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Risonanze

Raccolgo testimonianze dolenti: fiori di campo, di bosco, di montagna, ricchi di vita.
Oggi ho incontrato persone, ascoltato storie, e ora volti e voci risuonano in me, accompagnano i miei passi verso casa, si accomodano in spazi interiori e lasciano tracce, frammenti, suggestioni. Doni della vita, che custodisco con rispetto e commozione. Doni che parlano, che invitano alla riflessione. Doni come sassi nell’acqua; lascio che i cerchi si allarghino in me, ne osservo i disegni in silenzio, lascio che accadano.
Giornate come queste mi fanno sentire come in preghiera all’interno di una chiesa, preghiera laica alla vita e all’umanità che la abita.
Qui sono nel cuore battente della vita, vita autentica dove tutto sta. Qui sono al sicuro, non perché al riparo, ma perché connessa a me stessa e agli altri, rete salda che sostiene, che mi fa sentire il contatto con la terra e mi fa respirare l’aria del cielo, senza portarmi via.

Rilke ha sempre versi che parlano.
“…Ascolta, mio cuore, come soltanto i Santi
ascoltarono un giorno: il grande richiamo
li alzava dal suolo; ma essi, impossibili,
restavano assorti in ginocchio:
così ascoltavano.” (Prima Elegia duinese)

Così stasera ascolto.

Poesia, saggezza e grazia

“Ogni persona intorno a voi ha una storia che il mondo deve conoscere”. Questo è il titolo di una Ted Talk molto interessante, in cui Dave Isay racconta come è nato il suo progetto Story Corps, un archivio di storie, interviste a persone qualunque che raccontano qualcosa della loro vita.
“E quando ascolti questo genere di storie la sensazione è di entrare in un luogo sacro”.
Ha ragione. Ascoltare storie è bellissimo, e anche a me capita di sentirmi in un luogo sacro quando le ascolto.
“Ho imparato a trovare poesia, saggezza e grazia nelle parole delle persone attorno a noi, quando ci prendiamo il tempo di ascoltarle.”
Ecco: poesia, saggezza e grazia.
Anche per questo amo il mio lavoro. Mi permette di entrare in relazione con frammenti di autenticità, dove si incontrano poesia, saggezza e grazia. Non solo, e non sempre, ma spesso. A volte è solo dolore violento e sgraziato, altre volte è un muro oltre il quale non si riesce ad andare. Comunque sempre una testimonianza di vita.
Se avete venti minuti di tempo, mettetevi comodi e ascoltate le parole di Dave Isay (o leggete la trascrizione in italiano…)

Oggi cercherò di dimostrarvi che invitare una persona cara, un amico o addirittura uno sconosciuto a registrare un’intervista significativa con voi potrebbe rivelarsi uno dei momenti più importanti della sua vita, e della vostra. Quando avevo 22 anni, ho avuto la fortuna di scoprire la mia vocazione scrivendo storie per la radio. E quasi nello stesso periodo, scoprii che mio padre, al quale ero molto, molto affezionato, era gay. La cosa mi sbalordì. Eravamo una famiglia molto stretta, ed ero distrutto. Durante una delle nostre tese conversazioni, mio padre si mise a parlare delle rivolte di Stonewall. Mi disse che una sera, nel 1969, un gruppo di giovani drag queen, nere e sudamericane si ribellò alla polizia in un bar gay di Manhattan chiamato Stonewall Inn, e quella rivolta accese il moderno movimento per i diritti dei gay. Era una storia sorprendente, che accese il mio interesse. Così decisi di accendere il mio registratore e scoprirne di più. Con l’aiuto di un giovane archivista, di nome Michael Shirker, elencammo tutte le persone rintracciate che erano state allo Stonewall Inn quella sera. Registrando queste interviste, notai come il microfono mi desse il permesso di andare in luoghi dove altrimenti non sarei mai stato e parlare con persone con cui altrimenti non avrei mai parlato. Ho avuto il privilegio di conoscere alcune delle persone più sorprendenti, fiere e coraggiose che io abbia mai incontrato. Era la prima volta che i fatti di Stonewell finivano sui media nazionali. Ho dedicato il programma a mio padre, e ha cambiato la mia relazione con lui, oltre alla mia vita. Nei 15 anni successivi, ho fatto molti altri documentari per la radio, cercando di dare visibilità a chi raramente viene ascoltato dai media. Una storia dopo l’altra, vedevo come il semplice fatto di essere intervistati significasse così tanto per loro, soprattutto a coloro cui era stato detto che le loro storie non importavano. Vedevo letteralmente la loro schiena raddrizzarsi mentre iniziavano a parlare nel microfono. Nel 1998, ho fatto un documentario sugli ultimi hotel-baracche sulla Bowery Street di Manhattan. Alcune persone ci vivevano da decenni. Vivevano in capsule grandi come una cella, divise da reti per pollaio per non farti saltare da una stanza all’altra. In seguito, scrissi un libro sui soggetti del fotografo Harvey Wang. Ricordo di essere entrato in un alloggio con una bozza del libro e di aver mostrato a un residente la pagina su di lui. Lui la fissò in silenzio, poi mi strappò il libro di mano e iniziò a correre per il lungo, stretto corridoio col libro sulla testa, gridando, “Io esisto! Io esisto!” (Applausi) Sotto molti aspetti, “Io esisto” fu lo squillo di tromba per StoryCorps, la folle idea che ho avuto una dozzina di anni fa. Volevo prendere il documentario classico e stravolgerne le forme. Tradizionalmente, nei documentari si registrano interviste per creare un’opera d’arte, o di intrattenimento, o educativa, destinata ad essere vista o ascoltata da molte persone, ma io volevo provare a rendere l’intervista stessa lo scopo del lavoro, e a dare a più persone possibili l’opportunità di essere ascoltata in questo modo. 11 anni fa, quindi, a Grand Central Terminal, costruimmo una struttura dove chiunque può venire a omaggiare qualcun altro intervistandolo sulla sua vita. Arrivi in questa struttura e vieni accolto da un facilitatore. Ti siedi insieme a tuo nonno, per esempio per quasi un’ora, dove tu ascolti e parli. Per molti l’atteggiamento è: se questa fosse la nostra ultima conversazione, che cosa vorrei chiedere, e dire, a questa persona che significa così tanto per me? Alla fine della sessione, uscite con una copia dell’intervista mentre un’altra copia va all’American Folklife Center alla Libreria del Congresso così i vostri bis-bis-bisnipoti un giorno potranno conoscere vostro nonno dalla sua voce e dalle sue parole. Abbiamo iniziato in uno dei luoghi più indaffarati al mondo, invitando la gente a tenere questa conversazione così personale con un’altra persona. Non sapevo se avrebbe funzionato, ma funzionò fin dall’inizio. Le persone trattavano l’esperienza con incredibile rispetto, e si son tenute incredibili conversazioni, lì dentro. Voiglio mostrarvi un solo estratto animato di un’intervista registrata in quella cabina originale a Grand Central. Questo è il dodicenne Joshua Littman che intervista sua madre, Sarah. Josh ha la sindrome di Asperger. I bambini con l’Asperger sono incredibilmente intelligenti ma hanno difficoltà sociali. Spesso soffrono di ossessioni. Nel caso di Josh sono gli animali, e questo è Josh che parla con sua madre Sarah a Grand Central, nove anni fa. (Video) Josh Littman: Su una scala da 1 a 10, pensi che la tua vita sarebbe diversa, senza animali? Sarah Littman: penso che sarebbe 8, senza animali, perché danno così tanta gioia alla mia vita. JL: E in cos’altro pensi che sarebbe diversa? SL: Be’, potrei fare a meno di blatte e serpenti. JL: Be’, a me i serpenti vanno bene finché non sono velenosi o ti soffocano, o altro. SL: Non amo i serpenti grossi — JL: Ma la blatta è l’insetto che vogliamo odiare. SL: Sì, esattamente. JL: Hai mai pensato di non riuscire a gestire un figlio? SL: Ricordo che quando eri un bambino avevi delle bruttissime coliche, per cui piangevi e piangevi. JL: Cos’è una colica? SL: È quando hai quel mal di stomaco e non fai che gridare per, mettiamo, quattro ore. JL: Anche più forte di Amy? SL: Tu facevi un bel chiasso, ma il timbro di Amy era più alto. JL: Sembra che tutti amino Amy, ora, come se fosse un perfetto angioletto. SL: Be’, posso capire perché pensi che la gente ami di più Amy, e non dico che il motivo sia la tua sindrome di Asperger, ma ad Amy viene più facile essere amichevole, mentre penso che per te sia più difficile, ma le persone che si prendono il tempo di conoscerti ti vogliono un gran bene. JL: Come Ben, o Eric, o Carlos? SL: Esatto — JL: Ho amici di qualità migliore, ma in quantità minore? (Risate) SL: Non giudicherei la qualità, ma penso — JL: Voglio dire, Amy voleva bene a Claudia, poi la odiava, la amava, poi la odiava. SL: È parte dell’essere una ragazza. La cosa importante per te è che hai pochi amici, ma molto buoni, ed è di questo che hai bisogno nella vita. JL: Sono riuscito a essere il figlio che volevi quando sono nato? Ho soddisfatto le tue aspettative? SL: Sei andato molto oltre, tesoro, perché sì, certo, hai queste fantasie su come un figlio deve essere, ma mi hai fatto crescere molto come madre, perché pensi — JL: Be’, ti ho reso una madre. SL: Sei stato tu a rendermi una madre. Questo è un buon punto. (Risate) Ma anche perché pensi in modo diverso da come ti dicono i manuali del buon genitore, dovevo imparare a pensare in modo diverso, con te, e questo mi ha reso un genitore e una persona molto più creativa e ti ringrazierò sempre per questo. JL: Questo ti è stato d’aiuto con Amy? JL: Mi è stato d’aiuto, ma tu sei così incredibilmente speciale per me, e sono così fortunata ad averti come figlio. (Applausi) David Isay: Quando questa storia finì in radio, Josh ricevette centinaia di lettere su quanto fosse straordinario. Sua madre, Sarah, le ha raccolte in un libro, e quando Josh divenne popolare a scuola, le lessero tutti insieme. E ora ci tengo a dirvi che i due miei eroi sono qui con me stasera. Sarah Littman e suo figlio Josh, ora uno studente universitario modello. (Applausi) Molte persone ci dicono di aver pianto sentendo le interviste di StoryCorps, e non perché fossero tristi. Di solito non lo sono. Ma perché ascoltano qualcosa di autentico e puro, in un momento storico dove è difficile distinguere la realtà dalla pubblicità. È un anti-reality, in un certo senso: nessuno arriva a StoryCorps per arricchirsi. O per diventare famoso. È un semplice atto di generosità e amore. Molte sono persone comuni che parlano di come vivono con decenza gentilezza, coraggio, e dignità, e quando ascolti questo genere di storie, la sensazione è di entrare in un luogo sacro. L’esperimento di Grand Central ha funzionato, e ci siamo espansi in tutta la nazione. Oggi più di 100.000 persone, in 50 stati, in migliaia di città e villaggi sparsi per l’America hanno registrato interviste StoryCorps. Che oggi è il più grande archivio di voci umane mai raccolto. (Applausi) Abbiamo formato e assunto centinaia di facilitatori che aiutassero a guidare le persone in questa esperienza. Molti si dedicano a StoryCorps per un anno o due girando la nazione, raccogliendo la saggezza dell’umanità. La chiamano “dare una testimonianza”, e se lo chiedete a loro, tutti i facilitatori vi diranno che la cosa più importante che hanno imparato da queste interviste è che le persone sono essenzialmente buone. Nei primi anni di StoryCorps avreste potuto obiettare che gli intervistati non rappresentavano tutti noi: ma dopo decine di migliaia di interviste a ogni tipo di persona in ogni parte del Paese — ricchi, poveri, dai 5 ai 105 anni di età, in 80 lingue diverse, di ogni spettro politico — accettiamo forse che queste persone hanno rivelato qualcosa di grande. Anch’io ho imparato molto da queste interviste. Ho imparato a trovare poesia, saggezza e grazia nelle parole delle persone attorno a noi quando ci prendiamo il tempo di ascoltarle, come questa intervista tra un addetto alle scommesse di Brooklyn, di nome Danny Perasa, che ha portato sua moglie Annie a StoryCorps per dirle quanto l’amava. (Audio) Danny Perasa: Il fatto è che mi sento colpevole a dirti “Ti voglio bene”. E lo dico spesso. Lo faccio per ricordarti che per quanto sono brutto, è una cosa personale. È come sentire una bella canzone da una vecchia radio scassata, ed è bello che continui a tenere questa radio in casa. Annie Perasa: Se non trovo una nota sul tavolo in cucina, comincio a preoccuparmi. Mi scrivi una lettera d’amore ogni giorno. DP: Be’, la sola cosa che potrebbe andare storta è non trovare una stupida penna! AP: Mia principessa, Il tempo là fuori è estremamente piovoso. Ti chiamerò alle 11:20 del mattino. DP: Un romantico bollettino meteo. AP: E ti amo. Ti amo. Ti amo. DP: Con un matrimonio felice, non importa cosa succede al lavoro, cosa succede nel resto della giornata, quando arrivi a casa c’è un rifugio, sai di poter abbracciare qualcuno senza che ti gettino giù dalle scale gridando “Toglimi le mani di dosso.” Essere sposati è come avere un televisore a colori. Non torneresti più al bianco e nero. (Risate) DI: Danny era alto circa un metro e mezzo, strabico e con un solo dente, in fuori, ma ha messo più sentimento lui in questa bomboniera di tutte le star di Hollywood messe insieme. Cos’altro ho imparato? Ho imparato la capacità, quasi inimmaginabile, degli esseri umani di perdonare. Ho imparato cosa sono la resilienza e la forza. Come nell’intervista tra Oshea Israel e Mary Johnson. Quando Oshea era adolescente, ha ucciso l’unico figlio di Mary, Laramiun Bird, in uno scontro tra gang. Una dozzina di anni dopo, Mary andò in carcere a incontrare Oshea, a scoprire chi fosse l’assassino di suo figlio. Lentamente, incredibilmente, diventarono amici, e quando fu finalmente rilasciato dal penitenziario, Oshea andò a vivere con Mary. Ecco un breve estratto della conversazione che si è svolta poco dopo la liberazione di Oshea. (Video) Mary Johnson: Il mio figlio naturale non è più qui. Non l’ho visto laurearsi, e ora tu andrai al college. Avrò l’opportunità di vederti laureato. Non l’ho visto sposarsi. Spero che un giorno riuscirò a fare questa esperienza con te. Oshea Israel: il solo fatto di sentirla dire queste cose e averla nella mia vita in questo modo è la mia motivazione. Mi motiva a non deviare dalla retta via. Lei crede ancora in me, e il fatto che continui a crederci dopo tutto il male che le ho causato è sorprendente. MJ: Lo so che non è semplice condividere la nostra storia, anche se siamo seduti qui, guardandoci a vicenda. So che non è facile, perciò ammiro che tu l’abbia fatto. OI: Le voglio bene, signora. MJ: Ti voglio bene anch’io, figliolo. (Applausi) DI: E ho avuto infinite conferme del coraggio e della bontà delle persone, e di come l’arco della Storia si pieghi verso la giustizia. Come nella storia di Alexis Martinez, che era nato Arthur Martinez nel quartiere Harold Ickes di Chicago. Nella sua intervista, parla con sua figlia Lesley della sua affiliazione giovanile alla gang, e della sua trasformazione nella donna che aveva sempre saputo di essere. Lei è Alexis con sua figlia Lesley. (Audio) Alexis Martinez: Una delle cose più difficili per me è stata la paura di non avere un posto nella vita di mia nipote, e tu hai spazzato via tutto questo, tu e tuo marito. Uno dei risultati è il mio rapporto con le mie due nipoti. Ogni tanto litigano per stabilire se sono una lui o una lei. Lesley Martinez: Ma sono libere di parlarne. AM: Sono libere di parlarne, e questo per me è un miracolo. LM: Non devi scusartene. O metterti in punta di piedi. Non ti taglieremo fuori, e questo è qualcosa che ho sempre voluto che sapessi, che sei amata. AM: Sai, vivo tutto questo ogni giorno ora. Cammino per le strade, sono una donna e sono in pace con la persona che sono. Forse vorrei una voce più suadente, ma amo la vita che vivo e cerco di vivere così ogni giorno. DI: Ora amo la vita che vivo. Vi svelo un segreto di StoryCorps. Ci vuole un certo coraggio per affrontare queste conversazioni. StoryCorps parla della nostra mortalità. Chi partecipa sa che queste registrazioni saranno ascoltate dopo la propria morte. C’è un dottore di nome Ira Byock che ha collaborato alle registrazioni di persone in punto di morte. Ha scritto il libro: “Le Quattro Cose che Contano di Più” sulle quattro cose che appunto vorreste dire alle persone più care prima che voi, o loro, ve ne andiate: grazie; ti voglio bene; perdonami; ti perdono. Sono forse le parole più potenti che potremmo dirci l’un l’altro, e spesso è questo che ci si dice in una struttura StoryCorps. È una possibilità di sentirsi vicini a qualcuno cui teniamo — senza rimpianti, senza cose non dette. È difficile, ci vuole coraggio, ma è per questo che siamo vivi, giusto? Passiamo al TED Prize. Quando ho saputo da TED e Chris, qualche mese fa, della possibilità del Prize, ero senza fiato. Mi chiesero di elaborare un breve desiderio per l’umanità, non più di 50 parole. Ci pensai su, scrissi le mie 50 parole, e qualche settimana dopo Chris mi richiamò e disse: “Vai così” Ecco il mio desiderio: che ci aiutiate a prendere tutto quanto abbiamo imparato con StoryCorps e portarlo nel mondo così da poter tutti, ovunque, registrare facilmente un’intervista significativa con un altro essere umano, che sarà consegnata alla Storia. Come lo faremo? Con questo. Ci stiamo dirigendo a grandi passi verso un futuro in cui chiunque avrà accesso a uno di questi, e avrà un potere che 11 anni fa non avrei mai immaginato, quando ho iniziato StoryCorps. Ha un microfono, può dirvi come fare le cose, e può mandare file audio. Sono gli ingredienti chiave. Quindi la prima parte del desiderio è già in via di realizzazione. Negli ultimi due mesi, la squadra di StoryCorps ha lavorato furiosamente per creare una app che porti StoryCorps fuori dalle nostre strutture per essere sperimentata da chiunque, ovunque, in ogni momento. Ricordate, nelle nostre sessioni ci sono due persone e un facilitatore che le aiuta nella registrazione, che è così conservata per sempre, ma in questo momento stiamo rilasciando una versione beta pubblica della app Storycorps. Questa app è un facilitatore digitale che ti accompagna nel processo di intervista della StoryCorps, ti aiuta a scegliere le domande, e ti dà tutti i suggerimenti necessari a registrare un’intervista significativa di StoryCorps, e poi caricarla con un tocco nel nostro archivio alla Libreria del Congresso. Quella è la parte semplice, quella tecnologia. La vera sfida spetta a voi: prendere questo strumento e capire come possiamo usarlo in tutta l’America e nel mondo, così che, invece di registrare migliaia di interviste Storycorps all’anno, potremmo potenzialmente registrarne decine di migliaia o centinaia di migliaia o anche di più, forse. Immaginate, per esempio, un “compito a casa” nazionale per cui ogni studente americano di Storia delle superiori intervisti un anziano nel giorno del Ringraziamento, permettendo, nello spazio di un solo weekend, di conservare un’intera generazione di vite ed esperienze americane. (Applausi) Oppure due madri, da parti opposte di qualche conflitto, che si siedono a parlare non del conflitto, ma per scoprire chi sono loro come persone, e così costruire i primi legami di fiducia reciproca; o che un giorno diventi una tradizione, nel mondo, essere omaggiati di un’intervista StoryCorps durante il 75esimo compleanno; o che le persone della vostra comunità vadano in case di riposo, ospedali, rifugi per anziani, addirittura prigioni armati di questa app, onorando le voci più trascurate della nostra società e chiedendo loro chi sono, cos’hanno imparato nella vita, e come vogliono essere ricordati. (Applausi) Dieci anni fa, ho registrato un’intervista StoryCorps con mio padre, che era uno psichiatra, e diventò un attivista gay ben conosciuto. Questa è la nostra immagine di quell’intervista. Non ho più pensato a quell’intervista fino a un paio di anni fa, quando a mio padre, che sembrava essere in perfetta salute e visitava pazienti per 40 ore alla settimana, fu diagnosticato il cancro. Morì improvvisamente, pochi giorni dopo. Era il 28 giugno 2012, l’anniversario delle rivolte di Stonewall. Ho ascoltato quell’intervista per la prima volta alle tre del mattino del giorno in cui è morto. Ho due figli, e sapevo che il loro unico modo di conoscere questa persona, così importante nella mia vita, era attraverso questa sessione. Non pensavo di poter credere in StoryCorps più di quanto già non facessi, ma fu in quel momento che compresi visceralmente l’importanza di queste registrazioni. Ogni giorno, le persone vengono da me e dicono; “Vorrei aver intervistato mio padre, o mia nonna o mio fratello, ma ho aspettato troppo a lungo. Nessuno deve aspettare di più, ora. In questo momento, quando così tante nostre comunicazioni sono vane e irrilevanti, unitevi a noi nel creare questo archivio digitale di conversazioni importanti e destinate a durare. Aiutateci a dare questo dono ai nostri figli, questo testamento della nostra umanità. Spero che ci aiuterete a realizzare questi sogni. Intervistate un familiare, un amico o anche uno sconosciuto. Insieme, possiamo creare un archivio della saggezza umana, e forse, nel farlo, ascolteremo un po’ di più e grideremo un po’ meno. Forse queste conversazioni ci ricorderanno cosa conta davvero. E forse, forse, ci aiuteranno a riconoscere la semplice verità che ogni vita, ogni minima vita, importa ugualmente e infinitamente. Vi ringrazio molto. (Applausi) Grazie. Grazie. (Applausi) Grazie. (Applausi)

Pionieri

L’uomo si siede e comincia a piangere. “Mi scusi”.
È un pudore che mi colpisce, ogni volta. E capita spesso.
Tiro fuori il pacchetto di fazzoletti di carta, ma l’uomo ha il suo, di cotone.
“Non è vita… Ma come si fa? Mia moglie non è più lei.”
Dei vari esiti di un ictus, l’afasia è uno di quelli più pesanti. Magari capisci, ma non riesci a comunicare. Le parole che faticosamente riesci a pronunciare non sono quelle giuste: non designano nulla, oppure non indicano ciò che vorresti.
L’altro non capisce cosa vuoi, se hai bisogno di qualcosa… E tu ci riprovi, e l’altro non capisce. Ci prova, fa tentativi: “Vuoi questo? Quello? Hai bisogno di…?…” E ti spazientisci, e l’altro pure. Ti arrabbi, e l’altro pure. Perché se potessi alzarti da quella carrozzina e fare da te, sarebbe tutto più facile. Invece dipendi da qualcun altro, e neanche riesci a farti capire.
L’uomo piange e continua a scusarsi.
“Che vita è?”
È una domanda che apre una ridda di questioni.
E più passa il tempo più mi accorgo di avere più interrogativi che risposte, il che non è segno di saggezza socratica, ma di quanto la vita sia tremendamente complessa. E più la scienza avanza, e più si aprono scenari del tutto nuovi che siamo chiamati a gestire, senza precedenti con cui confrontarci. Siamo pionieri, tutti quanti.
“Che vita è?”
La domanda non è retorica, è vera e profonda, e non ha risposte predefinite, semplici, ripetibili. Ogni storia è a sé.
“È capitata a noi.” Dignitosamente, senza rabbia né rivendicazioni. L’uomo è rassegnato al destino di pioniere, catapultato improvvisamente in un altro mondo, testimone di un percorso che si delinea solo percorrendolo. Pioniere, cammina con altri compagni in terre straniere.
Raccolgo le loro testimonianze. E ne lascio qualche traccia qui, semi che spero fioriscano nei nostri giardini interiori.

Nientemeno che il senso della vita

Lunedì mattina comincia così, con questa richiesta di una donna con un lungo percorso di malattia: “Sono stanca, finora ho lottato ma adesso non ce la faccio più. Mi dia lei una motivazione per andare avanti.”
Nientemeno.
Il punto è che le mie risposte non servono a lei. Posso solo accompagnarla nel cammino di ricerca, perché il senso della vita non è una verità comunicabile, non è una formula, è un percorso che cambia nel tempo, e che richiede continui adattamenti e riflessioni.
Quando mi occupavo di formazione, ogni tanto in aula facevo un’esercitazione. Chiedevo alle persone: “per cosa vorreste essere ricordati dopo la vostra morte? Potete anche pensare alla frase che vorreste scrivere sulla vostra tomba”. L’impatto era un po’ forte, suscitava gesti scaramantici e risatine nervose, però poi, quando ci si mettevano veramente, emergeva velocemente ciò che era davvero importante per loro, i valori che li guidavano.
Il senso della vita sta nel realizzare i nostri valori, i nostri talenti, nel dare risposte ai dolori della vita, nel farsi domande, nel cercare.
Nasce dall’ascolto di noi stessi, da ciò che scopriamo attraversando le varie esperienze di vita; nasce dal dialogo con altri compagni di viaggio, dalle letture, dalle testimonianze di vite altrui che ci colpiscono e ci parlano.
Per me il senso della vita sta nelle relazioni: dalla cerchia stretta delle persone che amo, in cerchi via via più larghi verso le persone che incrocio anche solo per un breve tratto di strada, fosse anche solo il commento a un post.
Vivo di relazioni. Il mio lavoro è fatto di relazioni. E poi guardo…. Guardo continuamente il mondo intorno a me, trovando le piccole bellezze di ogni giorno, quelle quotidiane che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.
Ma ovviamente il senso che ricavo da tutto ciò viene dal percorso che mi ha portata fin qui, da ciò che sono io. Ne do semplicemente testimonianza. E questo stesso blog vorrebbe essere testimonianza proprio del senso che la vita ha per me.

Chiudo questo post con un brano tratto da “Quando i tetti crollano” in Brecce, di Henri Michaux. È il dialogo tra l’abate e il nuovo arrivato:

Il nuovo arrivato
Le preoccupazioni, il ritorno dei pensieri incompiuti bastavano, per fare cerchio intorno a me; le ripugnanze, le abitudini mediocri, i fantasmi invisibili.

L’abate
(…) Quel cerchio non deve più essere. Smetterai di nutrirlo. A questo scopo, devi spostare il tuo centro. Adesso aiuterai un altro. Gli recherai le luci di cui ha bisogno per aspersi guidare.

Il nuovo arrivato
Come farò? Io che non posso aiutare me stesso, io che aspetto la luce.

L’abate
Nel donarla, l’avrai. Cercandola per un altro. Il fratello accanto a te, devi aiutarlo con ciò che non hai. Con quel che tu credi di non avere, ma che è, che ci sarà. Più profondo del tuo profondo. Più sepolto, più limpido, torrenziale sorgente che senza tregua scorre, chiamando a condividere.
Va’. Tuo fratello aspetta la parola di vita.”

Ecco. I cerchi del non senso iniziano a spezzarsi quando ci apriamo alla vita, agli altri. Quando usciamo dal nostro ristretto orticello e ci impegniamo nel donare qualcosa alla vita, nel mettere in circolazione ciò che abbiamo. “Nel donarla, l’avrai”.
Accade veramente.

I gesti antichi

Oggi inauguro una nuova categoria di post: sguardi di ordinario dolore e, talvolta, di straordinaria speranza.

Alcuni dolori si placano solo scrivendo, dando forma e contenitore alle emozioni. Qui vorrei condividere alcuni sguardi che hanno a che fare col mio lavoro in ospedale. Sono una psicologa, ma qui non voglio raccontare storie personali: quelle devono rimanere tali. Vorrei provare a condividere i miei sguardi su quelle storie. Sono sguardi pesanti, difficili da condividere. Non so se qualcuno avrà voglia di seguirli. Posso però dire che questi sguardi sono stati e continuano ad essere fecondi per me, un’immersione nell’umanità che cura e riporta al centro: di sé e della vita.

Questo è il primo.

Arrivo davanti alla stanza, la porta è aperta, e vedo la signora impegnata nel sistemare il figlio. Così, appoggiata al muro del corridoio, aspetto che finisca e intanto guardo.

Vedo i gesti antichi di una madre che cambia il figlio, lo veste, lo mette in una carrozzina che poi spinge fuori dalla stanza. Però la madre è anziana, e il figlio adulto. Siamo in ospedale, e un accidente cerebrale ha prodotto tutto questo.

Mi colpiscono le madri in ospedale: sono sempre indaffarate intorno ai letti. Infilano e sfilano pigiami e magliette, cambiano pannoloni e traverse bagnate, rimboccano coperte, spostano cuscini, spingono carrozzine, imboccano con le raccomandazioni dei bambini: “Su, dai, fai il bravo. Ancora un cucchiaio… Dai, manda giù, bevi…”

Quelle madri hanno i gesti che le salvano dal baratro: occupano quasi tutto lo spazio del fare, e nel fare continuo cercano di non impazzire, di placare l’angoscia, di combattere l’impotenza, di lottare contro la sorte maligna. Riempiono così tanto quello spazio del fare che non ne rimane molto ai padri. Così quegli uomini stanno seduti affranti, si muovono nelle stanze e per i corridoi con gli occhi persi, carichi di un’angoscia che non trova parole. Sono increduli, incapaci di realizzare come e perché sia arrivato quel terremoto nelle loro vite. Innaturale, perché un genitore anziano non dovrebbe dover accudire il proprio figlio.

Comunque, donne e uomini combattono. Con le risorse che ciascuno di loro ha a disposizione, combattono. Questo mi commuove e mi fa provare un profondo rispetto: onore al merito, alle fatiche, alle sofferenze, alle battaglie. Le loro testimonianze di vita sono in me, e mi insegnano a vivere.