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Quando proprio ci vuole Bach

Stasera torno a Bach. Le note di una Passacaglia nelle orecchie, a fare silenzio interiore.
Torno a casa accompagnata dai volti e dagli sguardi che oggi ho incontrato, e se ora qualcuno mi chiedesse come sto, non saprei rispondere. Sto in un complesso di emozioni e pensieri, un po’ affaticata, un po’ contenta, un po’ dubbiosa, pensierosa, preoccupata; un po’ serena e un po’ no.
Si affacciano alla mente sorrisi e sguardi tristi, sconfortati; ritorna uno sguardo più sconfortato di altri.
Avrò fatto tutto ciò che potevo per quegli sconforti? Tra impotenza e onnipotenza c’è l’enorme spazio del possibile, del limite, e ne sento la responsabilità. Uno spazio sempre oggetto di interrogativi, quasi mai sgombro di nuvole.
Stasera proprio ci voleva Bach. Pensieri ed emozioni scorrono, e io sto. Questa sera sto nel bicchiere contemporaneamente mezzo pieno e mezzo vuoto, sto nei limiti e nelle possibilità, sto nella serenità e nelle domande, nella gioia e nella pesantezza. Sto in equilibrio, e ogni elemento che compone la complessità mantiene la sua forma, non si modifica nell’incontro con gli altri. La pesantezza non è meno pesante perché sta accanto alla gioia. Ma anche la gioia non è meno sorridente perché si accompagna alla fatica.
Porto tutto con me, e Bach offre argini per contenere quel fiume che scorre, potente e grave.
Ascolto e camminando guardo i giochi di luce sui marciapiedi bagnati, respiro il profumo di pioggia che persino in città si fa sentire. Ho nel cuore le persone che amo.

Sabato sera

Faccio un breve passaggio a Brahms, ma oggi no, non è musica per questo pomeriggio di quiete e di lavori zen di backup: telefono, computer, tablet. Ora tutto è salvato: sulle nuvole e su memorie spero durature.
Torno a Bach, alle Suites per violoncello eseguite con la tiorba. Così va bene.
Ho bisogno di ore come queste: docce della psiche che lavano via umori storti, bagni pieni di schiuma che accarezzano nervi sovraccarichi e agitati.
Queste note creano silenzio interiore, riportano armonia, centro.
Buon sabato sera.

L’irrequietezza della quiete (II)

È un dato empirico, più volte sperimentato: ascoltare Bach è una cura efficace per far passare le paturnie.
Stasera, il concerto con le Suites inglesi ha sgombrato l’animo dalle nuvolaglie umorali, e la passeggiata per tornare a casa, con tanto di golfino per l’aria meravigliosamente fresca, ha dato il tocco finale.
Posso andare a dormire contenta.

Nuvole e tralicci

Io guardo incantata i tralicci: li trovo bellissimi e mi sono simpatici. Ci ho anche scritto su un post (qui). E amo le nuvole, che in questa stagione danno il loro meglio.

Vi lascio in sottofondo il bellissimo Terzo movimento del Secondo Concerto Brandeburghese di Bach. Alla tromba il grande Maurice André.

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Da mattina a sera

Con l’auto in riparazione, stamattina, ben imbacuccata, armata delle Suites x violoncello di Bach che ascolto per accoccolarmi nel mio mondo di introversa, affronto la mia ora di viaggio su tram e navetta per andare al lavoro. La luce rosata rende morbida la città e colora il fumo che esce dai camini, zucchero filato nel cielo.

Mi piace farmi trasportare mentre guardo fuori dal finestrino: scorrono immagini, pensieri, stati d’animo. Comincio bene la giornata.

Poi, col passare delle ore, si aggiungono pezzi di fatica che mi rendono meno baldanzosa e, ora di sera, ripercorro in senso inverso lo stesso tragitto, con gli stessi mezzi, ma con tutt’altro stato d’animo.

Guardo meno fuori dai finestrini e osservo più le persone: saranno le luci al neon, sarà che la stanchezza muove sguardi empatici su altre stanchezze, però vedo volti più segnati. Si torna a casa: cartelle, zaini, sacchetti e borse della spesa si avviano verso le uscite e si disperdono rapidamente per le strade infreddolite.

Mi disperdo anch’io, camminando veloce per non sentire il freddo.