Archivio mensile:giugno 2014

Domenica di felicità

Oggi post leggero come la mia domenica. Stamattina mi sono alzata e me la sono presa comoda: ho impiegato più di un’ora a fare colazione, e non perché abbia mangiato tanto, ma perché tra una cucchiaiata di yogurt e l’altra ho letto e commentato alcuni post, con calma, col piacere di una chiacchierata tra amici.
Poi, mi sono decisa: la mia planetaria mi guardava da troppo tempo con sguardo mesto, chiedendomi di impastare qualcosina, sbattere anche solo qualche rosso d’uovo, così, tanto per non sentirsi inutile e riprendere un po’ di autostima e di fiducia in se stessa. Stava conducendo da troppo tempo un’esistenza senza senso, e mi guardava con occhi imploranti, tipo il gatto di Shrek.
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Non ho potuto resistere a quello sguardo, e così oggi ho fatto il pane e la torta per la colazione. E mi sono sentita ancora meglio.
Ci sono attività che offrono innalzamento dell’umore garantito e immediato. Tra queste (rimanendo in ambito domestico) metto senz’altro: impastare il pane col profumo di lievito che ti rimane sulle mani; lasciare nella ciotola generose tracce di quell’impasto morbido e spumoso versato nella tortiera e poi dedicarsi alla pulizia accurata della ciotola (slurp!); veder lievitare in forno pane e torta (non insieme), col relativo profumo che si diffonde per casa.
Benessere puro.
Così, dopo aver trafficato in cucina ed essermi dedicata a qualche faccenda domestica, ora sprofondo sul divano con grande soddisfazione.
E subito dopo l’invio di questo post, un libro mi aspetta.
Oggi sono felice.

P. S. Perdonatemi questo momento di compiacimento, rimirando i prodotti finali.
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Pionieri (parte II)

Rispondere ai commenti del post precedente mi ha fatto molto pensare e mi ha portata a considerazioni che vanno al di là del tema trattato, e che riguardano la complessità entro cui noi individui siamo chiamati a muoverci, a orientarci.
In particolare, ho pensato a ciò che va fuori dagli schemi, ciò che la nostra visione delle cose non riesce a racchiudere. C’è sempre qualcosa che sfugge, un’eccezione, una sfumatura che contrasta con l’insieme. Ma lì, in quelle sfumature, in quelle eccezioni, ci sono delle vite, delle esperienze di esseri umani.
Un farmaco che cura la maggior parte dei pazienti senza importanti effetti collaterali può creare effetti avversi in qualcuno. Rari, percentualmente. Ma in quella minima percentuale ci sono storie di individui.
E questo non vale solo in ambito medico.
Andiamo in vacanza, ci muoviamo per lavoro, e prendiamo degli aerei. Gli incidenti non sono frequenti. I manuali dei piloti prevedono una quantità importante di problemi che potrebbero verificarsi e spiegano come si devono affrontare. Le loro check-list riducono al minimo gli errori possibili, e sono state di esempio anche per le sale operatorie. Ma nonostante questo, ogni tanto qualcosa va storto: altre vite, là, portano i segni dei viaggi sicuri per altri.
Abbiamo due generi ben determinati: maschile e femminile. Ma quante vite stanno lì in mezzo, in terre complicate e dolorose?
Vorremmo risposte nette e definitive, senza margini di errore. Bianco o nero. E invece non è quasi mai così. Vorremmo chiarezza, ci ritroviamo in un mare di sfumature. Vorremmo che una scelta fosse unicamente giusta o sbagliata. Vorremmo semplicità, ma le forme che ci ritroviamo tra le mani si complicano via via che le maneggiamo, sfuggono, non tengono i confini che avevamo trovato.
E lì, oltre i confini, ci sono vite. Vite che rimangono intrappolate tra le maglie di reti che non accolgono né espellono, che si ritrovano nelle basse percentuali. Vite che sono domande aperte, che magari serviranno a portare avanti le riflessioni, gli studi, le soluzioni. Che aiuteranno altri. Vite che portano il testimone per chi viene dopo.
Non abbiamo risposte definitive. Ricerchiamo le migliori risposte possibili in quel tempo e in quel luogo. Sapendo che qualcuno ne pagherà lo scotto, e altri ne beneficeranno.
Cerchiamo di fare il meglio che possiamo, con umiltà e rispetto. Imperfetti.
Onore a tutte le vite, dentro e fuori i canoni, le percentuali, le classificazioni. Onore al coraggio, al merito di tutti gli esseri umani che cercano di dare senso alla propria esistenza.

Pionieri

L’uomo si siede e comincia a piangere. “Mi scusi”.
È un pudore che mi colpisce, ogni volta. E capita spesso.
Tiro fuori il pacchetto di fazzoletti di carta, ma l’uomo ha il suo, di cotone.
“Non è vita… Ma come si fa? Mia moglie non è più lei.”
Dei vari esiti di un ictus, l’afasia è uno di quelli più pesanti. Magari capisci, ma non riesci a comunicare. Le parole che faticosamente riesci a pronunciare non sono quelle giuste: non designano nulla, oppure non indicano ciò che vorresti.
L’altro non capisce cosa vuoi, se hai bisogno di qualcosa… E tu ci riprovi, e l’altro non capisce. Ci prova, fa tentativi: “Vuoi questo? Quello? Hai bisogno di…?…” E ti spazientisci, e l’altro pure. Ti arrabbi, e l’altro pure. Perché se potessi alzarti da quella carrozzina e fare da te, sarebbe tutto più facile. Invece dipendi da qualcun altro, e neanche riesci a farti capire.
L’uomo piange e continua a scusarsi.
“Che vita è?”
È una domanda che apre una ridda di questioni.
E più passa il tempo più mi accorgo di avere più interrogativi che risposte, il che non è segno di saggezza socratica, ma di quanto la vita sia tremendamente complessa. E più la scienza avanza, e più si aprono scenari del tutto nuovi che siamo chiamati a gestire, senza precedenti con cui confrontarci. Siamo pionieri, tutti quanti.
“Che vita è?”
La domanda non è retorica, è vera e profonda, e non ha risposte predefinite, semplici, ripetibili. Ogni storia è a sé.
“È capitata a noi.” Dignitosamente, senza rabbia né rivendicazioni. L’uomo è rassegnato al destino di pioniere, catapultato improvvisamente in un altro mondo, testimone di un percorso che si delinea solo percorrendolo. Pioniere, cammina con altri compagni in terre straniere.
Raccolgo le loro testimonianze. E ne lascio qualche traccia qui, semi che spero fioriscano nei nostri giardini interiori.

Solitudine abitata

Stamattina non avevo voglia di inerpicarmi su per i bricchi. Sono uscita con libro, telefono e tablet, ho attraversato la strada e ho cercato un posto in pineta per leggere.
Quiete; solo il rumore del torrente, il profumo dei pini e il cielo azzurro senza neanche una nuvola.
A due passi dalla civiltà, sono stata risucchiata nel mondo incantato. Più incantato di quello abitato da elfi e folletti, ondine e ninfe. Un mondo di pure sensazioni, degno di un film di Tarkovskij. Ho smesso di leggere e ho fatto qualche foto. Felicità pura, di quando sei, pienamente, in ciò che c’è. E ogni cosa che tocca lo sguardo è bellissima, sorprendente.
Ci sono momenti in cui la solitudine è meravigliosamente abitata.
Abitata dalla vita, scaldata dall’amore delle persone che della mia vita fanno parte, dagli scambi degli incontri: quelli della mia vita professionale, e anche quelli del mondo virtuale. Condivisioni.
Sto qui, in compagnia della mia vita. Ubuntu.

La vita è calore

“Il cancro ha cambiato il mio modo di sentire. Tutto è più intenso, gioia o dolore, struggimento o disperazione, il mio scudo protettivo è quasi inesistente, mi sento senza pelle, tutto mi arriva potentemente dentro fino ai recessi più reconditi dell’anima, nel bene e nel male.
La malattia è fredda e io ho imparato a ricreare il calore sottratto.
La vita è calore, e io, oggi, assaporo ogni cosa, che sia un raggio di sole, un colore, un cibo, delle acque calde, un sorriso o il conforto di un abbraccio, per dare sollievo al malessere o alla malinconia.
Licenziamento e cancro mi hanno permesso, grazie alla solidarietà dei miei pazienti, alla mia famiglia, agli amici e agli altri malati, di accedere a quel territorio sacro dove gli esseri umani si stringono l’uno all’altro con tutto la loro calda originaria umanità di fronte al dolore, all’impotenza e alla sofferenza per ciò che viene portato via da qualcosa o qualcuno che è più potente e contro cui nulla si può, ma che ci rende anche tutti così uguali.”
Sandro Bartoccioni, Dall’altra parte