Archivi categoria: Stati d’animo

Di cielo, muraglie e cocci aguzzi di bottiglia…

È sabato, e anche stamattina la sveglia mi ha buttata giù dal letto, verso la seconda parte di un seminario di cui capirò -se va bene- la metà delle cose che diranno.
Cammino per vie poco frequentate; la città a quest’ora è riservata, quieta, non invadente né invasa.
Cammino e i pensieri vanno. Vanno alle persone che amo, a quelle che ho incontrato per lavoro e mi sono rimaste dentro. Le immagino nelle loro vite, finestre illuminate che mostrano scorci di vita, istanti fluidi, frammenti visibili di un film che continua in stanze non visibili.
Cammino, il cielo un po’ grigio. E sarà il cielo, la stanchezza, saranno le vite delle persone alle quali penso, ma mi torna in mente la muraglia di Montale:

“E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.”

Amo moltissimo questi versi, e le immagini che evocano creano ogni volta riflessioni e stati d’animo diversi.
La vita è difficile. Quante volte mi sento dire che non si può mai stare tranquilli; che appena hai un attimo di pace subito succede qualcosa; che non fai in tempo a tirar fuori la testa dall’acqua che arriva un’altra ondata.
La muraglia è sempre accanto a noi, e i cocci aguzzi di bottiglia contrastano la meraviglia libera e leggera del cielo.
Questa è la condizione umana: quanto cielo, quanta muraglia, quanti cocci aguzzi accompagnano le nostre vite? In quali alchimie ed equilibri continuamente variabili? Vorremmo solo cielo, ma il muro è al nostro fianco.
Cammino e guardo il cielo… ogni giorno cerco l’equilibrio possibile, cerco quel cielo che è anche in ogni forma di bellezza. Perché ogni sguardo di piccola bellezza rende il muro più sopportabile, a volte persino un po’ più basso.
Cammino, guardo, e ogni goccia di bellezza mi nutre.
Oggi c’è molto cielo oltre il muro.

Dispiegarsi

Guardo le nuvole che oggi si mostrano maestose: sono bellissime, e per quante possa averne viste, sono bellissime ogni volta, e ogni volta rinnovano un incanto.
Oggi mi fanno pensare al dispiegarsi maestoso della vita, rigoglioso, generoso, traboccante.
E senza un senso se non il dispiegarsi stesso, l’esserci, il mostrare la propria forma e la propria essenza.
Guardo le nuvole e guardo la vita che scorre sotto i miei occhi: persone che camminano, guidano, vanno in bicicletta, passeggiano al parco; vite che fluiscono, si incrociano senza sfiorarsi, proseguono oltre. Storie che viaggiano silenziose, racchiuse nei volti e negli sguardi di ognuno di noi. Dialoghi muti si intrecciano nelle vie delle città.
Guardo quel brulicare di umanità e vedo la vita della savana, della foresta pluviale, dei boschi, dei ghiacci polari… vedo pianure e montagne, la vita che popola i cieli e le acque profonde dei mari e degli oceani.
Ci dispieghiamo nella vita, tutti quanti: esseri animali, vegetali, minerali.
Guardo questo flusso di vita con un sentimento strano, una meraviglia un po’ straziante: tutto questo darsi, questo tirar fuori il meglio, o il possibile… tutta questa fatica quotidiana…
Mi commuove il dispiegarsi della vita che semplicemente ed ostinatamente si dà. Incurante della morte, del senso… semplicemente ed ostinatamente, è.
Guardo il dispiegarsi e mi sento parte del flusso.

Quando i luoghi raccontano

Cammino per una città che non è più la mia da tanti anni. Ritrovo nomi di vie, zampillano ricordi a ogni tratto di strada. Luoghi che non sono più si sovrappongono al volto nuovo della città. Luoghi e tempi sfalsati, passato e presente si intrecciano senza confondersi; senso di familiarità e di estraneità vanno a braccetto.
La mia città, le mie salde radici: c’è così tanta vita, qui. Vita lontana, anni di preparazione alla vita attraverso la vita. Persone, affetti, emozioni.
Dai luoghi che non sono più, dietro i luoghi attuali, spuntano frammenti di ricordi: da una vetrina, da una piazza, dall’interno di una pizzeria che appare attraverso le finestre aperte sull’aria estiva.
Mi vedo nelle diverse età, con le persone che in quelle età erano con me. Come allora.
Cammino in equilibrio tra passato e presente.
La città non è più quella, e io non sono più cambiata con lei, ho proseguito altrove.
Ora ho radici in più luoghi, e da ognuno traggo linfa vitale.
Mi fa stare bene. Cammino accompagnata dalle presenze che hanno abitato e abitano i miei giorni. Sono tutti qui, con me, come nel finale di 8 1/2 di Fellini.
Cammino piena di vita.

Era già l’ora che volge il disio…

Il sole è tiepido, l’aria fresca, il cielo azzurro. Un uomo col violino sta suonando “Hallelujah” di Leonard Cohen. C’è il fiume umano del sabato pomeriggio che scorre rumoroso.
Ho pensieri e stati d’animo arruffati: il tempo che corre, le cose che restano indietro e quelle che contano, i desideri, la vita che c’è, gli anni vissuti e quelli a venire.
Stare nel senso della propria vita è questione da rinnovare spesso, soprattutto quando la corsa degli impegni lavorativi rallenta o si ferma. Le risposte che ieri quietavano l’animo oggi appaiono spente: sono lì, ma non vivificano un granché. E passano ore preziose di tempo libero, occupate da una vaga inquietudine, dal fare, dallo stare.
Poi, finalmente, arriva l’ora del giorno che sempre ha il potere di calmarmi: quando il sole inizia a calare e la luce si fa meno invadente.
Mi piace il tramonto: non solo per i suoi colori, ma perché non pretende più molto dalla mia giornata. Anche le incompiutezze e le imperfezioni trovano il loro posto, e per un po’ non reclamano altra attività, altro impegno.
Mi posso quietare, e nella quiete ritrovo vita nelle risposte. Il tramonto mi placa, e da lì, da quello stato d’animo, posso guardare lo scorrere della vita e sentirmi a casa.

Di foglie lucide, di tempo che corre, di felicità…

Oggi guardavo le foglie brillanti di pioggia, quella pioggia fastidiosa che però rende il paesaggio urbano così lucido e sgargiante. La città dopo la pioggia è bellissima.
E poi è venerdì: felice per il weekend, perplessa per un’altra settimana passata troppo velocemente. Ultimamente il tema del tempo sta acquistando nuove sfumature.
Sarà che l’orizzonte del cambio di decade si staglia non più così lontano, ma mi capita di riflettere più spesso sulla qualità del mio tempo.
Ieri sera, camminando per un corridoio dell’ospedale, guardavo scorci di vita inquadrati dalle porte aperte delle stanze. Vite uscite dai binari abituali, catapultate in territori difficili e faticosi.
Era tardi, andavo verso gli ultimi impegni della giornata.
In una stanza, un uomo in carrozzina guardava fuori dalla finestra, dandomi le spalle. La stanza quasi buia, guardava un cielo buio e piovoso. Andavo di fretta, e sono passata oltre, ma l’immagine mi è rimasta impressa, collegata al mio andar di corsa.
Giornate troppo piene, settimane che volano via veloci… e poi?
Sto facendo il possibile per vivere al meglio la mia vita?
So bene che tutto può cambiare in un attimo, lo vedo tutti i giorni, e lo spazio e il tempo per mettere vita nelle giornate è qui e ora.
Penso al progetto fotografico “Before I die I want to…” di cui mi sta parlando una collega. Il progetto è nato sul muro di una casa abbandonata ed è arrivato a fare il giro del mondo in raccolte di Polaroid, dove sotto i volti delle persone più disparate compaiono le scritte a mano di ciò che quelle persone vorrebbero prima di morire.
E io cosa vorrei?
Ci penso. Al di là delle risposte più superficiali e immediate che mi passano per la testa.
E mi viene da spostare la domanda entro un orizzonte più corto: cosa vorrei ora, nel mio presente, in un futuro vicino. Perché “before I die” allontana dall’oggi, e di doman non v’è certezza…
Dunque, cosa vorrei, ora?
Vorrei tempo. Vorrei non dimenticare la qualità del tempo quando accelero troppo, quando sono presa dal fare, quando il fare rischia di soffocare le priorità interiori.
Oggi guardavo le foglie lucide di pioggia ed ero felice. Oggi il tempo era pieno. E quando accade di sentirlo così, quando il momento è collegato a un sentire di significato, il tempo rallenta.
Ora, nella quiete di casa, quelle sensazioni sono ancora con me.
Sono nella mia vita, con le persone che amo, con le relazioni significative che vivo. Porto tutti con me, e tutti sono qui con me, ora.
Stasera sono felice, e leggera.

Rosso su grigio

È sera. Raccolgo i frammenti di giornata che, come oggetti buttati alla rinfusa in una stanza, ancora si affollano in me. Vorrei silenzio e quiete, ma inciampo in voci, immagini, sensazioni…
Non c’è che aspettare, pazientemente, che abbassino i toni e rallentino il movimento.
In questo svolgersi di momenti di vita rivedo l’infilata di foglie colorate che oggi mi hanno fatto sentire la gioia dell’autunno: ero in auto su una strada in mezzo ai campi e all’improvviso il cielo grigio piovigginoso si è fatto sfondo nel dar risalto a una tavolozza di gialli, verdi e tanti rossi.
Rosso su grigio, gioia su dolore.
Ora, qui, vanno finalmente sullo sfondo gli sguardi che ho incrociato, le parole ascoltate e dette, le storie di vita che ho raccolto; va sullo sfondo la giornata e sale la calma, accompagnata dal calore di casa, dalle luci accese nel buio della sera.
Ho bigiato l’ora di Pilates, ma ho guadagnato un tempo di raccoglimento.
Oggi va bene così.

Profondità

“Non vediamo le cose per come sono ma per come siamo.” Anaïs Nin
Stamane ero pensierosa. Ascoltavo in auto dei concerti di Vivaldi, immersa nelle armonie alternanti di adagi e allegri, flusso mutevole come la vita.
Parole di pazienti, di amici, ricordi… Stamane tutto scorreva intensamente e riverberava nelle note dolenti del violino, dell’oboe.
Oggi sono pensierosa e il mondo mi rimanda pensieri: vediamo le cose per come siamo.
Un cielo azzurro terso d’estate può essere un sospiro di sollievo e di apertura gioiosa, oppure uno schiacciante chiarore, abbagliante, troppo vitale e sfacciato per chi ha bisogno di penombra.
Oggi gli adagi vivaldiani portano su uno stato d’animo complesso, pieno di sfumature: il sottobosco degli umori, come l’avevo chiamato in un altro post.
Non è tristezza. Rilke mi soccorre sempre con le parole giuste:

“… Egli avanzò. Tornato.
Senza respiro stiè: su quella vetta,
senza ringhiera. Ed in possesso, alfine,
d’ogni Dolore, -assortamente, tacque.”
(La discesa di Cristo all’inferno)

Qui, in queste stanze interiori, mi sento nel cuore battente della vita.
Qui tutto sta: gioie e dolori, conquiste e fallimenti, lotte per la vita, flusso di millenni.
Qui, minuscola particella, poco più di un soffio nel lento respiro dell’evoluzione, mi sento unita agli altri soffi, compagni di viaggio in percorsi intricati.
Qui, sto. Mi sento a casa.
Una casa impegnativa, non quella delle vacanze e del relax. Una casa austera che richiama all’essenziale: senza fronzoli, non dà consolazioni fugaci, né offre scorciatoie. Dà quello “stare” di cui parla Rilke. Dà una sua particolare forma di sicurezza, di stabilità. Gravità.
Qui mi sento al sicuro non perché non mi può succedere niente, non perché offre riparo, ma perché da qui viene la forza per affrontare la vita.
Qui mi sono sempre ancorata nelle tempeste che ho incontrato, qui ho trovato il baricentro, la quiete necessaria per ampliare gli sguardi e ritrovare l’orizzonte.
Qui arrivano parole che desiderano essere condivise.