla che danno il colpo di grazia a un equilibrio traballante, colpo di grazia che fa cadere.
Non è vero che una buona parola non fa mai male.
Poi si fa quel che si può, quel che si riesce. Ma affinare l’ascolto: questo, sì, non fa male.

Quando pensi di sapere ciò che non sai (prima parte)

Ovvero: le distorsioni cognitive. Quando, cioè, distorciamo la realtà a nostro uso e consumo, senza rendercene conto, in tutta buona fede.
E’ una questione psicologica piuttosto interessante.
Negli anni ’60 un gruppo di psicologi fece il seguente esperimento: a dei volontari furono presentate alcune cause civili ipotetiche dando a tutti alcune informazioni di base. Successivamente furono divisi in tre sottogruppi: il primo ascoltò le motivazioni argomentate dall’avvocato dell’accusa, il secondo ascoltò quelle della difesa, il terzo ascoltò entrambe le argomentazioni.
L’esperimento era chiaro a tutti, dunque i primi due sottogruppi, quelli “di parte”, sapevano di avere informazioni parziali.
Cosa accadde? Chi aveva ascoltato la versione parziale era saltato più in fretta e con maggior sicurezza alle conclusioni, si era formato un giudizio pur sapendo di non aver ascoltato entrambe le campane.

L’aspetto interessante dell’esperimento è anche il passo successivo: quando le persone dei gruppi “di parte” ascoltarono l’altra versione dei fatti, cambiarono marginalmente la loro prima opinione, ma la loro parzialità rimase.

“Lo studio dimostrò quindi che le persone non solo sono portate a saltare alle conclusioni dopo aver sentito una sola versione dei fatti, ma è assai probabile che continuino a farlo anche quando hanno a disposizione informazioni aggiuntive che suggerirebbero una conclusione differente.” (cit. Le Scienze, 4 maggio 2012)

Dunque, ci formiamo opinioni sulla base di scorciatoie mentali. Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia autore di un bel saggio “Pensieri lenti e veloci”, sostiene che “costruiamo la storia migliore possibile a partire dalle informazioni che abbiamo… e se è una buona storia, ci crediamo”.

Ciò di cui non ci rendiamo conto è che il nostro cervello, a partire da alcune informazioni, a volte anche molto superficiali (una sbirciatina a Wikipedia, un occhio alla prima voce di Google, il commento del vicino di casa che è sempre così informato…) costruisce conclusioni di cui ci sentiamo sicuri, che diamo per vere e oggettive. Quelle diventano le nostre storie, che crediamo perfettamente logiche, razionali. Diventano le nostre verità.

Invece, “…le narrazioni sono  irrazionali anche perché sacrificano la completezza di un evento a favore della parte di esso che si uniforma a una certa visione del mondo. Basarsi sulle narrazioni porta quindi spesso a errori e stereotipi. E’ raro che ci si chieda: ‘Cos’altro dovrei ancora sapere prima di potermi formare un’opinione più documentata e completa?’ ” (Le Scienze).

L’unico antidoto alle distorsioni cognitive è ascoltare storie diverse, dialogare davvero cercando di capire i punti di vista degli altri, non cercando di convincere l’interlocutore delle proprie ragioni. E poi leggere, studiare, anche campane lontane, opposte. Ovviamente non si possono approfondire tutti gli argomenti, ma quelli che più ci stanno a cuore, magari sì. E per gli altri, rimanere aperti. Sapendo di non sapere, lasciando spiragli ai dubbi, alle domande.

La chiusura e la sicurezza rigida sono quasi sempre segnali di irrazionalità più che di approfondita riflessione.  E tutti cadiamo nell’errore, in alcune occasioni. Tutti diventiamo irrazionali, pensando di argomentare le nostre posizioni con assoluta razionalità.

Sicché io ho una regola aurea: se mi accorgo (e non sempre accade) di non essere disponibile ad accogliere storie diverse da quella che mi sto raccontando, verità diverse da quelle di cui mi sono convinta, mi fermo. E meno ho voglia di fermarmi, più significa che c’è bisogno di farlo. I click di chiusura interiore sono campanelli d’allarme che richiedono pausa di riflessione.

Non mi sono mai pentita di averli ascoltati.

Venerdì sera

Cammino nella luce della sera, quella luce che si tuffa lentamente nella notte, che sparge i suoi residui luminosi tra le molecole del buio.
L’aria non è troppo fredda, e camminare è piacevole.
La settimana è passata in una normalità senza picchi né burroni, fatta di giornate piene dalla mattina alla sera, di quelle che non lasciano troppo spazio né energie all’ascolto un po’ più profondo, quell’ascolto che lievita e fermenta portando riflessioni e consapevolezze, o anche solo parole per dirsi.
Torno a casa e mi godo questo tempo di weekend ancora da vivere, l’aspettativa del sabato del villaggio, di quel tempo che non ha fretta perché è tutto da venire.
Il mio qui e ora è fatto di nervi che si rilassano, di tempo che si concede il lusso di rallentare.
Respiro l’aria fresca e ad ogni respiro la settimana passata se ne va ed entra lo spirito del venerdì sera. Riprendo contatto con la voglia di fermarmi, di scrivere, di riaprire la porta della stanza tutta per me. Stanza in cui ciò che ascolto e vivo può essere trasformato in parole scritte, può prendersi il tempo per fermarsi e mostrarsi meglio.
Ora son qui, sulla soglia. Da lì mi arrivano onde di emozioni, di sentimenti diversi: sono quelli che ho attraversato nella settimana, appartengono ai volti che ho incontrato, e che ho portato con me. Sono lì, e ritrovarli dà un senso di leggero struggimento.
Amici, pazienti, colleghi, volti sconosciuti che avete incrociato la mia strada: vi ritrovo tutti con lo stato d’animo che mi avete lasciato addosso. Siete ora nelle vostre vite, ma qualcosa di voi è qui in questa stanza dell’anima stasera un po’ affollata.
Vi lascio lì, accomodatevi e trovate il vostro spazio. Per oggi basta. Socchiudo la porta e torno in superficie.

Fermarsi

Dopo quindici giorni no stop, finalmente mi fermo. Mica così facile come sembra: per fermarsi non basta fermarsi. Ci vuole tempo, e andar per gradi.
Ho diversi libri sul tavolo che ho voglia di leggere e studiare, amici che ho voglia di vedere, cose da fare, e in mezzo lavatrici, spesa, cose così. E già non son più ferma, la mente saltella qua e là, e non sta qui e ora.
Dunque, respiro, e ci riprovo. Mi allungo sul divano, trovo la posizione, mi rilasso. Ma è un attimo. Un pensiero attraversa il cervello, è un’altra cosa da fare e da non dimenticare, perciò meglio scriverla sul cellulare. E intanto, di già che ci sono, do un’occhiata alla posta e aggiorno le applicazioni che me lo chiedono. Dunque, dicevamo: fermarsi. Altro respiro, occhi chiusi… Altre distrazioni: un sms in arrivo, altri pensieri, il sonno che si fa sentire ma mica posso andare a dormire a quest’ora che non sono nemmeno le dieci, magari mi faccio una tisana, torno a un libro…
Altro che qui e ora, qui è tutto un saltellare altrove. Molto poco mindful.
Non è facile fermarsi e stare in ascolto.
Allora scrivo. Funziona meglio. Così butto fuori i pensieri invadenti e gli elenchi delle cose da fare come si butta fuori il fiatone dopo una corsa. E come dopo lo sforzo, lentamente, il respiro torna regolare e quieto, così anche la mente si quieta e smette di correre.
Benarrivato weekend! Respiro, sto… Piano piano…

Vorrei averlo fatto (II)

Aggiungo qualche altra riflessione, anche in risposta ai commenti del post precedente.

Io penso che i rimpianti abbiano più a che fare con un atteggiamento nei confronti della vita piuttosto che con la contabilità delle cose fatte o no.

E’ ben possibile, direi certo, che non si riescano a fare tutte le cose che vorremmo, a realizzare i progetti, i desideri. Ma non è questo che dà rimpianti. Ho l’impressione che questi nascano più che altro dalla difficoltà a dire di sì alla propria vita, ad accettare i limiti, ad ascoltare ciò che è davvero importante per noi stessi. Credo che ci siano più rimpianti quando si è troppo spesso “altrove”, e non nel qui-e-ora.

Siamo qui e vorremmo essere da un’altra parte, in un altro momento, a fare cose diverse. L’ansia di non essere nella vita giusta, nella vita che vorremmo.

E poi, quale vita vorremmo? Un sogno irrealizzabile per scappare da una realtà faticosa? Oppure la vita che davvero avrebbe senso per noi? Sono questioni complesse e l’immagine del film Stalker, citato in un commento al post di ieri, è molto vera. Non siamo sempre così sicuri dei nostri desideri, del nostro ascolto di noi stessi. E allora, quale vita è giusta per noi?

Ricordo che ai tempi del liceo pensavo che la mia vita vera sarebbe iniziata dopo la laurea, col lavoro, una famiglia, dei figli: nel mezzo, tempo sospeso in attesa di qualcosa di meglio. Ma poi, quante persone pensano che la loro vita vera inizierà dopo qualcosa: un nuovo lavoro, i figli grandi, la pensione… Così si proietta la vita in un domani certo solo nel proprio immaginario, ma assolutamente incerto nella realtà. E quando il tempo impedisce di raggiungere quell’altrove, ecco i rimpianti, il sentimento di aver mancato cose importanti, il senso di ingiustizia, il sentirsi traditi dalla vita.

Alla fine, il cuore di tutta questa faccenda credo sia l’accettazione. Accettare di fare ciò che si può, accettare di provare, di sbagliare. Dunque accettare il presente, tenendo a mente la già citata preghiera: “dammi la forza di cambiare ciò che posso cambiare, il coraggio di accettare quel che non posso cambiare, e la saggezza per cogliere la differenza”.

Ma anche accettare ciò che si è fatto e ciò che non si è riusciti a fare: accettare il passato, la strada percorsa, perché lì non abbiamo margini di cambiamento. Li abbiamo solo nel presente, in ciò che c’è, così com’è.

Accettare è un percorso, tutt’altro che passivo e rassegnato. Accettare è dire di sì alla vita, facendo ciò che possiamo, finché possiamo. E quando non potremo più, dovremo accettare ciò che sarà stato, perché non poteva essere diverso; accettare la nostra storia, il nostro percorso. E magari dovremo anche cercare di perdonarci.

Elogio delle abitudini

Voglio spezzare una lancia in favore delle abitudini. Spesso bistrattate, considerate monotone, noiose, roba per chi non ha fantasia né creatività.

Io amo le abitudini e mi piace anche cambiare, ogni tanto.

L’abitudine, in sé, non è né buona né cattiva, ma un’esigenza del nostro cervello, che deve semplificare: non può ricreare il mondo ogni mattina, pertanto ha bisogno di poter  contare su un certo numero di automatismi. Da lì in poi, è ciò che facciamo con le nostre abitudini che fa la differenza. Possiamo dormirci su, renderle sterili e opache ripetizioni, oppure renderle vive.

Per esempio, faccio spesso la stessa strada per andare in un luogo. Mentre cammino mi gusto il ritrovare luoghi noti, li osservo meglio, noto particolari che non avevo mai notato: è il piacere di ritrovare punti fermi, ma anche quello di partire da lì per scendere più in profondità. Oppure mi faccio trasportare dai passi che già sanno dove muoversi, che non richiedono troppa attenzione, e penso ai fatti miei, libera dai pensieri sulla strada da fare. Esperienze diverse sulla stessa strada. Tutte interessanti.

E ho capito una cosa: l’abitudine è come rafforzare la trama di un tessuto, a ogni ripetizione la trama diventa più solida, e ti consente di ricamarci su. Su un tessuto sfilacciato non si può ricamare, non tiene.

Penso anche all’amicizia. Ci sono amici che sento raramente, e con i quali il dialogo riprende fluido come se ci fossimo sentiti il giorno prima. È un piccolo ricamo su un pezzetto di tessuto. Che però ha dei buchi, delle aree senza trama e senza ricamo. E’ comunque bello, ma l’effetto globale è diverso.

L’amicizia per me, per come sono fatta, ha bisogno di una certa regolarità, di abitudini; bisogna tessere la sua trama e rafforzarla laddove comincia a farsi un po’ più lisa. Su quel tessuto, poi, si può ricamare. Senza quel fondo saldo, rimangono dei buchi, e il ricamo ne risente.

Con questo voglio dire che buona parte della vita è fatta di eventi ordinari, su cui spiccano eventi fuori dall’ordinario. Certo che quelli ci colpiscono di più e così poi tendiamo a scordarci l’umile quotidiano che li ha resi possibili.

Mi piace prendermi cura dell’amicizia alimentandola in qualche modo regolarmente, mi piace tessere il mio quotidiano con atti ripetitivi: sono basi sicure che mi danno la giusta temperatura emotiva. Questo mi fa star bene, mi dà le energie per costruire il ricamo, mi dà equilibrio.

L’equilibrio, però, richiede attenzione, perché le ripetizioni hanno le loro controindicazioni, i loro pericoli: se la cuccia si fa troppo calda, poi toglie le forze, sfianca e intrappola; troppa abitudine, imprigiona; un tessuto troppo spesso impedisce all’ago di entrare.

La soglia è soggettiva. La mia è piuttosto alta, quella di mio marito più bassa. Si deve un po’ mediare, e questo fa sempre bene, ci aiuta a diventare più flessibili, a non irrigidirci sulle nostre posizioni, quali che siano.

Vale anche per il matrimonio. Non è la tomba dell’amore, ma lo può diventare. Dipende dall’equilibrio di tessuto e ricamo che riusciamo a costruire.

Quindi, come per tutte le cose, è l’equilibrio soggettivo che conta. È importante capire ciò di cui abbiamo bisogno e la dose giusta per noi. E poi ricercarla, monitorarla. Dobbiamo ascoltarci, senza perdere di vista gli altri che sono accanto  a noi, che hanno equilibri diversi, che hanno bisogno di tessiture diverse dalle nostre.

A volte si fatica, a volte si rimane un po’ feriti dalla ruvidezza dei tessuti altrui o spaventati dal loro calore. Comunque, io sono felice di cimentarmi nei tentativi. Alla fine, nel rispetto di me stessa e delle differenze, una strada la trovo. E se non la trovo, pazienza. Non tutti i tessuti stanno bene insieme. Tanti tessuti, tanti ricami. È la vita.