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Guardare

“Bisogna guardare, e guardare è così difficile. Noi siamo abituati a pensare. Riflettiamo tutto il tempo, in modo più o meno felice, ma nessuno ci insegna a guardare. È un processo lungo. Richiede parecchio tempo, imparare a guardare. Uno sguardo che pesa, che interroga.
(…)
A me interessa un unico aspetto della fotografia. Ce ne sono tantissimi altri, ma ciò che mi commuove, che mi appassiona, è lo sguardo sulla vita, una specie di interrogazione perpetua e una risposta immediata.”
Henri Cartier-Bresson, “Vedere è tutto”

Sono completamente d’accordo. Guardare è l’attività costante delle mie giornate. E non solo perché ho la fortuna di possedere la vista. Guardo continuamente, e alleno lo sguardo. Guardo e ascolto. E ascolto anche attraverso lo sguardo.
Guardo la vita in tutte le sue manifestazioni: persone, cose, natura, prodotti dell’attività e dell’ingegno umano…
“interrogazione perpetua e risposta immediata”.

La vita è calore

“Il cancro ha cambiato il mio modo di sentire. Tutto è più intenso, gioia o dolore, struggimento o disperazione, il mio scudo protettivo è quasi inesistente, mi sento senza pelle, tutto mi arriva potentemente dentro fino ai recessi più reconditi dell’anima, nel bene e nel male.
La malattia è fredda e io ho imparato a ricreare il calore sottratto.
La vita è calore, e io, oggi, assaporo ogni cosa, che sia un raggio di sole, un colore, un cibo, delle acque calde, un sorriso o il conforto di un abbraccio, per dare sollievo al malessere o alla malinconia.
Licenziamento e cancro mi hanno permesso, grazie alla solidarietà dei miei pazienti, alla mia famiglia, agli amici e agli altri malati, di accedere a quel territorio sacro dove gli esseri umani si stringono l’uno all’altro con tutto la loro calda originaria umanità di fronte al dolore, all’impotenza e alla sofferenza per ciò che viene portato via da qualcosa o qualcuno che è più potente e contro cui nulla si può, ma che ci rende anche tutti così uguali.”
Sandro Bartoccioni, Dall’altra parte

Etty Hillesum, per ricordare…

“A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare -se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione-, allora non siamo una generazione vitale.
Certo che non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei: ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo – non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione-, allora non basterà. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portare chiarezza oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci si deve conquistare con altrettanta pena, e in circostanze che diventano quasi altrettanto difficili. E forse allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di chiarezza su questi oscuri avvenimenti, la vita sbandata potrà di nuovo fare un cauto passo avanti.”
Etty Hillesum, da Westerbork, dicembre 1942

E il compito di ospitare nelle nostre teste e nei nostri cuori gli avvenimenti della vita, e farli diventare fattori di crescita, è un compito sempre presente.

I nostri fondamentali valori umani

Da Westerbork, campo di smistamento, ultima tappa prima di Auschwitz.
“Essi vanno lungo il sottile filo spinato, le loro sagome in grandezza naturale scorrono indifese sulla grande distesa del cielo. Bisogna averli visti camminare laggiù…
La loro ben forgiata armatura di posizione, reputazione e proprietà s’è sfasciata, e ora essi sono rivestiti soltanto dell’ultima camicia della loro umanità. Si trovano in uno spazio vuoto, delimitato da cielo e terra, dovranno riempirlo da soli con le loro potenzialità interiori – là fuori non c’è più niente.
Ora ci si avvede che nella vita non basta essere un abile politico o un artista di talento, la vita richiede tutt’altre cose nella miseria estrema.
Sì, è vero, siamo messi alla prova nei nostri fondamentali valori umani.”

Etty Hillesum, Lettera del dicembre 1942

“La vita qui non consuma troppo le mie forze più profonde -fisicamente si va forse un po’ giù e spesso si è immensamente tristi, ma il nostro nucleo interiore diventa sempre più forte.”
Etty Hillesum, Lettera del 3 luglio 1943

Leggo, rifletto. Coltivo il mio nucleo interiore…