Archivio mensile:aprile 2013

Guardare ed ascoltare

Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. lo siedo alla finestra e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.
Umberto Saba, Meditazione, dal Canzoniere

E’ così anche per me: guardare ed ascoltare sono la mia forza.

Io guardo, in continuazione: sono in auto la mattina per andare al lavoro e i miei occhi osservano lo stesso percorso, ma ogni giorno diverso; ogni giorno qualcosa di nuovo attira la loro attenzione. Conosco l’avanzare delle foglie sugli arbusti al lato della strada: le guardo mentre son ferma al semaforo; ci sono molti semafori per andare al lavoro, e ad ogni rosso, guardo; mi incantano i riflessi sui vetri e sui cofani concavi delle auto in movimento: vedo sfilare lì il paesaggio che sta ai lati; e vedo ricrescere dall’asfalto erbe indomite, rispuntare foglie su rami tranciati.

Guardo volti per molte ore della mia giornata; guardo stati d’animo che trasudano dai corpi in movimento per i corridoi dell’ospedale; incrocio sguardi e gesti che mi parlano di ansie, timori, dolori, tensioni, rabbie.

E mentre attraverso i giardini per andare da un edificio all’altro dell’ospedale, guardo il cielo, le piante, le panchine, i fiori. Per poi tornare nuovamente ai corpi e ai volti umani.

Poi ascolto: è in assoluto la cosa che più amo fare. Ascolto persino le conversazioni che mi arrivano sui mezzi pubblici, ascolto frammenti di discorsi per strada. E ovviamente ascolto le storie che le persone mi raccontano, ascolto le vite che incontro. Ascolto e provo a rispondere, e poi torno ad ascoltare ancora. Fiumi in piena, fiumi in secca. (Ne avevo già parlato in questo post: L’ascolto)

Citando don Juan, lo stregone raccontato da Castaneda (letture di trent’anni fa!!!!): “Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato.”

Così io guardo, guardo e ascolto. Senza fiato. Con stupore, meraviglia. Con fatica e pesantezza. Risuonando con gli stati d’animo che incontro, esprimendo gli stati d’animo che vivo.

Guardo e ascolto: questo è il mio viaggio quotidiano nel mondo.

Cammino col naso all’ingiù

Cammino col naso all’ingiù, guardando i riflessi della pioggia sul marciapiede. Ho in mano il cellulare, e guardo attraverso il suo obiettivo un fantastico mondo astratto di forme e colori, che cambia continuamente tra luci brillanti. È come attraversare la porta di Alice e finire in un mondo al contrario, che brilla di luci riflesse. Cammino immersa in questo mondo, affascinata, e non smetto di guardare con meraviglia.
Dimentico pure che sto andando dal dentista, e quando mi ritrovo sulla poltrona col trapano in azione ripenso agli sgocciolii e alla galleria d’arte che è l’asfalto bagnato.

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Profumo di pane e temporale

Domenica pomeriggio, la casa è immersa nel silenzio, e anche da fuori non arrivano quasi rumori. Il cielo è grigio da troppi giorni.
Chiudo il libro perché continuo a rileggere frasi mentre la testa è altrove, e l’ironia della cosa è che il suddetto libro è un manuale clinico di mindfulness, la pratica del qui-e-ora.
Meglio lasciar perdere, e accendere il computer.
Mi trasferisco in cucina così do un occhio anche al pane che sta cuocendo. Per oggi ho già biscottato un esperimento di torta al microonde (che peraltro è venuta buonissima, anche se non come avrebbe dovuto), non vorrei biscottare anche il pane.
Mi piace cucinare quando ne ho voglia, mescolare sapori e profumi, impastare, veder lievitare e prendere forma e colore in forno… Mi piace la casa che profuma di pane o di torta. E qui, ora, in mezzo a questi profumi, c’è tutto il mio mondo, cioè tutte le persone a cui voglio bene. Ognuno nella sua vita, immerso in chissà quali pensieri e stati d’animo; tutti lontani da qui ora, sparsi in luoghi differenti, eppure così presenti e vivi in me, ognuno in una relazione unica, diversa dalle altre.
Oggi quest’intensità emotiva è faticosa da reggere, mi rende inquieta: troppo silenzio fuori e troppa vita dentro.
Il cane della vicina ulula ai tuoni, sta arrivando un gran temporale, con tanto di lampi e gran scrosci d’acqua. Improvviso, il cielo scarica la sua tensione.
La mia, cerco di incanalarla scrivendo.

Luna piena e arcobaleno

Ci sono semplici frasi che arrivano come un’onda dalla portata emotiva potente.
Semplici frasi dalle quali un mondo di vissuti esce lanciando la sua richiesta di ascolto, di vicinanza, di presenza amorevole. Ieri ne ho letta una così.
Ci sono frasi che escono dai post e vengono lanciate in cerca di condivisione, lanciate nell’aria come petali di rose, perché qualcuno le raccolga.
Leggo queste frasi, rispondo in qualche modo. Mi rimangono comunque dentro, le porto con me, nella mia vita. Frammenti di storie, stati d’animo, pensieri: non hanno volti, perlopiù, a volte neanche nomi che non siano nick, ma sono presenze vive e amiche.
Incontro un’intensità che mi commuove.
Etty Hillesum scriveva “Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite”. Lo comprendo bene, lo sento profondamente.
Qui si offrono e si ricevono balsami fatti di parole.
Ora però sono stanca e ho sonno, e non ho voglia di andare a dormire. Amo la quiete della sera, il silenzio intorno. In questo momento una luminosissima luna piena è comparsa proprio nel riquadro della finestra, sorprendendomi.
Anni fa, un giorno in cui ero triste, pensierosa, in risonanza con il lato doloroso della vita, alzai lo sguardo e dalla finestra vidi un arcobaleno.
Un po’ come stasera, il cielo risponde ai miei stati d’animo con la sua vita.
Inaspettatamente, questa luce brillante irrompe nella stanza silenziosa e mi dà gioia. Non che risponda veramente a una qualche mia domanda. Semplicemente, è. Questo esserci, così, è una risposta. Dedicata a chi si domanda il senso della vita, a chi non aspetta più Godot.

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Tutta colpa della mielina

Questo post è dedicato ai miei coetanei cinquantenni, o su di lì.

Dunque. Prendiamo un collega, di quelli che non vedi proprio tutti i giorni ma che sai perfettamente come si chiama. Lo incontri un giorno in corridoio, lui ti saluta con un cordiale: “ciao, Chiara!”, mentre tu gli rispondi con un più semplice: “ciao….”
Ecco, non vuol dire che sono maleducata. Vuol dire che la ricerca affannosa del suo nome nella mia memoria si conclude un attimo dopo esserci incrociati. In tempo oramai inutile.
Dunque non sono scorbutica. Sono cinquantenne, ed è tutta colpa della mielina, che non è più quella di una volta.

Prendiamo un’auto di Formula 1 che corre sull’asfalto perfetto di un circuito da corsa. Quell’asfalto perfetto è la mielina giovane, che fa correre le informazioni lungo il sistema nervoso. Prendiamo invece una strada provinciale, col suo asfalto un po’ più scalcagnato, e avremo la velocità del cervello “maturo”.
Ovviamente l’esempio non è scientifico, ma rende l’idea.

Così, per rendermi più simpatica la faccenda, ho cominciato a immaginare un vecchio bibliotecario che se ne sta comodamente seduto in poltrona finché non gli arriva la richiesta di un’informazione. Allora si alza, inforca gli occhiali e va alla ricerca del libro giusto tra gli scaffali. Lo trova, lo prende, lo sfoglia e ti dà la risposta. Bisogna solo avere un po’ di pazienza. Nel mio cervello c’è lui, non Google.

Però una buona notizia c’è. Le ricerche ci dicono che se sulla velocità non c’è storia, il cervello “maturo” dà prestazioni migliori laddove sono necessarie capacità di sintesi, visione d’insieme, gestione della complessità.

Grazie alla plasticità del cervello, compensiamo i deficit creando nuove connessioni, un po’ come dire che se la strada provinciale è quel che è, abbiamo un sacco di stradine che collegano più paesi e cittadine tra di loro, e nel luogo X ci possiamo arrivare attraverso nuovi percorsi, scoprendo luoghi e panorami nuovi.

Così, sorvolerò sul nome del collega, continuerò ad entrare in una stanza chiedendomi cosa ci sono venuta a fare, però sono più in grado di collegare esperienze di vita mie e altrui, letture fatte, cose studiate, riflessioni, immagini… E il tutto in sintesi di volta in volta diverse o più complesse.

Tutto sommato, va bene così.

Lo spirito della domenica

Ho appena aperto gli occhi e il pensiero è già andato a una serie di impegni e fatiche del lunedì. Accidenti, ma sono solo le 8 di domenica mattina! Non ce n’è, sabato e domenica non sono uguali, e il vero weekend va da venerdì sera a sabato sera. Domenica è un giorno di transizione, ha un po’ di leggerezza festiva e un po’ di pesantezza feriale, mescolate in dosi ogni volta diverse, che danno vita alle diverse alchimie domenicali.

Il sabato è più affidabile: il tempo che ho davanti mi fa rilassare, e anche se gli umori possono cambiare da un sabato all’altro, resta la sensazione di tempo davanti a me. Tempo da vivere con calma, con maggiore libertà, con ritmi congeniali.

La domenica no. Il tempo restringe gli orizzonti di libertà, e le cose da fare sono troppe: quelle che proprio si devono fare (faccende di casa, carte impilate sul tavolo da sistemare), quelle che sono utili ma anche piacevoli da fare (il pane, la torta per la colazione), quelle interessanti e piacevoli (letture, studio, blog), e poi gli amici…

Passano le ore e il lunedì mattina si avvicina. Alla faccia del qui e ora.

Che poi a me lavorare piace. Il lunedì, superato lo scoglio della sveglia e del rintontimento iniziale, una volta uscita nell’aria fresca del mattino sono pure contenta, in genere. Quindi sono davvero curiosi i vissuti domenicali: l’inquietudine, la tensione a non sciupare la giornata, a non buttarla via in malo modo, la malinconia che giunge la sera, la fatica all’idea di ricominciare la settimana.

Il sabato è prodigo, ha lo spirito della cicala: posso godere di quel che c’è, posso anche perdere un po’ di tempo, prendermela comoda… Tanto c’è domani.

La domenica, invece, ha lo spirito della formica: bisogna darsi da fare, perché poi non ci sarà più tempo fino al weekend successivo.

Sempre alla faccia del qui e ora.

Allora mi fermo. Non faccio nulla per un po’, lascio decantare, aspetto che le acque torbide dell’umore si schiariscano lasciando andare sul fondo ciò che disturba.

Ecco, mi viene in mente che il venerdì sera è un po’ come la giovinezza, tesa a ciò che deve venire; il sabato un po’ come l’età adulta, la domenica un po’ come la vecchiaia…

Così forse è il senso del tempo a scandire gli umori: tempo atteso, tempo vissuto e da vivere, tempo che finisce. Mi sa che la malinconia della domenica sera ha più a che fare con questo che col lunedì.