Archivio mensile:marzo 2013

Quotidiano sordo

Inutile insistere, quando non è cosa. Quando guardi, e non trovi; quando cammini vagando un po’ senza che nulla infranga la soglia sorda; quando vorresti afferrare un guizzo che non vedi; quando cerchi e intorno le cose non rispondono, stanno mute al loro posto.

Oggi la macchina fotografica è in sintonia col mio spirito, e si spegne per la batteria scarica.

Torno a casa con poche foto che non dicono nulla. L’inquadratura più interessante è sfocata.

Ci sono momenti così, un po’ piatti, un po’ sordi. Non i momenti, in realtà, ma il mio sguardo su di loro. Sguardo che non coglie, che non riesce a mettere a fuoco.

Energie vaganti, che non si incanalano e scorrono tra libri che non mi prendono abbastanza, foto mal riuscite, scrittura poco ispirata. Va meglio in cucina, tra soffice torta di mele, pane profumato, buoni gnocchi di patate…

Comunque, quell’inquadratura sfocata aveva fermato un’immagine: la compresenza di gemme e bacche secche sui rami di un albero. Vecchio e nuovo insieme. L’irrequietezza creativa delle gemme, trattenuta, imbozzolata; la stanchezza delle bacche secche. Convivenza faticosa, in questa primavera che tarda a venire. Forse nuovi venti faranno cadere le bacche, oppure semplicemente saranno loro a lasciare la presa vitale che le trattiene al ramo. Così in noi, bacche secche dell’anima lasceranno spazio a nuovi pensieri, a nuovi sguardi. Ma non è ancora tempo, per me, oggi.

Nelle bacche secche si dibattono forze esauste, non domite. Mi arrendo al quotidiano sordo.

Ramo fiorito

Scorre un quotidiano un po’ sordo… Nuoto in superficie, una bracciata via l’altra; giornate che si susseguono ritmicamente e passano veloci, lasciando poche tracce significative. Non è proprio il grigio uniforme dei cieli di questi giorni, ma siamo lì.
Stamane, a interrompere il grigio piatto, è arrivato un ramo fiorito che mio marito mi ha lasciato sul tavolo come buongiorno. Un bel buongiorno, che dava pure l’avvio all’ultimo giorno lavorativo prima della pausa pasquale.
Ora è sera. Sto accucciata sul divano, in ascolto della pioggia battente e del rumore dell’acqua schizzata dalle auto di passaggio. Ho bisogno di fermarmi, di lasciare la superficie per nuotare più in profondità. Comincio da qui: dal divano, dalla quiete, dalla tastiera che traduce stati d’animo in parole. Parole ancora un po’ incerte, vaghe, desiderose di agganciare piccole trame preziose, sensazioni da condividere. Ma che al momento cercano, più che trovare.
Parole come gradini che scendono nelle stanze dell’anima. Qui le porte hanno cardini un po’ arrugginiti e si aprono con difficoltà, lasciandomi fuori a sbirciare.
Per ora, sto qui. Tra la pioggia e il ramo fiorito.

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Poesia

Non conosciamo mai la nostra altezza
Finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
Arriva al cielo la nostra statura.
L’eroismo che allora recitiamo
Sarebbe quotidiano, se noi stessi
Non c’incurvassimo di cubiti
Per la paura di essere dei re.

Emily Dickinson

Interpretazioni

Ma quante volte immaginiamo di conoscere ciò che pensano le persone a noi vicine, immaginiamo il filo dei loro pensieri, e ci sbagliamo? Oppure ci irritiamo perché l’altro dovrebbe capire cosa pensiamo noi, è così evidente! E invece non lo capisce, non per incapacità o insensibilità, ma perché sta seguendo tutt’altro filo di pensieri.
Quindi, il miglior modo per sapere cosa pensa una persona è chiederglielo, non dare per scontato di saperlo. E il modo migliore per fargli sapere cosa pensiamo, cosa desideriamo, è dirglielo.
Sembra una cosa banale. Non lo è.

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Il giardino dei ricordi

Le mie letture, spesso, non sono propriamente allegre; d’altra parte non mi occupo di cose allegre. Mi occupo di cose che mi fanno pensare e, spesso, mi aiutano a vivere meglio, mi danno la forza per guardare la vita con occhi più fiduciosi. Le testimonianze di vita che incontro nel mio lavoro mi hanno fatto passare tante paturnie, tanti momenti di scoraggiamento e di sfiducia. Vedere come le persone affrontano le avversità spesso dà coraggio anche a me. Non è sempre così, ovviamente, però succede.

Il libro che sto leggendo va tra le esperienze costruttive. “Prima di dirti addio”, sottotitolo: “L’anno in cui ho imparato a vivere”. L’autrice è una giornalista americana, Susan Spencer-Wendel, malata di SLA. Cito un passo che mi ha particolarmente colpita:

“Ero qui. Avevo un anno di vita. Forse più. Ma sapevo che me ne restava ancora almeno uno di buona salute. Decisi, proprio lì, davanti a quel Burger King, di trascorrerlo in modo saggio. Di fare i viaggi che avevo sempre voluto fare e concedermi ogni piacere che avevo desiderato. Di organizzare quello che avrei lasciato indietro. Di seminare un giardino di ricordi per la mia famiglia destinato a fiorire nel loro futuro.

Trovo molto bella l’immagine del giardino di ricordi, che continua a fiorire. E in fondo io penso che questo sia anche un po’ il senso della nostra vita. Mi piace pensarlo così.

Non so quale sia la mia scadenza e non l’immagino a breve, ma comunque mi piace pensare che ciò che vivo siano fiori e piante di un giardino, e che l’amicizia sia passeggiare tra giardini, godendo delle diverse specie che si incontrano, dei profumi, dei colori, delle forme…

Mi quieta, mi consola entrare nei giardini di chi non c’è più, perché quei giardini vivono in me e lì ritrovo ricordi vivi, che ancora sono in grado di parlarmi. I giardini dei ricordi curano l’angoscia perché in qualche modo danno continuità. “Non piangere perché è finita. Sorridi perché è successa.” Ecco, nei giardini puoi trovare anche un po’ di nostalgia, puoi trovare dolore, ma comunque trovi vita.

Così, cerco di prendermi cura del mio giardino. Per l’oggi, per il domani, finché ci sarà qualcuno che avrà trovato bello passeggiarci.

 

 

 

 

 

 

La pazienza

“La pazienza è la cosa più difficile, l’unica che valga la pena di imparare. Tutte le forme della natura, dell’evoluzione, della pace, tutto ciò che al mondo è prospero e bello dipende dalla pazienza, necessita di tempo, di calma, di fiducia, di fede nei processi lenti, che hanno una durata assai più lunga di una singola vita, che non sono pienamente accessibili all’intelligenza di un singolo individuo, e nella loro totalità non costituiscono esperienza di persone, ma di popoli e di secoli.” Hermann Hesse, Letture da un minuto

Mi piace la fede nei processi lenti… Pensare in termini di pazienza e di tempo ha spesso -per me- un effetto calmante, che mi aiuta a stare nel presente. La lentezza mi dà speranza: non deve accadere qualcosa subito, e nel percorso lungo ci sono maggiori possibilità che qualcosa accada. Vivo il presente, l’oggi, ma il respiro è ampio.

Può sembrare paradossale, però proprio quando sono più centrata nel qui e ora l’orizzonte si fa più ampio, nel tempo e nello spazio interiore.

Mi quieta pensare la mia vita come parte del processo evolutivo dell’umanità, sentirmi nel flusso che è stato e che sarà dopo di me… Ovunque possa portare.

So anche bene che questo sentire non elimina la sofferenza, non mi impedisce di percepire la stretta dei miei confini, il contatto dolente con i limiti. Solo dà un orizzonte, e un senso in cui dispiegarsi.

Non è poco.