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Sguardi tristi

I pazienti, ovviamente, non sono tutti uguali: ce ne sono alcuni che finisci con l’amare più di altri.
V. è uno di questi. Ultimamente è più spesso triste, di una tristezza dolce e malinconica, riservata.
Seduto sulla sua sedia a rotelle, sta spesso in fondo al corridoio del reparto, davanti a una grande finestra, e guarda fuori. Anche oggi lo trovo lì. Mi siedo sul gradino accanto a lui. Mi sorride, col suo sorriso triste. Parliamo un po’, e alla fine lui mi dice che fra un mese il figlio si laureerà. “Che bello, sarà orgoglioso!” Abbassa lo sguardo. “Sì, ma non pensavo di andarci così. Non pensavo che potesse andare così la mia vita…”
Già. Non lo pensiamo mai. E il percorso di adattamento è sempre tutto in salita.
Lascio V. davanti alla sua finestra e torno sui miei passi, ma è difficile lasciar lì il suo sguardo.
Ogni tanto torna a far capolino durante la giornata, mi accompagna, in rappresentanza di tanti altri sguardi suoi compagni di viaggio.
In auto, tornando a casa, mi lascio avvolgere dalla bellezza delle note dell’Estro Armonico di Vivaldi, dalla bellezza dei rami spogli che disegnano forme nel cielo, altra forma di armonia.
Mi tengo in equilibrio, grata.
Vi porto con me, sguardi. Con voi guardo la vita, cercando bellezza e armonia. E stasera, anche un po’ di leggerezza.

Equilibrio

“Sa, dottoressa, è brutto invecchiare. E per favore, non mi dica anche lei che morire giovani è peggio. Lo so anch’io, ci mancherebbe. Ma questo non toglie la fatica di questo periodo, i pensieri, le paure. Sono grato alla vita per essere arrivato fin qui. Resta il fatto che ho spesso pensieri tristi, che riguardano il tempo che mi rimane davanti e quello che ho alle spalle.”
Mi sorride. “Lei è giovane”.
Il concetto di giovinezza può essere relativo…
L’uomo prosegue, spiegandomi la sua ricetta di sopravvivenza: visto che non riesce a non pensare alla morte, cerca di tenerla a bada concedendole un posto al suo fianco, ma non lasciandola mai sola. Le affianca la vita, le cose quotidiane che riempiono le sue giornate. Le cose più piccole: il piacere dell’aria fredda sul viso, la partita a carte al circolo degli anziani, le friselle che gli mandano i suoi parenti dalla Puglia… E le cose più grandi: gli affetti.
“Così sono un po’ triste e un po’ contento. Mi sembra un equilibrio ragionevole.”
Condivido. E mi alleno a quell’equilibrio tutti i giorni.

Equilibri di normalità

Nella quiete del sabato mattina si ricompongono i pensieri. In questa settimana sono stata un po’ sbilanciata sul fronte sofferenza/fatiche esistenziali, e ho ritrovato in me quel senso di fastidio e insofferenza rispetto alla normalità superficiale, distratta, indifferente, di cui parlavo nel post precedente.
Un effetto dell’essere accanto a persone dolenti è che quando esco dall’ospedale guardo il mondo con altri occhi. Spesso questo significa guardarlo con maggiore intensità e meraviglia, con la percezione della complessità e della pienezza. Allora sto in equilibrio tra i due mondi. A volte, invece, capita che l’equilibrio si rompa, e mi ritrovo con tutti e due i piedi nei luoghi faticosi e veri dell’umanità dolente.
Sono allenata a ritrovare l’equilibrio, e scrivere mi aiuta.
Oggi sono serena e, da qui, rifletto sulla normalità.
Diamo per scontata -e anche un po’ dovuta- la normalità senza nuvole. Vita normale significa vita tranquilla con, al massimo, problemi assimilabili a tiepide preoccupazioni… Magari un po’ di noia, di routine… Ma quante vite rientrano in quella supposta normalità?
Quello che mi colpisce è che abbiamo dentro l’illusione che per vivere una vita “normale” dovremmo essere felici. Dopodiché ci ritroviamo a confrontarci con una realtà che si discosta da quell’illusione. Se sei fortunato, si discosta poco, altrimenti sono cammini molto in salita.
Forse è una concezione legata allo spirito del tempo: la generazione che dagli anni ’50 in poi è cresciuta in periodi di ripresa economica, di speranze, di miglioramento che sembrava non dovesse mai finire. Invece è finito, e ci abbiamo messo anni per accorgercene.
Io sento spesso le persone lamentarsi delle fatiche che devono fare nelle loro vite: e non parlo dei pazienti, ma di persone che hanno vite “normali”.
Ho l’impressione che si sia perso il senso di questa parola.
La normalità non è l’equivalente della serenità. È non è una condizione statica. È normale che si alternino gioie e dolori, è normale che si fatichi a vivere: sei fortunato se i tuoi pesi non gravano troppo.
Trovo sconcertante che adulti maturi con normali fardelli esistenziali si lamentino seriamente della loro condizione. Ma dove vivono?
Mi colpisce quanto un preconcetto possa vivere radicato e scollato dalla realtà. Il fatto è che questo è proprio il potere dei preconcetti: li abbiamo dentro, e sono così scontati che ci possiamo convivere per una vita intera senza mai metterli in discussione. Nessuno è esente.
Il guaio è che, nello specifico del preconcetto di normalità, l’effetto collaterale è una costante infelicità, la sensazione di essere in una vita sbagliata, e che da qualche altra parte ci sia la vita che dovremmo vivere.
Se penso alla mia esperienza, ogni volta che dico sì alla vita così com’è, a ciò che sta accadendo e che non posso modificare, io ritrovo equilibrio e forze per affrontare ciò che devo. Ritrovo un benessere fatto di fatica e di possibilità, di peso sostenibile, di speranza. Quando i pesi si fanno sentire, desiderare una vita diversa è umano ma non aiuta. Si possono attraversare le terre dello sconforto e della rabbia, della depressione e dell’impotenza, ma poi accogliere ciò che c’è è il passo indispensabile per andare oltre, per fare ciò che è possibile fare, per migliorare la situazione se possibile, fin dove è possibile.
Normale è la vita che abbiamo, non quella che dovrebbe essere.
A me, questo pensiero fa bene.

Ubuntu

Sabato mattina grigio e piovoso, umore in sintonia. Avevo anche diverse cose da fare, e il senso del dovere si stava già organizzando. Poi mi sono fermata. No, così non va bene. Ho davanti un tempo prezioso, libero, e ho bisogno di fare qualcosa per me, di prendermi cura, di ri-centrarmi.
Divano, IPad, e una Ted talk che mi ispira. Già sto meglio. Il mio cervello si mette in movimento, prendo appunti, fluiscono riflessioni. Ne ascolto un’altra, e un’altra ancora. Ora sto bene, e vado in cucina a preparare con cura il pranzo.
E mentre lavo la verdura e metto a cuocere un profumatissimo riso Venere, penso a quanto sono potenti le idee testimoniate da persone che le trasmettono credendoci. Perché le Ted talks questo sono: “ideas worth spreading”. Idee di valore che vanno nel mondo, e stimolano, contagiano; e nel loro essere diffuse e condivise creano a loro volta valore, entusiasmo.
Ecco, entusiasmo. Ascoltare una Ted talk ha su di me un effetto antidepressivo immediato: mi fa stare subito meglio. E ho capito perché: sono tutte propositive, raccontano di valori, testimoniano percorsi possibili. In un clima di pessimismo generale, di telegiornali e giornali che portano solo brutte notizie, che se non parlano di pessima politica parlano di violenze e omicidi, qualcuno che mi dice con entusiasmo, credendoci: guarda questo percorso, è possibile, si può fare, questa è la mia storia e la condivido con voi… Ecco, questo mi fa stare bene, mette energia nella mia vita, mi risolleva l’animo e porta fuori la voglia di fare. E poi faccio davvero. Mi muovo, concretamente e psicologicamente.
Mi è sempre più chiaro che dai contagi emotivi negativi dobbiamo cercare di proteggerci, nei limiti del possibile. E ognuno deve capire cosa gli fa male, il che non è banale, né così scontato.
L’argomento è complesso, e non parlo dello star bene o male, dell’essere felice o sofferente, ma di cosa fa bene e cosa male alla nostra mente, al corpo, allo spirito.
Spesso ci facciamo del male pensando di farci del bene.
E a complicare le cose, c’è anche il fatto che ciò che ci nutre in un tempo, può rivelarsi tossico in un altro.
Possiamo solo imparare ad ascoltarci, affinare sempre di più le percezioni del nostro mondo interiore e rifletterci su.
Oggi si parla tanto di benessere fisico, dall’alimentazione all’attività sportiva; c’è un’attenzione spesso esasperata per questi aspetti. E in realtà si parla tanto anche di benessere psicologico, trattato però come più o meno semplici ricette per la felicità. Il risultato di tutto questo gran parlare, però, non mi sembra che produca poi un gran benessere reale, e soprattutto non porta equilibrio. Vedo più frequentemente persone che oscillano tra estremi di divano e di palestra, diete maniacali e abbuffate notturne, corsi di yoga e crisi di nervi, cassette del contadino e 4 salti in padella acquistati al volo al supermercato sotto casa dieci minuti prima della chiusura. Slanci verso il benessere totale e immancabili capitomboli e ribaltoni, con relativi sensi di colpa e frustrazioni.
Io oggi cerco equilibrio, e nutrimenti sani per il mio benessere psicologico. Perché credo che un individuo sano promuova salute intorno a sé.
Boyd Varty, nella sua Ted talk dal titolo “What I learned from Mandela”, parla di un termine africano “ubuntu”, che significa “io sono grazie a te”. Non siamo quello che siamo senza le altre persone.
Dunque, ciò che ciascuno porta nella vita influisce sulle vite degli altri. Siamo interconnessi, e non solo perché abbiamo internet. Così, per me stessa e per chi incontro nella mia vita, cerco di essere attenta. Cerco un buon nutrimento per me, cerco di coltivare il mio benessere psicologico. E condivido, pensando che possa essere buon nutrimento per qualcun altro, anche solo come spunto per muovere altri passi in altre direzioni.
Siamo interconnessi: per questo ciascuno di noi ha la responsabilità di cosa immette nel mondo. E non discuto i contenuti, ma la consapevolezza. L’essere affrettati, incuranti, sciatti, intellettualmente e spiritualmente non fa bene. Mettiamo cura, impegno gentile, consapevolezza, attenzione in ciò che facciamo; riflettiamo sul senso del nostro fare o non fare.
Siamo interconnessi. Ubuntu.

Elogio delle abitudini

Voglio spezzare una lancia in favore delle abitudini. Spesso bistrattate, considerate monotone, noiose, roba per chi non ha fantasia né creatività.

Io amo le abitudini e mi piace anche cambiare, ogni tanto.

L’abitudine, in sé, non è né buona né cattiva, ma un’esigenza del nostro cervello, che deve semplificare: non può ricreare il mondo ogni mattina, pertanto ha bisogno di poter  contare su un certo numero di automatismi. Da lì in poi, è ciò che facciamo con le nostre abitudini che fa la differenza. Possiamo dormirci su, renderle sterili e opache ripetizioni, oppure renderle vive.

Per esempio, faccio spesso la stessa strada per andare in un luogo. Mentre cammino mi gusto il ritrovare luoghi noti, li osservo meglio, noto particolari che non avevo mai notato: è il piacere di ritrovare punti fermi, ma anche quello di partire da lì per scendere più in profondità. Oppure mi faccio trasportare dai passi che già sanno dove muoversi, che non richiedono troppa attenzione, e penso ai fatti miei, libera dai pensieri sulla strada da fare. Esperienze diverse sulla stessa strada. Tutte interessanti.

E ho capito una cosa: l’abitudine è come rafforzare la trama di un tessuto, a ogni ripetizione la trama diventa più solida, e ti consente di ricamarci su. Su un tessuto sfilacciato non si può ricamare, non tiene.

Penso anche all’amicizia. Ci sono amici che sento raramente, e con i quali il dialogo riprende fluido come se ci fossimo sentiti il giorno prima. È un piccolo ricamo su un pezzetto di tessuto. Che però ha dei buchi, delle aree senza trama e senza ricamo. E’ comunque bello, ma l’effetto globale è diverso.

L’amicizia per me, per come sono fatta, ha bisogno di una certa regolarità, di abitudini; bisogna tessere la sua trama e rafforzarla laddove comincia a farsi un po’ più lisa. Su quel tessuto, poi, si può ricamare. Senza quel fondo saldo, rimangono dei buchi, e il ricamo ne risente.

Con questo voglio dire che buona parte della vita è fatta di eventi ordinari, su cui spiccano eventi fuori dall’ordinario. Certo che quelli ci colpiscono di più e così poi tendiamo a scordarci l’umile quotidiano che li ha resi possibili.

Mi piace prendermi cura dell’amicizia alimentandola in qualche modo regolarmente, mi piace tessere il mio quotidiano con atti ripetitivi: sono basi sicure che mi danno la giusta temperatura emotiva. Questo mi fa star bene, mi dà le energie per costruire il ricamo, mi dà equilibrio.

L’equilibrio, però, richiede attenzione, perché le ripetizioni hanno le loro controindicazioni, i loro pericoli: se la cuccia si fa troppo calda, poi toglie le forze, sfianca e intrappola; troppa abitudine, imprigiona; un tessuto troppo spesso impedisce all’ago di entrare.

La soglia è soggettiva. La mia è piuttosto alta, quella di mio marito più bassa. Si deve un po’ mediare, e questo fa sempre bene, ci aiuta a diventare più flessibili, a non irrigidirci sulle nostre posizioni, quali che siano.

Vale anche per il matrimonio. Non è la tomba dell’amore, ma lo può diventare. Dipende dall’equilibrio di tessuto e ricamo che riusciamo a costruire.

Quindi, come per tutte le cose, è l’equilibrio soggettivo che conta. È importante capire ciò di cui abbiamo bisogno e la dose giusta per noi. E poi ricercarla, monitorarla. Dobbiamo ascoltarci, senza perdere di vista gli altri che sono accanto  a noi, che hanno equilibri diversi, che hanno bisogno di tessiture diverse dalle nostre.

A volte si fatica, a volte si rimane un po’ feriti dalla ruvidezza dei tessuti altrui o spaventati dal loro calore. Comunque, io sono felice di cimentarmi nei tentativi. Alla fine, nel rispetto di me stessa e delle differenze, una strada la trovo. E se non la trovo, pazienza. Non tutti i tessuti stanno bene insieme. Tanti tessuti, tanti ricami. È la vita.

 

 

Guardare la bellezza

Faccio le mie passeggiate veloci per benessere fisico, ma per il benessere psicologico ho bisogno di camminare anche lentamente. Ho bisogno di guardare la vita che scorre e di far entrare in me le immagini che mi colpiscono… sguardi contemplativi più che futuristi.

Anni fa chiesi a mio marito di darmi una lezione di disegno. Lui mi mise davanti una caffettiera, una tazza e una mela, appoggiati su fogli bianchi. Mi diede alcune indicazioni, ma soprattutto mi disse che dovevo guardare. Cominciai a guardare e a seguire le sue indicazioni. Dopo un po’ ero totalmente immersa nelle linee della caffettiera, affascinata dai giochi di luci e ombre, concentrata nel cercare di riprodurre quelle linee e quelle forme. Ma la cosa più stupefacente fu che, dopo un po’, quei tre oggetti erano diventati bellissimi, ricchi di dettagli, di sfumature… Erano diventati un mondo. Un mondo non statico, perché spostando leggermente i fogli bianchi cambiavano anche i giochi di luci, dando al tutto sfumature diverse. Non mi stancavo di guardare, affascinata.

Ecco, quell’esperienza è diventata per me una metafora della vita. Il quotidiano che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, che conosciamo in superficie, nel momento in cui ci soffermiamo a guardarlo davvero si dischiude e ci mostra la sua ricchezza.

Come racconta una storia zen: prima dell’illuminazione, gli alberi erano alberi, la terra era terra, il cielo era cielo. Dopo l’illuminazione, gli alberi erano alberi, la terra era terra, il cielo era cielo. Ma che differenza!

Per me guardare davvero è aprire una porta che sembra stretta e angusta e ritrovarsi a rimirare l’orizzonte infinito. E’ un clic che scatta, sorprendente.

Ho bisogno di quegli sguardi per ritrovare il centro; ho bisogno di quegli sguardi di bellezza per stare in equilibrio sulle difficoltà e sulle angosce della vita; ho bisogno di quegli sguardi perché mi danno ossigeno per respirare a pieni polmoni.

So bene che non c’è solo bellezza intorno a noi. Ma io la cerco, perché mi fa stare bene, mi cura.

Tempo fa stavo entrando in ospedale, dove lavoro. Nel tratto tra il parcheggio e l’ingresso ci sono dei prati;  vedo un brillio e mi fermo a guardare. C’era della rugiada sui fili d’erba e sulle foglie dei trifogli, e il sole colpiva quelle gocce facendole sembrare diamanti colpiti dalla luce. Era bellissimo. Uno spettacolo in pochi centimetri quadri. Ho iniziato a lavorare portando con me quella vista, quella gioia.

Se ho dentro di me il calore della bellezza della vita, posso provare a reggere il male della vita, il dolore che incontro. La ricerca della bellezza scalda me e credo che arrivi a scaldare un po’ anche le persone che accompagno per un tratto del loro percorso.

Così continuo la mia ricerca, tutti i giorni, nello stupefacente quotidiano.