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Tutto sta

Mi piace questa fase della primavera: porta con sé tracce d’inverno, con rami ancora spogli, forti nella loro essenza, e accanto esplosioni colorate, timidi verdi, fronde rinnovate.
Quest’anno sento in modo particolare la convivenza degli opposti, e tutto sta.
Vita che nasce, vita che invecchia, vita che muore.
Esco dalla chiesa dopo un funerale, e guardo tre generazioni che si salutano, si abbracciano, scambiano sorrisi e lacrime. Io appartengo alla generazione di mezzo. Mi scorrono nella mente tanti ricordi, condivisi con alcune delle persone presenti, e con chi non c’è più. Quanta vita vissuta da quando ero la generazione più giovane.
Esco dalla chiesa e il cielo è azzurro, i colori risplendono. Cammino per strada e c’è tanta vita intorno a me. Tanta bellezza, tanto dolore. Sta tutto insieme.
Tentazione umana di fuggire la sofferenza, eppure nel dir di sì alla vita per quello che è -e non per quello che vorremmo che fosse- c’è la possibilità di trovare un equilibrio; e se il dolore non è un macigno, persino una qualche forma di benessere. E se è macigno, magari anche solo un attimo di sollievo, una pausa che fa riprendere fiato per affrontare la salita.
Cammino nell’aria fresca e guardo i colori che si dispiegano tra cielo e terra.
Sorriso e tristezza vanno a braccetto.

Storie

Sono carica di storie. Non finisco mai di stupirmi della complessità dei percorsi umani. Di quanto siano comuni e uniche le strade che percorriamo. Comuni perché attraversiamo tutti territori d’amore, di lavoro, di relazioni, di salute e malattie, di morti. E uniche perché la forma che prende ogni strada e il modo di percorrerla è straordinariamente diversa per ciascuno.
Ascolto patologie normali e normalità patologiche. Sintomi che portano a nuovi e più sani equilibri e salute che sfocia in malessere. Eventi felici che non portano felicità, eventi dolorosi che portano senso e saggezza. Dolori che si impiantano, serenità che restano lontane all’orizzonte.
Vite.
Così raccolgo testimonianze, ascolto resoconti di battaglie, di vittorie, di rese. Condivido e scambio riflessioni, sguardi, frammenti di conoscenza.
Ne esco a volte appesantita, sempre arricchita.
Stasera cammino felice sotto un cielo carico di nuvole rosa e inframmezzate da qualche nube scura. L’aria è tersa. Mi accompagnano le storie.

Equilibri di normalità

Nella quiete del sabato mattina si ricompongono i pensieri. In questa settimana sono stata un po’ sbilanciata sul fronte sofferenza/fatiche esistenziali, e ho ritrovato in me quel senso di fastidio e insofferenza rispetto alla normalità superficiale, distratta, indifferente, di cui parlavo nel post precedente.
Un effetto dell’essere accanto a persone dolenti è che quando esco dall’ospedale guardo il mondo con altri occhi. Spesso questo significa guardarlo con maggiore intensità e meraviglia, con la percezione della complessità e della pienezza. Allora sto in equilibrio tra i due mondi. A volte, invece, capita che l’equilibrio si rompa, e mi ritrovo con tutti e due i piedi nei luoghi faticosi e veri dell’umanità dolente.
Sono allenata a ritrovare l’equilibrio, e scrivere mi aiuta.
Oggi sono serena e, da qui, rifletto sulla normalità.
Diamo per scontata -e anche un po’ dovuta- la normalità senza nuvole. Vita normale significa vita tranquilla con, al massimo, problemi assimilabili a tiepide preoccupazioni… Magari un po’ di noia, di routine… Ma quante vite rientrano in quella supposta normalità?
Quello che mi colpisce è che abbiamo dentro l’illusione che per vivere una vita “normale” dovremmo essere felici. Dopodiché ci ritroviamo a confrontarci con una realtà che si discosta da quell’illusione. Se sei fortunato, si discosta poco, altrimenti sono cammini molto in salita.
Forse è una concezione legata allo spirito del tempo: la generazione che dagli anni ’50 in poi è cresciuta in periodi di ripresa economica, di speranze, di miglioramento che sembrava non dovesse mai finire. Invece è finito, e ci abbiamo messo anni per accorgercene.
Io sento spesso le persone lamentarsi delle fatiche che devono fare nelle loro vite: e non parlo dei pazienti, ma di persone che hanno vite “normali”.
Ho l’impressione che si sia perso il senso di questa parola.
La normalità non è l’equivalente della serenità. È non è una condizione statica. È normale che si alternino gioie e dolori, è normale che si fatichi a vivere: sei fortunato se i tuoi pesi non gravano troppo.
Trovo sconcertante che adulti maturi con normali fardelli esistenziali si lamentino seriamente della loro condizione. Ma dove vivono?
Mi colpisce quanto un preconcetto possa vivere radicato e scollato dalla realtà. Il fatto è che questo è proprio il potere dei preconcetti: li abbiamo dentro, e sono così scontati che ci possiamo convivere per una vita intera senza mai metterli in discussione. Nessuno è esente.
Il guaio è che, nello specifico del preconcetto di normalità, l’effetto collaterale è una costante infelicità, la sensazione di essere in una vita sbagliata, e che da qualche altra parte ci sia la vita che dovremmo vivere.
Se penso alla mia esperienza, ogni volta che dico sì alla vita così com’è, a ciò che sta accadendo e che non posso modificare, io ritrovo equilibrio e forze per affrontare ciò che devo. Ritrovo un benessere fatto di fatica e di possibilità, di peso sostenibile, di speranza. Quando i pesi si fanno sentire, desiderare una vita diversa è umano ma non aiuta. Si possono attraversare le terre dello sconforto e della rabbia, della depressione e dell’impotenza, ma poi accogliere ciò che c’è è il passo indispensabile per andare oltre, per fare ciò che è possibile fare, per migliorare la situazione se possibile, fin dove è possibile.
Normale è la vita che abbiamo, non quella che dovrebbe essere.
A me, questo pensiero fa bene.

Albero d’autunno

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Incontro quest’albero tutti i giorni, mentre passo da una palazzina all’altra dell’ospedale.
Oggi i suoi rami non del tutto spogli mi hanno fatto pensare ai tanti rami invernali che ho fotografato, belli ed essenziali nel loro protendersi verso il cielo senza orpelli.
Quest’albero autunnale, però, coi suoi rami in transizione, oggi mi ha messo un po’ di tristezza. Guardandolo, mi sono venuti in mente questi versi di Emily Dickinson:
“Chi indossa la sua pena
Il mattino che è nuova
Soffre più che a portarla
Un’intera esistenza.”
Non credo che sia proprio così, però guardando quell’albero stasera pensavo a quanta fatica facciamo per adattarci a un cambiamento doloroso, per abbandonare ciò che ha fatto parte di noi, della nostra vita. L’inizio è sicuramente molto duro. La pena che indossiamo la mattina che è nuova fa un gran male.
La transizione ci tiene legati a ciò che c’è ancora, ma che è già solo più l’ombra di ciò che era. Foglie secche, pronte a cadere.
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Foglie che ricordano tempi che non ci sono più. Foglie che rimangono attaccate, legami che non si sciolgono. Faticosa e dolorosa transizione.
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Finché un giorno arriva il vento che libera i rami da ciò che non ha più vita.
E la vista cambia. Rami definiti, forti della loro essenzialità.
Amo i rami invernali, li guardo con tenerezza e commozione. Li trovo bellissimi.
Stasera, però, è tempo d’autunno.
Tempo di pazienza e di fiducia.

Si ricompone la giornata

Torno a casa dopo una giornata faticosa e mi porto dietro alcune storie ascoltate oggi. Quelle vicende che ti lasciano con solo le parole del calore umano, perché altre non ce ne sono. Non ora, non quando vedi nel viso di un altro un dolore così acuto, così recente.
Ascolto musica ad alto volume per non sentire il rap dei miei vicini di casa, e alla fine le note delle variazioni sulla Follia mi prendono col loro ritmo trascinante. Incontro di bellezza che affianca la pesantezza della giornata.
Tutto sta.
Un pensiero a chi mi ha fatto conoscere questa ed altre variazioni, e che mi ha prestato i cd. Non lo nomino perché forse ne sarebbe imbarazzato.
E ringrazio la vita per il privilegio di questa quiete, ora. Mi ci abbandono come all’acqua del mare che ti sostiene quando ti fidi.
Assorta, spengo la musica e vado a preparare la cena.

E’ un diritto la felicità?

Sarà perché sono stanca, perché l’anno di lavoro si fa sentire, perché ho le mie preoccupazioni e non sono felice… Niente di drammatico, fortunatamente. Però mi capita sempre più spesso di innervosirmi di fronte a frasi tipo: “il diritto alla felicità”, “lo scopo della vita è essere felici”, “come essere ottimisti e vivere una vita felice” e così via.
Non ho nulla contro la felicità, ci mancherebbe. Ma in questa tensione univoca alla felicità avverto una trappola, e mi viene da fare l’avvocato del diavolo, da sostenere il principio opposto. Non perché credo che la vita sia solo sofferenza, ma così, per riportare un po’ di equilibrio: come su una barca a vela, mi butto a far peso dall’altra parte, per non scuffiare.
Stiamo vivendo tempi difficili, la crisi economica ha conseguenze pesanti sulla vita delle persone. Nel normale quotidiano di molta gente questo comporta ansie, paure, difficoltà, problemi. Comporta risvegli nel cuore della notte con proiezione sul soffitto di film catastrofici, comporta vergogna di parlare delle difficoltà, senso di solitudine, isolamento anche dai propri cari; comporta scontrarsi con limiti sempre più stretti, con la paura di non farcela, la paura di perdere magari anche la casa e ciò che si è messo da parte in anni di lavoro. Poi ci sono le malattie, che arrivano quando arrivano.
Ovvio che sto dando un quadro parziale e univoco, ma quel quadro quanta parte occupa nelle nostre vite e in quelle dei nostri amici, dei nostri vicini di casa o colleghi di lavoro? Se l’accento è troppo sulla felicità, dove stanno i periodi di vita dolente e faticosa?
Quel che voglio dire è che il messaggio sulla felicità mi sembra sbagliato.
A me fa bene pensare che l’accento stia nella vita, nella ricerca di senso che comprende gioie e dolori, e non scarta nulla di ciò che mi accade.
Se mi sento triste e sconfortata, che faccio? Già sto male, mi devo pure sentire incapace di essere felice? Che l’infelicità dipende da me?
So bene che sono discorsi complessi, e ora qui sto semplificando.
Ma se solo la felicità fosse lo scopo della vita, quanta vita dovremmo mettere tra parentesi? Che bilancio sarebbe? Cosa dovrebbero dire della propria vita le persone malate?
Io credo che sia importante dare testimonianza di senso, ovunque la vita ci porti. Attraverso esperienze di felicità e di dolore.
Io credo che lo scopo della vita sia viverla, e che ogni momento sia significativo. Credo nella ricerca dell’equilibrio tra terrore e meraviglia, gioia e dolore, bene e male. Equilibri dinamici, mai stabili. Questo mi aiuta, mi fa sentire nella vita, mai fuori. Questo a volte mi ha dato momenti di felicità anche nelle difficoltà, e comunque mi fa vivere meglio.

“Getta dalle tue braccia il vuoto
agli spazi che respiriamo; forse gli uccelli
nell’aria più vasta, voleranno più intimi voli.”
Rilke, Prima elegia duinese

Gettiamo al cielo gioie e dolori: che ricadano nella terra come semi a rigenerare la vita.

C’è così tanta bellezza

Questo post è una riflessione messa in moto da un video pubblicato da Mr.Incredible (lo trovate qui).
Quel video mi parla di un sentimento della vita che mi appartiene e che mi fa bene ogni volta che lo ritrovo, nelle sue pur varie forme. È quello della bellezza incarnata in un’immagine, bellezza naturale o artistica. Lì sentimento e spirito viaggiano insieme, e uno dà vita all’altro.
Come quando rimaniamo incantati a guardare un tramonto infuocato, la linea dell’orizzonte marino o la maestosità di montagne innevate.
Sono momenti in cui il senso di trascendenza si manifesta come esperienza emotiva, sentimento dell’anima.
Spirito, anima, corpo vivono insieme facendo vibrare ciascuno le sue corde, in un’armonia che cura il dolore.
Sono tante le esperienze di bellezza. Possibili per ogni nostro senso, non solo per la vista.
E possibili in ogni momento, in ogni contesto che attraversiamo.
Perché la bellezza di cui parlo non è un’esperienza estetica, ma dello spirito. E può riguardare anche il dolore.
Non voglio essere fraintesa. Il dolore non è bello.
Eppure in alcuni momenti della vita l’esperienza del dolore si trasforma in comprensione, in un attimo di illuminazione, in un distillato di consapevolezza, in un’intuizione vitale.
E lì c’è bellezza. Incarnata e sudata, sofferta e conquistata con tutte le forze disponibili.
In quegli attimi, così come negli attimi di meraviglia e stupore difronte a un albero centenario, a un cielo mozzafiato, a una statua di Michelangelo, a un dipinto di Van Gogh, noi percepiamo il dono della vita, la sua ricchezza, ciò che ci nutre e ci sostiene. Lì sentiamo che la vita ha senso e che vale la pena vivere.
A volte mi capita di provare qualcosa di simile in colloqui particolarmente intensi con le persone, pazienti o amici che siano. La condivisione profonda di un pezzetto di vita è ciò che mi fa amare moltissimo il mio lavoro, le relazioni con gli amici, il dialogo con blogger sconosciuti. C’è così tanta bellezza intorno…
Ricordate questa frase? In American beauty, la diceva il ragazzo che riprendeva con la telecamera il volo di una busta di plastica mossa dal vento:
“Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita, dietro a ogni cosa. E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare.”
Nel film, in effetti, il cuore, o meglio il cervello del ragazzo, frana.
Però quel sentimento che narra mi è rimasto impresso negli anni. La bellezza si può manifestare anche in una busta di plastica mossa dal vento. Dipende dal nostro sguardo, dalla vita che ci abita e che mettiamo in quello sguardo.
La vita è qui e ora, perché qui e ora c’è già tutto ciò di cui abbiamo bisogno per trovare senso al nostro vivere.
Nulla a che vedere con la felicità e il dolore, che sono mezzi, strade che ci conducono allo scopo del viaggio: incarnare il senso della nostra esistenza.