Archivio mensile:novembre 2014

Attimi

Ferma in auto al semaforo, nella nebbiosa aria mattutina vedo un bambino attraversare di corsa la strada, tirandosi dietro la sua cartella formato trolley. Un’aria di Vivaldi riempie di armonia lo spazio intorno a me: vita quotidiana che scorre, ma per un attimo lo sguardo che coglie quel frammento di vita si fa poesia.
A volte accade.
Il quotidiano -nella sua normalità- risuona di bellezza, di intensità, di un po’ di meraviglia.
È un bambino come tanti che corre verso la scuola. Eppure per un attimo mi fa restare a bocca aperta, stupita, perché per quell’attimo l’immagine quotidiana ha cantato.
A volte succede. Quell’intensità dura poco, ma lascia dietro di sé una perdurante quieta felicità.

Come si cambia

Non si può mai sapere come la vita ci cambierà, come gli eventi che incontriamo forgeranno il nostro carattere, modificheranno il nostro cervello.
Ripenso a un colloquio della settimana, storia di un dolore che ha creato una frattura insanabile in una coppia, che ha lavorato in ognuno dei due portandoli su binari diversi, sempre più distanti uno dall’altra.
Penso alle chiacchiere alla macchinetta del caffè, dove mogli e mariti raccontano -talvolta con ironia, altre volte con sarcasmo, rabbia, disincanto- quanto il lui o la lei siano cambiati nel tempo, come non siano più gli stessi di quando si sono innamorati.
Ovvio, si cambia.
Eppure, quel che mi colpisce è che non lo si mette in conto. Lo si sa, ma -come per le malattie- in fondo si pensa sempre che non toccherà a noi, che per noi sarà diverso, che l’amore ci salverà. Salvo poi cadere nella disillusione.
Penso a me e a mio marito, a come le difficoltà di questi ultimi anni hanno forgiato i nostri caratteri, nel bene e nel male. Non siamo più gli stessi, ma finora siamo stati fortunati. Il confronto con la realtà non mi ha fatto scoprire un estraneo accanto, ma un uomo che ho imparato a conoscere anche nei suoi aspetti più difficili, più faticosi. E che, per un’alchimia misteriosa e benigna, sono risultati sostenibili per me. A volte con fatica o irritazione, ma comunque sostenibili. E io sono risultata sostenibile per mio marito.
Il che significa che non siamo finiti nel territorio della perdita di stima, del senso di estraneità, della fredda disillusione, del sentire l’altro un po’ nemico.
Perlomeno ad oggi è così.
Dico che siamo stati fortunati perché davvero, al di là dell’impegno, dell’amore, della riflessione e del dialogo, poi c’è un’alchimia psicologica che regge, che non dipende dai nostri sforzi, semplicemente accade, rende possibile, facilita.
Spero che quest’alchimia regga tutta la vita. Cerchiamo di prendercene cura.
Ma, come si suol dire, lo scopriremo solo vivendo.

Fotografie che non si possono fare (II)

La donna che vedo avanzare per il corridoio avrà poco più della mia età. L’ictus che l’ha colpita ha lasciato danni importanti, sul piano motorio e anche cognitivo. Vedo i suoi gesti scomposti, sento parole poco coerenti. Avanza su una carrozzina spinta dalla madre, donna minuta, che quasi scompare dietro la sagoma della figlia. Mi sorride, e passa oltre.
Quel sorriso, quello sguardo, mi arrivano direttamente nella pancia. In un attimo scorre un film nella mia testa: quanto dolore e quanta preoccupazione per una donna minuta, anziana, che certo non si aspettava quella crudele inversione di ruoli.
Penso alle giovani madri che spingono un altro genere di carrozzine, con dentro bambini e un futuro che si immagina e si sogna possa essere bello.
Anche quella madre minuta avrà spinto la sua carrozzina sognando per la sua bambina.
E oggi mi si stringe il cuore a vedere quel sorriso e quello sguardo che passano silenziosi come se non volessero disturbare. Dignità silenziosa. Un gran fardello su spalle fragili, che ancora una volta devono trovare la forza per reggerlo.
Non ho riflessioni. Sono passati alcuni giorni da quel brevissimo incontro. Quel sorriso e quello sguardo sono ancora con me, nitidi come una fotografia, testimonianza di vita che parla.