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Sguardi tristi

I pazienti, ovviamente, non sono tutti uguali: ce ne sono alcuni che finisci con l’amare più di altri.
V. è uno di questi. Ultimamente è più spesso triste, di una tristezza dolce e malinconica, riservata.
Seduto sulla sua sedia a rotelle, sta spesso in fondo al corridoio del reparto, davanti a una grande finestra, e guarda fuori. Anche oggi lo trovo lì. Mi siedo sul gradino accanto a lui. Mi sorride, col suo sorriso triste. Parliamo un po’, e alla fine lui mi dice che fra un mese il figlio si laureerà. “Che bello, sarà orgoglioso!” Abbassa lo sguardo. “Sì, ma non pensavo di andarci così. Non pensavo che potesse andare così la mia vita…”
Già. Non lo pensiamo mai. E il percorso di adattamento è sempre tutto in salita.
Lascio V. davanti alla sua finestra e torno sui miei passi, ma è difficile lasciar lì il suo sguardo.
Ogni tanto torna a far capolino durante la giornata, mi accompagna, in rappresentanza di tanti altri sguardi suoi compagni di viaggio.
In auto, tornando a casa, mi lascio avvolgere dalla bellezza delle note dell’Estro Armonico di Vivaldi, dalla bellezza dei rami spogli che disegnano forme nel cielo, altra forma di armonia.
Mi tengo in equilibrio, grata.
Vi porto con me, sguardi. Con voi guardo la vita, cercando bellezza e armonia. E stasera, anche un po’ di leggerezza.

Buongiorno albero

Un lungo viale che porta all’uscita dalla città, palazzoni ai lati, alberi. In fondo un incrocio col suo semaforo, e al di là un campo che apre lo sguardo (anche se subito dopo un grosso centro commerciale lo chiude. Orizzonte nascosto da muri e parcheggi).
Lì al semaforo, sul limitare della città, c’è un albero maestoso.
Forse un platano, immagino sia centenario. Svetta altissimo con la sua chioma ricolma di foglie e con i rami che partono già dal basso. Risalta, un po’ solitario, tra l’aperto del campo e il traffico che scorre.
Lo guardo spesso, e il semaforo rosso promuove l’osservazione.
Stamane il cielo era grigio, con qualche nuvolone. L’aria muoveva le foglie del grande albero: sembravano nugoli di farfalle. Sfarfallìo di verdi cangianti come ali sbattute nel vento.
Un’immagine di tale bellezza! Sono rimasta incantata a guardare: quell’albero così robusto e radicato, maestoso, potente, e quelle foglie leggere, sventolanti nella brezza, aeree. Gravità e leggerezza. Lì, sul confine. A riscattare anche un lunedì mattina di cielo autunnale e di primo freddo. Uno scorcio di meraviglia offerto a tutti.
Buongiorno, albero. Saresti piaciuto a Tarkovskij.

Countdown

Venerdì pomeriggio di quiete. Esco presto dal lavoro; all’Esselunga anche il carrello è gentile, stranamente non tira da una parte e si fa spingere dritto senza sforzo.
Sono già in modalità countdown, perché la prossima sarà l’ultima settimana prima di un po’ di vacanza. Sono contenta, e già sento un po’ di leggerezza zampillare nell’animo.
Quest’anno le vacanze saranno milanesi. Come spiaggia il divano, vista libreria. image
E per quando sto seduta appoggiata ai braccioli del divano, la vista si sposta sui quadri di mio marito, che amo molto (sia i quadri che il marito), e i pensieri si perdono nei blu e nei verdi di paesaggi un po’ reali, un po’ dell’anima.
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Ho voglia di leggere, fare foto, ascoltare musica. E magari, qualche ripiano al giorno, mi metto pure a riordinare e pulire la libreria. Vedremo.
Ho voglia di alzarmi senza sveglia, di ritmi non scanditi dai doveri, di briglie sciolte. Soprattutto ho voglia di tempo: tempo dilatato, tempo quieto e pigro, tempo per gli amici che saranno qui. Ho voglia di cucinare per loro. Ho voglia di chiacchierate notturne senza guardare l’orologio, senza sentire la stanchezza che sale, senza il pensiero della sveglia il giorno dopo.
Ho voglia di gite fuori porta con la macchina fotografica. Ho voglia di passeggiate serali con gelato annesso e aria fresca che ti fa respirare.
Ho voglia di avere tempo.
E poi, se qualcuno di voi fosse preso dal desiderio irrefrenabile di vedere la Pietà Rondanini o la mostra di Modigliani a Palazzo Reale, venite a trovarmi: qua sto.

Lo spirito della domenica

Ho appena aperto gli occhi e il pensiero è già andato a una serie di impegni e fatiche del lunedì. Accidenti, ma sono solo le 8 di domenica mattina! Non ce n’è, sabato e domenica non sono uguali, e il vero weekend va da venerdì sera a sabato sera. Domenica è un giorno di transizione, ha un po’ di leggerezza festiva e un po’ di pesantezza feriale, mescolate in dosi ogni volta diverse, che danno vita alle diverse alchimie domenicali.

Il sabato è più affidabile: il tempo che ho davanti mi fa rilassare, e anche se gli umori possono cambiare da un sabato all’altro, resta la sensazione di tempo davanti a me. Tempo da vivere con calma, con maggiore libertà, con ritmi congeniali.

La domenica no. Il tempo restringe gli orizzonti di libertà, e le cose da fare sono troppe: quelle che proprio si devono fare (faccende di casa, carte impilate sul tavolo da sistemare), quelle che sono utili ma anche piacevoli da fare (il pane, la torta per la colazione), quelle interessanti e piacevoli (letture, studio, blog), e poi gli amici…

Passano le ore e il lunedì mattina si avvicina. Alla faccia del qui e ora.

Che poi a me lavorare piace. Il lunedì, superato lo scoglio della sveglia e del rintontimento iniziale, una volta uscita nell’aria fresca del mattino sono pure contenta, in genere. Quindi sono davvero curiosi i vissuti domenicali: l’inquietudine, la tensione a non sciupare la giornata, a non buttarla via in malo modo, la malinconia che giunge la sera, la fatica all’idea di ricominciare la settimana.

Il sabato è prodigo, ha lo spirito della cicala: posso godere di quel che c’è, posso anche perdere un po’ di tempo, prendermela comoda… Tanto c’è domani.

La domenica, invece, ha lo spirito della formica: bisogna darsi da fare, perché poi non ci sarà più tempo fino al weekend successivo.

Sempre alla faccia del qui e ora.

Allora mi fermo. Non faccio nulla per un po’, lascio decantare, aspetto che le acque torbide dell’umore si schiariscano lasciando andare sul fondo ciò che disturba.

Ecco, mi viene in mente che il venerdì sera è un po’ come la giovinezza, tesa a ciò che deve venire; il sabato un po’ come l’età adulta, la domenica un po’ come la vecchiaia…

Così forse è il senso del tempo a scandire gli umori: tempo atteso, tempo vissuto e da vivere, tempo che finisce. Mi sa che la malinconia della domenica sera ha più a che fare con questo che col lunedì.