Archivio mensile:luglio 2014

Le vacanze stanno finendo…

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Foto dal treno e pensieri da fine vacanza.
Mi sono riposata, molto. Rilassata, pure. Impigrita, abbastanza. Sono arrivata ad alzarmi persino alle 9 la mattina (come dire mezzogiorno)! Ho letto sdraiata sul divano senza pensare ad altri impegni. Ho cucinato per gli amici.
La pacchia sta finendo, e mercoledì rientrerò al lavoro. Mi fa effetto, perché non ho mai lavorato ad agosto. Il rientro al lavoro ha sempre portato con sé la fine dell’estate, la ripresa generale delle attività, l’inizio vero dell’anno, i buoni propositi tipo dieta e attività fisica/iscrizione a qualche palestra. Di nuovo tutti a casa, al lavoro, a scuola, in coda la mattina. Di nuovo lo stress del trovare parcheggio la sera.
Invece ora rientrerò e saluterò molti colleghi in partenza. Troverò meno traffico e il parcheggio sotto casa, mi riterrò ancora parzialmente esonerata dai pensieri salutisti. Intorno a me c’è aria vacanziera, non di ripresa.
Mi fa strano tutto ciò: la forza dell’abitudine gioca la sua parte.
Altri pensieri e stati d’animo da fine vacanza, invece, si ripresentano puntuali e ricorrenti: un po’ di malinconia, di tristezza, un po’ di dispiacere per non essere riuscita a leggere tutto quel che avevo in attesa, per non aver fatto cose che avevo desiderio di fare.
Io tendo a riempire il tempo vacanziero di troppe aspettative, e so bene che alcune andranno deluse. In più -per me- l’abbondanza di tempo non va di pari passo con l’efficacia. Più ne ho e peggio lo impiego, mentre quando ne ho poco riesco a fare molte più cose, con maggior soddisfazione.
In qualche modo, l’abbondanza per me non è foriera di benessere, e la questione non è limitata al tempo. Forse nell’abbondanza si danno le cose per scontate, ci si rilassa, non si incontrano limiti stretti a far da sprone.
Nel Prologo del Faust, il Signore dice a Mefistofele:
“L’attività dell’uomo s’affloscia troppo facilmente ed egli si adagerebbe con piacere in un assoluto riposo. Perciò gli metto volentieri accanto un compagno che lo sproni, ed agisca e si comporti come diavolo.”
I limiti hanno la loro funzione necessaria. Il problema è sempre la misura: troppo larghi, si sbrodola, troppo stretti, son fonte di fatiche e dolori. Ma questo è.
Questioni filosofiche a parte, dopodomani tornerò alla sveglia la mattina, agli orari, al tempo che pressa. Passata la fatica del cambiamento di stato, superata l’inerzia, so che poi tornerò a camminare prendendo il passo e il ritmo, e ne avrò piacere… Gli sprint non sono il mio forte, e nemmeno le partenze; ma una volta avviata, le camminate lente e costanti, quelle sì, sono nella mia natura.

Si fa presto a dire realtà (II parte)

Vi riporto qui di seguito altre citazioni tratte dallo stesso libro di David Eagleman, In incognito.

“Nel 1670 Blaise Pascal osservò con religiosa umiltà che <l’uomo è ugualmente incapace di scorgere il nulla da cui è tratto e l’infinito da cui è inghiottito>.
Pascal si accorse che passavamo la nostra vita su una ‘punta minutissima’, sospesa tra la scala inconcepibilmente piccola degli atomi che ci compongono e la scala infinitamente grande delle galassie.
(…)
Ciò che riusciamo ad esperire è profondamente limitato dalla nostra biologia. Questo non concorda con la tradizionale idea che captiamo passivamente attraverso occhi, orecchie e dita un mondo fisico oggettivamente esistente al di fuori di noi.
(…)
…il cervello riesce a campionare solo una minuscola parte del mondo fisico esterno.
(…)

Chiedetevi che effetto faccia essere nati ciechi. Rifletteteci bene un attimo. Se la vostra ipotesi è ‘Dev’essere come vivere nella più totale oscurità’ o ‘avere un buco nero al posto della visione’, vi sbagliate.
Per capire perché, immaginate di essere cani da riporto, come il segugio. Il vostro lungo naso ospita duecento milioni di recettori dell’olfatto. All’esterno, le narici umide attivano e intrappolano le molecole olfattive. Le fessure degli angoli di ciascuna narice si allargano per consentirvi di incamerare più aria quando fiutate. Anche le orecchie pendule, strisciando a terra, sollevano molecole olfattive. Il vostro mondo è tutto concentrato sul fiuto.
Un pomeriggio, mentre seguite il padrone, vi fermate all’improvviso, colpiti da una rivelazione. Che effetto farà avere il naso penoso e inadeguato di un uomo? Che cosa potranno mai individuare gli uomini quando annusano un refolo d’aria? Percepiscono un’oscurità? Hanno un buco al posto dell’olfatto?
Poiché siete umani, sapete che la risposta è no. Non c’è nessun buco, nessuna oscurità e nessuna sensazione di vuoto là dove manca la capacità di percepire l’odore. Voi accettate la realtà che vi è offerta.”

Tutti noi accettiamo la realtà per come ci viene offerta. Chi ha percezioni sinestesiche trova normale gustare un suono, e non capisce come potrebbe essere diversamente.

Ecco, questo è incredibile. Ogni cervello è unico nelle sue capacità di percezione.
Ciò che chiamiamo normalità è una gamma infinita di differenze.
Preziose, perché siamo noi e la nostra esperienza sulla terra.
Siamo simili, eppur diversissimi. Condividiamo la predisposizione a vedere, ascoltare, gustare, odorare, sentire col tatto, eppure le nostre esperienze sensoriali possono essere molto diverse.
Si fa presto a dire realtà. Si fa presto a mettere etichette.
Io sono incantata dalla varietà infinita delle nostre normalità. Anche quando viene diagnosticata una patologia, fisica o psicologica, penso che non si dovrebbe mai scordare la normalità che la abita, le storie che le vivono intorno, i percorsi creati da tutto quell’insieme. Vita, sempre. Noi.

Si fa presto a dire realtà

Forse tutti ci siamo lanciati in qualche speculazione filosofica sulla realtà. Magari -davanti a un bel tramonto- ci sarà scappata la fatidica domanda: “ma i colori che vedo io, saranno esattamente quelli che vedi tu?”
Poi, però, nella vita quotidiana, diamo per scontato che la realtà sia condivisa, e che tutti ne facciamo la stessa esperienza: il rosso è rosso, se stiamo guardando la stessa scena vediamo le stesse cose, la cioccolata è cioccolata. Può essere che non ti piaccia (evento raro) ma rimane cioccolata.
La questione, però, è più complessa.
La percezione della realtà non è così oggettiva, ma è continuamente interpretata dal nostro cervello.
Mike May divenne cieco all’età di tre anni a causa di un’esplosione. A quarantatré un intervento gli ridiede la vista. Quando gli tolsero le bende ciò che vide non era ciò che lui e tutti gli altri si aspettavano: era un’esplosione di forme e colori senza senso. I suoi occhi vedevano benissimo, ma il suo cervello non era ancora in grado di decifrare tutti quegli input: doveva imparare a vedere.
Il fatto è che il nostro cervello interpreta i dati in modo attivo, non è un passivo recettore.
Noi percepiamo quel che ci dice il cervello.

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La nostra esperienza percettiva ci dice che stiamo vedendo forme in movimento, anche se sappiamo che il movimento non c’è.
(Se non riuscite a vedere il movimento, cliccate sull’immagine per ingrandirla).

Altri esempi:
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Qui il cervello rimane spiazzato e passa da un’interpretazione a un’altra: volti o vaso, suonatore di sax o volto…

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Anche qui accadono cose curiose: un triangolo bianco che non c’è ma che vediamo… linee lunghe uguali che ci sembrano invece diverse…

Il fatto è che quando guardiamo entrano in gioco le nostre aspettative, le nostre esperienze del mondo, le domande e le risposte che abbiamo in testa e attraverso le quali osserviamo la realtà, e tutto questo influisce sulla nostra percezione.

“…la prima lezione da apprendere sull’opportunità di fidarsi dei propri sensi è quindi di non fidarsene. Il mero fatto che crediate che una cosa sia vera, il mero fatto che sappiate che è vera, non significa che lo sia davvero. (…)
Dopotutto, siamo consapevoli di ben poco di quanto c’è “là fuori”. Il cervello formula assunti per risparmiare tempo e risorse, e cerca di vedere il mondo solo nella misura in cui gli occorre vederlo.” David Eagleman, In incognito

“…si riscontrano nella popolazione leggere differenze nella funzione cerebrale e a volte queste si traducono direttamente in maniere diverse di esperire il mondo; e ciascun individuo crede che la sua maniera sia la realtàibidem (il grassetto è mio)

Un esempio: la sinestesia. Ci sono persone che sentono il gusto di un colore, vedono un suono, sentono al tatto una musica. La sinestesia è una fusione di distinte percezioni sensoriali.
“La sinestesia è il risultato di un aumentato dialogo tra aree sensoriali del cervello (immaginatevi, sulla mappa cerebrale, delle nazioni vicine con confini permeabili), e questo dialogo deriva da minime variazioni genetiche che vengono trasmesse di padre in figlio. Pensate: variazioni microscopiche del cablaggio cerebrale conducono a realtà differenti.”
La sinestesia ci ricorda “come ciascun cervello determini in maniera unica ciò che percepisce o è capace di percepire. (…)
La realtà è molto più soggettiva di quanto non si ritenga comunemente: anziché essere registrata passivamente, è attivamente costruita dal cervello.”
Ibidem

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Vediamo tramonti diversi, con differenti stati emotivi che arrivano da lunghe e diverse storie personali. La cosa sorprendente è che tutte queste differenze non ci impediscono di sentire insieme, di emozionarci insieme, di dialogare e, addirittura, di capirci.
Non smetterò mai di stupirmi di tanta meravigliosa complessità.

P.S. I contributi fotografici sono presi da internet, gironzolando un po’ tra le immagini di effetti ottici proposte da Google.

Questioni di eredità

Non ho figli, e non me ne rammarico. A volte mi capita di pensare che ciò che ho imparato dalla vita se ne andrà con me, dalle cose stupide a quelle importanti. Gli insegnamenti tramandati di genitore in figlio si fermeranno, insieme al mio corredo genetico.
Penso alle cose che, periodicamente, butto via. L’anno scorso di questi tempi ho fatto un gran lavoro di repulisti in casa: ci voleva, e mi ha fatto stare meglio. Alleggerirsi per andare oltre. Non possiamo portare tutto con noi. Abbandoniamo la zavorra, anche se ci sembra cara. Quel che realmente ha senso e ci dà vita sta in poco spazio. Poi c’è quel che ha senso ma è meno indispensabile, in un continuum che arriva a ciò che è francamente inutile e privo di vita se non nei ricordi.
Ogni tanto, ho bisogno di fare pulizia a fondo e buttar via. Mi fa respirare.
Do ascolto alla mia parte concreta, allo spirito della salumaia (http://wp.me/p2K0NN-bi), e lascio sullo sfondo la mia parte animista, che sente vita nelle cose. Quella vita è comunque in me, le cose possono essere lasciate andare.
Così, anch’io passerò. E qualcosa di me vivrà in chi mi ha conosciuta.

“L’aver vissuto e seminato bene consente di andarsene appagato, perché la morte non ti strappa nulla, ma ti fa lasciare in eredità, orgoglioso, cose che hanno richiesto impegno e dedizione, e sancisce il tuo prezioso contributo al perenne rinnovamento della vita.”
Sandro Bartoccioni, Dall’altra parte

Costruiamo in vita ciò che lasceremo in eredità. Qualunque essa sia e in qualunque direzione vada. Spesso in direzioni che non avevamo immaginato.
Siamo umani e siamo abitati da parti contrastanti: a volte facciamo fatica a separarci da un piccolo oggetto che ha un significato speciale per noi, altre volte abbandoniamo luoghi, persone, cose, chiudendo una porta interiore e andando oltre.
E la vita andrà oltre noi, si butterà alle spalle la nostra esistenza. Ma in una piccolissima parte, avremo contribuito a portarla avanti.

“La vita è un soffio… come quella delle farfalle che vivono un solo giorno, che importanza può avere se muoiono alle 4 o alle 6 del pomeriggio… l’unica cosa importante è se erano belle e se qualcuno ha potuto godere della loro bellezza.”
Sandro Bartoccioni, Dall’altra parte

Credo nella bellezza. È per me un valore, che dà senso alle nostre vite. Credo nella bellezza che sposa lo spirito, la bellezza che anima la vita. La bellezza piccola del quotidiano, la bellezza meravigliosa dell’universo. La bellezza di un gesto, la bellezza di uno sguardo. La bellezza di un lavoro ben fatto. La bellezza dell’opera che sono le nostre vite.
Al di là di tanti discorsi, sappiamo riconoscere la bellezza, quando la incontriamo. Anche se scegliamo di non seguirla.
Io la seguo. È il mio contributo al perenne rinnovamento della vita.