Archivio mensile:febbraio 2015

Nel mezzo dell’inverno

Sulla pagina Facebook de “Il mestiere di scrivere” trovo questa bella riflessione di Albert Camus: “Mia cara, nel bel mezzo dell’odio ho scoperto in me un invincibile amore. Nel bel mezzo delle lacrime ho scoperto in me un invincibile sorriso. Nel bel mezzo del caos ho scoperto in me un’invincibile tranquillità. Ho compreso, infine, che nel mezzo dell’inverno vi era un’invincibile estate. È ciò mi rende felice.”
Mi piace, e mi ci ritrovo. Anche a me è capitato di trovare oasi di tranquillità nel caos, sorrisi tra le lacrime, gioie in mezzo a periodi difficili.
È facile essere felici quando le cose vanno bene, più impegnativo non farsi trascinare dalla corrente di fatica e dolore, e cercare vita in ogni momento, complessità, senso, motivi per andare avanti. Cercare bellezza, nutrimento per l’anima e lo spirito. Amare. Soprattutto amare. Perché amare ci fa sentire connessi con altri esseri umani, ci fa sentire vicine le persone che amiamo, ci rianima quando ci sembra di non farcela più. Lo vedo ogni giorno.
Penso ad A. Una donna semplice con una cartella clinica poderosa. Ha affrontato dialisi, ricoveri e interventi, per anni. Parlava di suo marito come se fossero novelli sposi, e si avvicinavano alle nozze d’oro. E poi voleva bene a medici e infermieri, che ricambiavano. Perché non potevi non volerle bene. Ce la ricordiamo tutti, A. Trovava sprazzi d’estate nel bel mezzo di gelidi inverni. Amava suo marito, e amava la vita, nonostante tutto.
Preziosa testimonianza di vita.

Sguardi tristi

I pazienti, ovviamente, non sono tutti uguali: ce ne sono alcuni che finisci con l’amare più di altri.
V. è uno di questi. Ultimamente è più spesso triste, di una tristezza dolce e malinconica, riservata.
Seduto sulla sua sedia a rotelle, sta spesso in fondo al corridoio del reparto, davanti a una grande finestra, e guarda fuori. Anche oggi lo trovo lì. Mi siedo sul gradino accanto a lui. Mi sorride, col suo sorriso triste. Parliamo un po’, e alla fine lui mi dice che fra un mese il figlio si laureerà. “Che bello, sarà orgoglioso!” Abbassa lo sguardo. “Sì, ma non pensavo di andarci così. Non pensavo che potesse andare così la mia vita…”
Già. Non lo pensiamo mai. E il percorso di adattamento è sempre tutto in salita.
Lascio V. davanti alla sua finestra e torno sui miei passi, ma è difficile lasciar lì il suo sguardo.
Ogni tanto torna a far capolino durante la giornata, mi accompagna, in rappresentanza di tanti altri sguardi suoi compagni di viaggio.
In auto, tornando a casa, mi lascio avvolgere dalla bellezza delle note dell’Estro Armonico di Vivaldi, dalla bellezza dei rami spogli che disegnano forme nel cielo, altra forma di armonia.
Mi tengo in equilibrio, grata.
Vi porto con me, sguardi. Con voi guardo la vita, cercando bellezza e armonia. E stasera, anche un po’ di leggerezza.

Equilibrio

“Sa, dottoressa, è brutto invecchiare. E per favore, non mi dica anche lei che morire giovani è peggio. Lo so anch’io, ci mancherebbe. Ma questo non toglie la fatica di questo periodo, i pensieri, le paure. Sono grato alla vita per essere arrivato fin qui. Resta il fatto che ho spesso pensieri tristi, che riguardano il tempo che mi rimane davanti e quello che ho alle spalle.”
Mi sorride. “Lei è giovane”.
Il concetto di giovinezza può essere relativo…
L’uomo prosegue, spiegandomi la sua ricetta di sopravvivenza: visto che non riesce a non pensare alla morte, cerca di tenerla a bada concedendole un posto al suo fianco, ma non lasciandola mai sola. Le affianca la vita, le cose quotidiane che riempiono le sue giornate. Le cose più piccole: il piacere dell’aria fredda sul viso, la partita a carte al circolo degli anziani, le friselle che gli mandano i suoi parenti dalla Puglia… E le cose più grandi: gli affetti.
“Così sono un po’ triste e un po’ contento. Mi sembra un equilibrio ragionevole.”
Condivido. E mi alleno a quell’equilibrio tutti i giorni.

Dare parola

“Sono proprio depresso.” Inizia così una conversazione che finirà poi per portarci in lande molto diverse da quelle inizialmente dichiarate. Il fatto è che la parola depressione è spesso così abusata che ha finito per perdere il suo reale significato: dietro quell’affermazione, vivono stati d’animo molto diversi. E, per l’appunto, stati d’animo, non sintomi di malattia, quale è la depressione.
È invece molto importante riuscire a dare nomi più precisi alle nostre emozioni: essere tristi non è come essere sconfortati. Essere malinconici, nostalgici, afflitti, demoralizzati, infelici, oppressi, avviliti, non è la stessa cosa. Raccontano sfumature diverse.
Non è solo una questione semantica. E’ come noi ci raccontiamo la nostra storia. E’ come sappiamo rappresentarci le sfumature dei nostri vissuti. Fa molta differenza vedere un’immagine dai toni netti o la stessa con le diverse tonalità e gradazioni, anche solo di bianco e nero.
Ecco, quella diversità cambia profondamente i nostri stessi vissuti e il significato che diamo loro.
Dirci che siamo depressi appiattisce l’immagine. Non aggiunge informazioni. Rimaniamo al buio, indifferenziato, senza contorni che costruiscano confini e forme. È un racconto pressoché muto.
Bisogna allora affinare la percezione, l’ascolto.
Parole: malumore, mestizia, scontentezza, angoscia, amarezza, abbattimento, delusione, costernazione, dolore, pesantezza, disperazione, grevità, dispiacere, disillusione, noia, tedio, inquietudine, rammarico, rincrescimento, tormento…
La sfumatura dà senso a ciò che vivo. Mi aiuta a capire, a definire, e ciò facendo, trasforma lo stesso stato d’animo. Quando ho trovato le parole giuste, queste diventano sentiero: linea che scorre e traccia il percorso.
Appiattire il linguaggio appiattisce la nostra storia. Arricchirlo, arricchisce la nostra vita.