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Frutti di compleanno

Scrivo un po’ a scoppio ritardato: una settimana fa è stato il mio compleanno. Cinquantacinque è un buon numero… In questi giorni pensavo che il dono che ogni compleanno porta è proprio il tempo. Anche quest’anno mi ha donato tempo: per vivere, per fare qualcosa di sensato della mia vita, per non lasciare indietro azioni e parole.
In questi anni di vita ho avuto tempo di maturare, di far crescere parti diverse di me. L’albero ha ramificato molto e in più direzioni, si è fatto alto e ampio. Respira l’aria che arriva da più punti cardinali. Io ci ho messo del mio per questo, ma la vita mi ha donato il tempo per farlo, e non è un dono scontato, né dovuto. Ovviamente mi auguro che me ne dia ancora molto, di tempo buono, ma intanto anche quest’anno fin qui sono arrivata.

“Oh albero di fico, da quanto tempo ormai per me ha significanza
il modo in cui tu salti quasi la fiorita
e nel frutto per tempo voluto, senza esaltarti,
spingi il tuo puro mistero.
(…)
… Noi, invece, indugiamo
ah, ci esaltiamo a fiorire, e nella sostanza tardiva
del nostro frutto finale, entriamo traditi.”
Rilke, Sesta Elegia duinese

Auguri perché il tempo ci aiuti a non entrare traditi nel nostro frutto finale.

Passioni di cuore o incanto di connessioni sinaptiche?

Sto invecchiando, mi ripeto. Ma anche stamattina mi è capitato di leggere una citazione romantica e mi è salita l’orticaria: son diventata allergica alla passione che ti porta via, a quel sentire che trova nell’emozione il senso ultimo e grande della vita.
Mi è appartenuto, lo conosco bene. Ma da tempo non sono più lì.
Sono nella vita, concreta, piena, contraddittoria, complessa.
Leggo saggi di neuroscienze, e mi avvincono più dei romanzi. Non ho perso il senso della meraviglia e dello stupore, ma lo trovo nell’incanto delle trasmissioni sinaptiche, nell’incredibile complessità del cervello, nella vita quotidiana che si dispiega sotto il mio sguardo. Lì è andata la mia passione.
L’universo chiuso di un una passione d’amore mi toglie ossigeno, mi fa venir voglia di scappare.
L’universo aperto agli incontri e alle tante forme di relazioni umane possibili, dove ci si scambia qualcosa, si dona e si riceve, è la gioia più grande e dà ampio senso alla mia vita.
Sono felice nel mondo, sono felice nell’amore caldo e quotidiano che vivo con mio marito. Sono stata ubriaca di emozioni e infelice nelle passioni, fuochi che avvampavano e si spegnevano. Sono anche contenta di averle vissute, quelle passioni. Mi hanno formata, sono state il terreno su cui ho camminato e che mi ha portata fin qui. Vi sono grata, passioni romantiche.

“…Voi stelle,
ma non viene da voi quello struggersi dell’innamorato
per il volto dell’amata? Lo sguardo che s’interna
nel volto puro di lei, non gli viene dal puro stellato?”
Rilke, Terza Elegia duinese

Ecco, portando con me il volto dell’amato, vado nel mondo e guardo il puro stellato, guardo la terra con le sue radici, guardo ogni essere umano che -nell’attraversare quel suolo- incrocia in qualche modo il mio cammino.
Lì, in quegli incroci di vita e di individui, il mio cuore si placa aprendosi e il mio cervello lavora felice.

In nessun dove ci sarà mondo se non in noi

Ci sono giorni in cui penso alle rose che non posso cogliere, e un po’ mi dispiace. Tutti noi abbiamo quelle rose, ovunque siamo nelle nostre vite. Rose che non possiamo cogliere per limiti economici, di salute, di lavoro o altro ancora.
In fondo, è la condizione umana: desiderare l’oltre confine è una molla che spinge l’evoluzione ma che può anche avvelenare la vita. Abbiamo sempre desideri irrealizzabili, e andar dietro a quei sogni spesso rischia di portarci nel regno dell’impossibilità e della frustrazione e ci fa sentire con più o meno dolore, a volte con rabbia, la linea di confine contro la quale sbattiamo.
A volte quelle linee di confine si spostano, altre volte no. Qualche rosa impossibile diventa possibile, altre rimangono lontane. Ma per quanto possiamo andare oltre, altri confini ci aspetteranno.
Così, talvolta occorre fermarsi.

“In nessun dove, amata, ci sarà mondo se non in noi.
La nostra vita scorre trasmutando. E quel ch’è fuori di noi
svanisce in forme sempre più meschine. ”
Rilke, Settima Elegia duinese

Ecco. In nessun dove ci sarà mondo se non in noi.
La vita è qui e ora, con quel che c’è, così com’è.
Sentire di avere in me il mio mondo mi fa star bene, ferma la corsa. Il che non significa stasi, solo godere di ciò che c’è e fare ciò che si può. Così quel che c’è torna ad essere luogo ricco e pieno di vita. La mia unica e irripetibile vita.
In nessun dove ci sarà mondo se non in noi.

Deriva dei continenti e bastioni di Orione

Ieri, mentre facevo colazione, ho visto un pezzo di documentario sulla deriva dei continenti.
Pensare alla vita in termini di millenni mi fa sempre effetto. Immagino i terremoti, gli tsunami, le esplosioni vulcaniche che hanno stravolto la Terra: mondi distrutti e scomparsi, e mondi che da quegli sconvolgimenti sono nati.
Penso a quegli eventi anche come metafora delle nostre vite. Arrivano onde che ci travolgono, che si portano via ciò che era importante per noi, che si portano via anche gli affetti. E altre onde che portano vita inaspettata.
Mi torna in mente il pluricitato monologo del replicante di Blade Runner:

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.”

Possiamo anche aver visto i bastioni di Orione, ma un giorno tutto quello che avremo visto, vissuto, scomparirà come lacrime nella pioggia.

Rilke si chiedeva: “…Avrà forse sapore
di noi il cosmico spazio in cui ci dissolviamo? Sarà vero
che gli Angeli
attingono soltanto dal loro, emanato da loro,
o c’è talvolta, come per sbaglio, un po’
d’essere nostro?” (Seconda elegia duinese)

La vita avrà sapore di noi? Che è come dire: avrà avuto senso la nostra vita? Avremo dato il nostro piccolo contributo all’evoluzione della vita sulla Terra?
Penso alla famosa considerazione di Heidegger, espressa in un’intervista: “oramai solo un Dio ci può salvare”.
Io non sono credente, ma quella frase -su di me- risuona come la necessità di uno sguardo più vasto, che trascenda un po’ i confini ristretti del proprio orticello, dei propri interessi personali.
Io sono un momento nel lungo percorso dell’evoluzione. Un giorno scomparirò, tutto il mio mondo scomparirà come lacrime nella pioggia. A quel punto, la questione non mi darà più pensiero, non sarò più lì a dolermene. Quel monologo è così struggente perché parla della nostra condizione umana. Parla di noi vivi che pensiamo alla morte.
Sono qui ora, col mondo che è mio e che amo. Immanenza. Qui, faccio quel che posso per dare senso alla mia vita, per farne qualcosa di buono. Qui, cerco di fare qualcosa di buono anche per qualcun altro, per un prossimo che mi è prossimo, che incontro nei momenti personali e professionali della mia vita.
Il presente concreto mi riempie la vita. Poi, alzo lo sguardo verso l’orizzonte, e sento il fluire che mi trascende, e andrà oltre me.
Immanenza, trascendenza. Umano, molto umano. Gioia e pienezza del qui e ora, ricchezza di sensazioni, fatiche, salite. Si vorrebbe tener stretto tutto ciò, ma prima o poi se ne andrà via.
Cammino in equilibrio tra attaccamento e affidamento.
Pensieri ed emozioni si placano nel vivere il presente.
Come scrive Sandro Bartoccioni nel libro già citato “Dall’altra parte”: “La vita è un soffio… come quella delle farfalle che vivono un solo giorno, che importanza può avere se muoiono alle 4 o alle 6 del pomeriggio… l’unica cosa importante è se erano belle e se qualcuno ha potuto godere della loro bellezza.”

Ecco, così.

Quel che c’è

“In nessun luogo, amata, ci sarà mai mondo se non in noi.” Rilke, Settima elegia duinese
Stamattina, sdraiata in piena orizzontalità, guardavo le nuvole da una prospettiva inconsueta. Solo cielo, senza il contrasto dell’orizzonte. Guardavo le nuvole, ipnotiche come il fuoco nel camino e il suono delle onde che si frangono sulla riva. Forme in continuo divenire. Geminiani e Vivaldi nelle orecchie.
In nessun luogo ci sarà mai mondo se non in noi: perfetta definizione del sentire introverso. Il fuori è occasione, porta che apre al viaggio nel mondo interiore.
Qui, ora, mi sento in pace. Sto. Quel che c’è, prendo. Il vento di oggi e il mare agitato. Domani si prospetta pioggia, vorrà dire che andrò a fotografarla.
Ho voglia di stare con quel che c’è, perché lì c’è mondo. Guardo il piccolo, il particolare. A volte mi ritrovo uno sguardo zen.

“avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
(…)
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace…”
Montale, Mediterraneo

Se talvolta lo sguardo è zen, il bollore della vita lo conosco bene. Dioniso e Apollo dialogano.
Passo dal piccolo al grande e ritorno.