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Il senso di ingiustizia

Incontro persone atterrate dalla vita. E da lì, da giù per terra, cambia la prospettiva da cui guardi il mondo intorno a te. Cambia lo sguardo. Da giù cambia la scala dei valori, delle priorità, di ciò che è importante o no.
Cerchi vie di uscita, strategie di sopravvivenza; cerchi senso, risorse per affrontare quella che da giù sembra la scalata dell’Everest a piedi nudi.
Cammino per strada con in mente le storie ascoltate, la mia, quelle delle persone vicine. Penso a quanta umanità di valore lotta, a quanta umanità di scarso valore ottiene riconoscimenti. Talenti che faticano ad arrivare a fine mese, incapaci che gestiscono potere. Tutti i giorni in ospedale mi sento ripetere le stesse frasi: “ma perché proprio a me?”, “non è giusto!”.
Sulla strada che percorriamo prima o poi incontriamo tutti lo stesso scoglio: l’ingiustizia. La vita è profondamente ingiusta. Vorremmo appellarci a un senso superiore che possa sanare i torti subiti, ma non c’è. Accade ciò che accade, senza appello. Poi posso provare a fare qualcosa, ovviamente. Combatto, come posso. Ma che sia una malattia, un accidente di vario genere, una persona che ti fa del male, resta che con quell’accadimento ci devo fare i conti, per quanto ingiusto possa essere.
Il senso di ingiustizia ci può atterrare, ci può lasciare rabbiosi, ci può distruggere. È una dura lezione che dobbiamo prendere così com’è. Però poi ciò che ne facciamo, come riusciamo a reagire a quella dura lezione, fa la differenza.
Ascolto anche in me la voce che protesta e si lamenta, ma poi so che non posso andarle dietro. Quella voce tira giù. Metto energie per contrastarla, e come il Barone di Münchausen, mi tiro su per il codino.
Grazie all’amore e all’amicizia di chi mi sta vicino; grazie alla bellezza che riesco a cogliere; grazie alla musica che infonde energie, quieta l’animo agitato.
Finora, grazie a tutto questo, il mio sguardo ha sempre ritrovato il respiro del cielo.

Che senso ha?

“Che senso ha tutto questo dolore?”

L’uomo abbassa la testa e si accascia sulla sedia. “Ha saputo la brutta notizia?” “Sì, ho saputo…”  Brevi parole, pesanti come un macigno che schiaccia: ripresa di malattia.

Là fuori c’è il sole, il cielo è azzurro, i nuvoloni nordici corrono; ci sono i ragazzi dell’università -futuri medici, futuri infermieri- che ridono e scherzano, fumano, si atteggiano a grandi.

Pochi metri da noi a loro, un abisso di distanza emotiva. E in mezzo altri naufraghi su carrozzine, naufraghi che spingono deambulatori, familiari che ostentano coraggio, speranza, buon umore.

La riabilitazione neuromotoria è un luogo che fa riflettere sulla vita.

Incrocio sguardi persi, perché la coscienza che li guida è in parte svanita; sguardi smarriti, arrabbiati, combattivi, tristi; qualche volta allegri. Più dei corpi danneggiati, sono proprio gli sguardi che mi colpiscono, qui. Stringono il cuore. A volte passo senza guardare troppo.

“Che senso ha tutto questo dolore?” Ha il senso che riusciamo a metterci noi.

Rilke risuona sempre nei miei pensieri: “Noi, che sprechiamo i dolori…”

Cerco di non sprecarli, i miei e i loro. Ne faccio amore per la vita.

Ne faccio raccoglimento, preghiera laica.

Li porto con me nel traffico cittadino, sotto questi nuvoloni che nel frattempo si sono scuriti, nel supermercato affollato dell’ultima spesa per la cena.
Mi fanno sentire la vita.

Torno a casa quieta e concentrata.

Il giardino dei ricordi

Le mie letture, spesso, non sono propriamente allegre; d’altra parte non mi occupo di cose allegre. Mi occupo di cose che mi fanno pensare e, spesso, mi aiutano a vivere meglio, mi danno la forza per guardare la vita con occhi più fiduciosi. Le testimonianze di vita che incontro nel mio lavoro mi hanno fatto passare tante paturnie, tanti momenti di scoraggiamento e di sfiducia. Vedere come le persone affrontano le avversità spesso dà coraggio anche a me. Non è sempre così, ovviamente, però succede.

Il libro che sto leggendo va tra le esperienze costruttive. “Prima di dirti addio”, sottotitolo: “L’anno in cui ho imparato a vivere”. L’autrice è una giornalista americana, Susan Spencer-Wendel, malata di SLA. Cito un passo che mi ha particolarmente colpita:

“Ero qui. Avevo un anno di vita. Forse più. Ma sapevo che me ne restava ancora almeno uno di buona salute. Decisi, proprio lì, davanti a quel Burger King, di trascorrerlo in modo saggio. Di fare i viaggi che avevo sempre voluto fare e concedermi ogni piacere che avevo desiderato. Di organizzare quello che avrei lasciato indietro. Di seminare un giardino di ricordi per la mia famiglia destinato a fiorire nel loro futuro.

Trovo molto bella l’immagine del giardino di ricordi, che continua a fiorire. E in fondo io penso che questo sia anche un po’ il senso della nostra vita. Mi piace pensarlo così.

Non so quale sia la mia scadenza e non l’immagino a breve, ma comunque mi piace pensare che ciò che vivo siano fiori e piante di un giardino, e che l’amicizia sia passeggiare tra giardini, godendo delle diverse specie che si incontrano, dei profumi, dei colori, delle forme…

Mi quieta, mi consola entrare nei giardini di chi non c’è più, perché quei giardini vivono in me e lì ritrovo ricordi vivi, che ancora sono in grado di parlarmi. I giardini dei ricordi curano l’angoscia perché in qualche modo danno continuità. “Non piangere perché è finita. Sorridi perché è successa.” Ecco, nei giardini puoi trovare anche un po’ di nostalgia, puoi trovare dolore, ma comunque trovi vita.

Così, cerco di prendermi cura del mio giardino. Per l’oggi, per il domani, finché ci sarà qualcuno che avrà trovato bello passeggiarci.

 

 

 

 

 

 

La pazienza

“La pazienza è la cosa più difficile, l’unica che valga la pena di imparare. Tutte le forme della natura, dell’evoluzione, della pace, tutto ciò che al mondo è prospero e bello dipende dalla pazienza, necessita di tempo, di calma, di fiducia, di fede nei processi lenti, che hanno una durata assai più lunga di una singola vita, che non sono pienamente accessibili all’intelligenza di un singolo individuo, e nella loro totalità non costituiscono esperienza di persone, ma di popoli e di secoli.” Hermann Hesse, Letture da un minuto

Mi piace la fede nei processi lenti… Pensare in termini di pazienza e di tempo ha spesso -per me- un effetto calmante, che mi aiuta a stare nel presente. La lentezza mi dà speranza: non deve accadere qualcosa subito, e nel percorso lungo ci sono maggiori possibilità che qualcosa accada. Vivo il presente, l’oggi, ma il respiro è ampio.

Può sembrare paradossale, però proprio quando sono più centrata nel qui e ora l’orizzonte si fa più ampio, nel tempo e nello spazio interiore.

Mi quieta pensare la mia vita come parte del processo evolutivo dell’umanità, sentirmi nel flusso che è stato e che sarà dopo di me… Ovunque possa portare.

So anche bene che questo sentire non elimina la sofferenza, non mi impedisce di percepire la stretta dei miei confini, il contatto dolente con i limiti. Solo dà un orizzonte, e un senso in cui dispiegarsi.

Non è poco.

 

Vorrei averlo fatto

Su segnalazione di un’amica, ho scoperto Bronnie Ware, un’australiana che per alcuni anni si è occupata di pazienti terminali. Il suo blog è diventato molto famoso per un post in cui parlava dei 5 rimpianti che più spesso ha ascoltato da quei pazienti.

Questi i “regrets”:

1) vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita fedele ai miei principi, e non quella che gli altri si aspettavano da me.

2) vorrei non aver lavorato così tanto

3) vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti

4) vorrei essere rimasto in contatto con i miei amici

5) vorrei aver permesso a me stesso di essere più felice

Nella mia esperienza con quei pazienti e con i loro familiari, ho trovato anch’io quei rimpianti, specialmente i primi tre. Riassumibili nel titolo italiano del libro che poi la Ware ha scritto: “Vorrei averlo fatto”.

Ho ascoltato persone che mi raccontavano il loro dolore per non aver fatto, per non aver detto… quando non c’era più tempo per fare, e a volte non c’era più tempo neanche per dire. Ho visto i loro sguardi arrabbiati, oppure tristemente rassegnati, comunque dolenti.

Ho invece incontrato sguardi tristi ma sereni, ed erano tutti di persone che mi dicevano di aver fatto la loro vita; il possibile, certo… senza grandi rimpianti.

Ecco, quelle testimonianze di vita sono diventate per me un prezioso monito a non lasciare indietro ciò che è possibile fare, e dire. Non conosciamo il tempo a nostra disposizione, e spesso questa angoscia è fonte di fughe formidabili. Lavorare in ospedale mi ha aiutata a incontrare quell’angoscia, e nel tempo mi ha insegnato  -e mi insegna- a vivere nel presente, pienamente, nei limiti del possibile. “Si fa quel che si può”: è una verità profonda, piuttosto difficile da praticare perché è davvero difficile capire quali siano i limiti reali.

Però bisogna provarci. Una donna mi raccontò di un litigio telefonico col  marito, e che quella era stata l’ultima volta che si erano parlati, quello era stato il loro saluto: un ictus violento aveva impedito dialoghi successivi. Ricordo la sua espressione mentre mi parlava. Da allora, cerco di non lasciare mai sospesi con le persone che amo. Cerco di non uscire di casa arrabbiata, senza aver messo almeno un piccolo ponte per raggiungere mio marito sull’altra sponda del fiume.

Le testimonianze di chi è sulla soglia ultima della vita sono un aiuto e un invito a non sprecare occasioni, a dare valore alla nostra vita, a darle una direzione sensata.

Fare i conti con la morte ci aiuta a vivere. E ad essere -quando è possibile- profondamente felici.

 

 

Ferite che non si rimarginano

“Non ho mai capito perché nell’inconscio le ferite non si rimarginano. Quasi tutte le ferite si rimarginano ma nell’inconscio sanguinano tutta la vita.” G.Pontiggia, Nati due volte

La frase è suggestiva e anche in parte vera, però la questione è complessa. In senso più ampio, anche il corpo ha ferite -le malattie-  che continuano a “sanguinare” per tutta la vita: malattie croniche, che non guariscono, che si cerca di curare tenendole più o meno a bada e rallentando il processo, con le quali si cerca di convivere. Così, abbiamo ferite psicologiche che continuano a farci male e che non riusciamo a superare.

Ma il punto è questo: come ci prendiamo cura delle nostre ferite? Con rabbia, rassegnazione, amore? Cerchiamo aiuto? Arrediamo con cura la stanza del nostro dolore? (cito un’espressione di mio marito che ho trovato particolarmente suggestiva) Cerchiamo di negare, minimizzare, fare come se nulla fosse? Ci chiudiamo nel risentimento? Proviamo a far qualcosa?

Il mio lavoro in ospedale è con le persone ferite, fisicamente e psicologicamente. Le loro ferite, anche se in qualche modo si rimarginano, tornano periodicamente a sanguinare. Vedo in loro infiniti modi per far fronte al dolore, e sono convinta che ciascuno faccia quel che può. Vedo persone arrabbiate, ma la cui rabbia è la forza che li aiuta ad andare avanti. Può essere una risorsa, anche se con molte controindicazioni. Altri rinunciano, si ripiegano su se stessi, altri provano ad accettare, a vivere con quel che hanno, con le abilità -fisiche e psicologiche- che riescono a mettere in campo.

Ognuno ha un suo percorso, non esistono certo ricette buone per tutti né decaloghi miracolosi per raggiungere la beatitudine. Però credo profondamente che del nostro dolore dobbiamo fare qualcosa. E’ vita, non una parentesi da superare. Non è un’etichetta che racchiude una diagnosi. Siamo noi, è il nostro percorso.

Il nostro cammino è fatto anche del modo in cui ci prendiamo cura delle nostre ferite. Anzi, forse soprattutto di quello. Lì sta la differenza tra la disperazione, il vuoto del non senso e una saggia serenità. Ciò che ci fa star bene non è la mancanza di dolore o di ferite (condizione peraltro impossibile), ma è quel che riusciamo a fare con loro. Non sono le ferite aperte, ma quanto riusciamo a trasformarle in vita feconda.