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Storie

Sono carica di storie. Non finisco mai di stupirmi della complessità dei percorsi umani. Di quanto siano comuni e uniche le strade che percorriamo. Comuni perché attraversiamo tutti territori d’amore, di lavoro, di relazioni, di salute e malattie, di morti. E uniche perché la forma che prende ogni strada e il modo di percorrerla è straordinariamente diversa per ciascuno.
Ascolto patologie normali e normalità patologiche. Sintomi che portano a nuovi e più sani equilibri e salute che sfocia in malessere. Eventi felici che non portano felicità, eventi dolorosi che portano senso e saggezza. Dolori che si impiantano, serenità che restano lontane all’orizzonte.
Vite.
Così raccolgo testimonianze, ascolto resoconti di battaglie, di vittorie, di rese. Condivido e scambio riflessioni, sguardi, frammenti di conoscenza.
Ne esco a volte appesantita, sempre arricchita.
Stasera cammino felice sotto un cielo carico di nuvole rosa e inframmezzate da qualche nube scura. L’aria è tersa. Mi accompagnano le storie.

Quando pensi di sapere ciò che non sai (prima parte)

Ovvero: le distorsioni cognitive. Quando, cioè, distorciamo la realtà a nostro uso e consumo, senza rendercene conto, in tutta buona fede.
E’ una questione psicologica piuttosto interessante.
Negli anni ’60 un gruppo di psicologi fece il seguente esperimento: a dei volontari furono presentate alcune cause civili ipotetiche dando a tutti alcune informazioni di base. Successivamente furono divisi in tre sottogruppi: il primo ascoltò le motivazioni argomentate dall’avvocato dell’accusa, il secondo ascoltò quelle della difesa, il terzo ascoltò entrambe le argomentazioni.
L’esperimento era chiaro a tutti, dunque i primi due sottogruppi, quelli “di parte”, sapevano di avere informazioni parziali.
Cosa accadde? Chi aveva ascoltato la versione parziale era saltato più in fretta e con maggior sicurezza alle conclusioni, si era formato un giudizio pur sapendo di non aver ascoltato entrambe le campane.

L’aspetto interessante dell’esperimento è anche il passo successivo: quando le persone dei gruppi “di parte” ascoltarono l’altra versione dei fatti, cambiarono marginalmente la loro prima opinione, ma la loro parzialità rimase.

“Lo studio dimostrò quindi che le persone non solo sono portate a saltare alle conclusioni dopo aver sentito una sola versione dei fatti, ma è assai probabile che continuino a farlo anche quando hanno a disposizione informazioni aggiuntive che suggerirebbero una conclusione differente.” (cit. Le Scienze, 4 maggio 2012)

Dunque, ci formiamo opinioni sulla base di scorciatoie mentali. Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia autore di un bel saggio “Pensieri lenti e veloci”, sostiene che “costruiamo la storia migliore possibile a partire dalle informazioni che abbiamo… e se è una buona storia, ci crediamo”.

Ciò di cui non ci rendiamo conto è che il nostro cervello, a partire da alcune informazioni, a volte anche molto superficiali (una sbirciatina a Wikipedia, un occhio alla prima voce di Google, il commento del vicino di casa che è sempre così informato…) costruisce conclusioni di cui ci sentiamo sicuri, che diamo per vere e oggettive. Quelle diventano le nostre storie, che crediamo perfettamente logiche, razionali. Diventano le nostre verità.

Invece, “…le narrazioni sono  irrazionali anche perché sacrificano la completezza di un evento a favore della parte di esso che si uniforma a una certa visione del mondo. Basarsi sulle narrazioni porta quindi spesso a errori e stereotipi. E’ raro che ci si chieda: ‘Cos’altro dovrei ancora sapere prima di potermi formare un’opinione più documentata e completa?’ ” (Le Scienze).

L’unico antidoto alle distorsioni cognitive è ascoltare storie diverse, dialogare davvero cercando di capire i punti di vista degli altri, non cercando di convincere l’interlocutore delle proprie ragioni. E poi leggere, studiare, anche campane lontane, opposte. Ovviamente non si possono approfondire tutti gli argomenti, ma quelli che più ci stanno a cuore, magari sì. E per gli altri, rimanere aperti. Sapendo di non sapere, lasciando spiragli ai dubbi, alle domande.

La chiusura e la sicurezza rigida sono quasi sempre segnali di irrazionalità più che di approfondita riflessione.  E tutti cadiamo nell’errore, in alcune occasioni. Tutti diventiamo irrazionali, pensando di argomentare le nostre posizioni con assoluta razionalità.

Sicché io ho una regola aurea: se mi accorgo (e non sempre accade) di non essere disponibile ad accogliere storie diverse da quella che mi sto raccontando, verità diverse da quelle di cui mi sono convinta, mi fermo. E meno ho voglia di fermarmi, più significa che c’è bisogno di farlo. I click di chiusura interiore sono campanelli d’allarme che richiedono pausa di riflessione.

Non mi sono mai pentita di averli ascoltati.

Guardare ed ascoltare

Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. lo siedo alla finestra e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.
Umberto Saba, Meditazione, dal Canzoniere

E’ così anche per me: guardare ed ascoltare sono la mia forza.

Io guardo, in continuazione: sono in auto la mattina per andare al lavoro e i miei occhi osservano lo stesso percorso, ma ogni giorno diverso; ogni giorno qualcosa di nuovo attira la loro attenzione. Conosco l’avanzare delle foglie sugli arbusti al lato della strada: le guardo mentre son ferma al semaforo; ci sono molti semafori per andare al lavoro, e ad ogni rosso, guardo; mi incantano i riflessi sui vetri e sui cofani concavi delle auto in movimento: vedo sfilare lì il paesaggio che sta ai lati; e vedo ricrescere dall’asfalto erbe indomite, rispuntare foglie su rami tranciati.

Guardo volti per molte ore della mia giornata; guardo stati d’animo che trasudano dai corpi in movimento per i corridoi dell’ospedale; incrocio sguardi e gesti che mi parlano di ansie, timori, dolori, tensioni, rabbie.

E mentre attraverso i giardini per andare da un edificio all’altro dell’ospedale, guardo il cielo, le piante, le panchine, i fiori. Per poi tornare nuovamente ai corpi e ai volti umani.

Poi ascolto: è in assoluto la cosa che più amo fare. Ascolto persino le conversazioni che mi arrivano sui mezzi pubblici, ascolto frammenti di discorsi per strada. E ovviamente ascolto le storie che le persone mi raccontano, ascolto le vite che incontro. Ascolto e provo a rispondere, e poi torno ad ascoltare ancora. Fiumi in piena, fiumi in secca. (Ne avevo già parlato in questo post: L’ascolto)

Citando don Juan, lo stregone raccontato da Castaneda (letture di trent’anni fa!!!!): “Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato.”

Così io guardo, guardo e ascolto. Senza fiato. Con stupore, meraviglia. Con fatica e pesantezza. Risuonando con gli stati d’animo che incontro, esprimendo gli stati d’animo che vivo.

Guardo e ascolto: questo è il mio viaggio quotidiano nel mondo.

Le nostre vite incompiute

Prigione che si risveglia

Oggi ripensavo a questa statua di Michelangelo. Ne avevo già scritto in una pagina (Perché scrivere 2), ma ci torno perché è un’immagine a cui penso spesso. Mi commuove, come le vite di noi esseri umani. Fatiche, sofferenze, gioie, sbozzano la nostra pietra. Quanto lavoro per trovare noi stessi, per dar senso alla nostra vita!

Come il torchio di cui parla sant’Agostino, la vita ci spreme e tira fuori olio e morchia. Senza la pressione della vita non tireremmo fuori i nostri talenti, e neanche la nostra morchia.

Mi commuove quella fatica. Guardo le nostre vite, ciò che riusciamo a far emergere dalla pietra che le tiene prigioniere, e penso che siano fiori che sbocciano, formiche che trasportano il cibo conquistato e che pesa molto più di loro, albe che emergono dalla notte, tramonti che -esausti- si rituffano nel buio.

Noi siamo ancora qualcosa di diverso, e possiamo influire sul nostro destino, abbiamo voce in capitolo sulle nostre storie. Non siamo così liberi come ci piace credere. La nostra storia, i nostri imprinting emotivi, le nostre esperienze precoci condizionano pesantemente i nostri passi nel mondo. Ripercorriamo strade usurate, ripetiamo il passato nel presente.

Siamo lì, dentro la pietra che blocca il nostro divenire. Siamo forme potenziali, che lottano per uscire, per dispiegarsi. Il levare è doloroso, ma dà forma, e noi siamo lì, a faticare per esprimere e liberare ciò che siamo. Per scoprirlo, perché finché siamo dentro non sappiamo bene chi siamo, non conosciamo i nostri confini. Possiamo illuderci di averli più grandi, temiamo che siano più piccoli, oscilliamo tra sopra e sottovalutazione. Finché il levare dello scalpello tira fuori forme più definite, e che per tutta la durata della vita potranno ancora essere levigate, sempre di più, modificate, distrutte.

Ci dobbiamo prendere cura dell’opera che è la nostra vita. Ce ne prendiamo cura come possiamo, e anche questo è commovente.

Guardo le vite intorno a me e vedo tanti individui che cercano di uscire dalle loro pietre: chi lotta, chi sta fermo, chi distrugge… Ma ogni spazio di libertà conquistata, è vita coraggiosa che cresce, che trova se stessa, che dà testimonianza di sé e, così facendo, aiuta altre vite a trovarsi, a provarci.

Con amore, sosteniamo le nostre e le altrui battaglie. Con profondo rispetto, accolgo in me le opere incompiute che siamo.