Archivio mensile:settembre 2013

Buongiorno albero

Un lungo viale che porta all’uscita dalla città, palazzoni ai lati, alberi. In fondo un incrocio col suo semaforo, e al di là un campo che apre lo sguardo (anche se subito dopo un grosso centro commerciale lo chiude. Orizzonte nascosto da muri e parcheggi).
Lì al semaforo, sul limitare della città, c’è un albero maestoso.
Forse un platano, immagino sia centenario. Svetta altissimo con la sua chioma ricolma di foglie e con i rami che partono già dal basso. Risalta, un po’ solitario, tra l’aperto del campo e il traffico che scorre.
Lo guardo spesso, e il semaforo rosso promuove l’osservazione.
Stamane il cielo era grigio, con qualche nuvolone. L’aria muoveva le foglie del grande albero: sembravano nugoli di farfalle. Sfarfallìo di verdi cangianti come ali sbattute nel vento.
Un’immagine di tale bellezza! Sono rimasta incantata a guardare: quell’albero così robusto e radicato, maestoso, potente, e quelle foglie leggere, sventolanti nella brezza, aeree. Gravità e leggerezza. Lì, sul confine. A riscattare anche un lunedì mattina di cielo autunnale e di primo freddo. Uno scorcio di meraviglia offerto a tutti.
Buongiorno, albero. Saresti piaciuto a Tarkovskij.

Si ricompone la giornata

Torno a casa dopo una giornata faticosa e mi porto dietro alcune storie ascoltate oggi. Quelle vicende che ti lasciano con solo le parole del calore umano, perché altre non ce ne sono. Non ora, non quando vedi nel viso di un altro un dolore così acuto, così recente.
Ascolto musica ad alto volume per non sentire il rap dei miei vicini di casa, e alla fine le note delle variazioni sulla Follia mi prendono col loro ritmo trascinante. Incontro di bellezza che affianca la pesantezza della giornata.
Tutto sta.
Un pensiero a chi mi ha fatto conoscere questa ed altre variazioni, e che mi ha prestato i cd. Non lo nomino perché forse ne sarebbe imbarazzato.
E ringrazio la vita per il privilegio di questa quiete, ora. Mi ci abbandono come all’acqua del mare che ti sostiene quando ti fidi.
Assorta, spengo la musica e vado a preparare la cena.

Luci d’autunno

Amo la luce autunnale.
In queste mattine il sole appare velato da una leggera nebbiolina che rende il paesaggio opalescente. Capisci che è una mattina d’autunno e non di primavera. Preannuncia il freddo dei prossimi mesi, le giornate che si accorciano, le luci che si accenderanno sempre prima la sera.
In questi pomeriggi, al tramonto, la luce radente avvolge tutto di un velo caldo, colora di riflessi arancioni, scalda con discrezione.
Fra poco le mattine si faranno più brumose, gli arancioni dei pomeriggi scivoleranno presto nel buio che accompagnerà il mio rientro a casa. Quel buio caldo, fatto di luci accese e di vita in movimento dietro le finestre.
Fra poco le luci incontreranno i colori di ottobre.
Benvenuto autunno, non ti avevo ancora salutato. Le tue luci mi quietano e mi scaldano l’animo.

Compleanno di blog e bagni di realtà

Un anno fa, di questi giorni, mi affacciavo timidamente al mondo WordPress pubblicando il mio primo post.
Stasera desidero festeggiare questo compleanno raccontandovi un’esperienza fondamentale di quest’anno.
Cominciata così, come un fulmine a ciel sereno. Perché nella vita capita spesso (sempre?) ciò che non ti aspetti.
Tutti noi ci facciamo i nostri film: desideri, aspettative, credenze, profondamente radicati in noi, così profondamente da essere parte di noi, parte che diamo per naturale, scontata, come il cielo sulla nostra testa. E che per questo non mettiamo mai in discussione, non vediamo mai con occhio critico.
Poi la vita va nella direzione in cui va, diversamente dalle aspettative, dai desideri, dalle credenze, e facciamo duri bagni di realtà.
Ciò che diventiamo dopo quei bagni, attraverso quelle esperienze, può essere una crescita o una semplice sopravvivenza da arrabbiati o da delusi. Dipende dalle risorse che abbiamo, interiori e non.
Quest’anno, un problema di salute di mio marito, di per sé non grave ma invalidante al punto che non gli ha consentito e non gli consente tutt’ora di fare il suo lavoro, ha creato una serie di conseguenze e di difficoltà non indifferenti, su vari piani. Non voglio entrare ora troppo nel personale, che peraltro riguarda lui e la sua storia, comunque questa vicenda è stata -ed è- un grosso bagno.
Eppure, quest’anno difficile e faticoso ha lavorato in noi obbligandoci a tirare fuori molte risorse, anche quelle che non pensavamo di avere. Ciascuno le sue.
Il bagno di realtà è un muro contro cui sbatti e che ti obbliga a cambiare strada. Ci vuole tempo per capire che quel muro non viene giù. All’inizio non ci credi, non riesci neanche a concepire l’idea che possa accadere davvero. Si chiama negazione, ed è la prima reazione di difesa a un evento, una situazione che ti sta cambiando profondamente la vita. Sapevo benissimo cosa fosse, ma quando ci sono stata dentro non me ne sono accorta subito, ho avuto bisogno di tempo per realizzare. Guardavo le crepe del muro pensando fossero spiragli che si sarebbero allargati fino a farci passare. Non è stato così.
Però credere nell’apertura degli spiragli mi ha dato il tempo per abituarmi al cambiamento, per imparare a starci dentro, a navigare in quelle acque. La speranza, anche se un po’ illusoria, mi ha fatto camminare, andare avanti, incontro alla realtà del muro. Finché l’ho visto, lì, nella sua irremovibilità, mentre già mi stavo muovendo su un’altra strada, quella possibile, scoperta passo dopo passo, giorno dopo giorno.
Ecco, quello che ho scoperto di me è che la mia natura da fondista è più forte di quel che pensavo. Non amo le sfide, e se posso fermarmi un passo indietro al limite che sento, mi fermo.
Il muro mi ha costretta a camminare oltre il limite, un passo alla volta, lentamente. Non mi ha sfidata, semplicemente non mi ha lasciato alternative. Un amico mi ha ricordato che anni fa dicevo che se mi fossi ritrovata in una situazione estrema, tipo campo di concentramento, o anche “solo” sopravvissuta su un’isola deserta tipo Cast Away, il film con Tom Hanks, mi sarei lasciata morire, non avrei avuto la forza di lottare per sopravvivere. Oggi non lo direi più. Oggi dico che proverei a vivere, un giorno alla volta.
E lo dico perché lo sento, perché il cammino percorso mi ha dato fiducia nelle mie forze, mi ha fatto sentire che le gambe reggono, mi ha dato un passo possibile che alterna sforzo e riposo, tenuta, scoramento, ripresa.
Ad oggi, fin qui. Domani si vedrà.
Mio marito invece ha imparato cose diverse, ha sperimentato altri percorsi. Da lottatore, sfidante, ha dovuto imparare la resa, sperimentare il reset delle sue forze per trovarne di nuove, di tipo totalmente diverso.
Lo stesso muro ha richiesto a ciascuno di noi risorse differenti per essere affrontato.
E il lavoro continua.
I bagni di realtà fanno sempre paura, ma possono essere fonte di salute psicologica. E grazie ai muri che non vengono giù, scopri sentieri che mai avresti percorso. Nel bene e nel male, nelle possibilità e nei limiti.
È stato un anno faticoso, e ancora lo è. Ma un anno prezioso. Scrivere sul blog, incontrarvi e dialogare con voi, ha arricchito le mie giornate e alleggerito molte serate. Un po’ scherzando e un po’ no, ho spesso detto che il blog era il mio Citalopram. Scrivere per elaborare e condividere, un ottimo antidepressivo.
Sono felice di quest’anno di blog, felice che siate in qualche modo nella mia vita. Alcuni di voi che conosco meglio sono anche nel mio cuore.
E il cammino continua…

Il nostro bisogno di consolazione

Torno a casa nell’aria fresca, sotto un cielo terso blu cobalto che si avvia verso il blu oltremare. Scendo dall’autobus un paio di fermate prima della mia per fare due passi e lasciar decantare la giornata. Mi prendo un po’ di tempo per godermi il cielo.
Cammino piano, e lascio entrare le sensazioni.
Un barista fuma la sua sigaretta appoggiato al muro con lo sguardo immerso nei fatti suoi, ragazze in minigonna si avviano allegre verso la loro serata, un uomo con la cravatta allentata e l’aria stanca cammina facendo dondolare la sua borsa e forse anche i pensieri.
Ci incrociamo per un attimo, passanti sconosciuti.
Cammino e respiro, e ad ogni passo un pezzetto di fatica rimane sul marciapiede alle mie spalle. Perché oggi è stata una giornata un po’ storta, arrivata così, senza un motivo preciso, senza una causa scatenante. Succede. Succede che un giorno ti senti triste, stanca e sconfortata.
Improvvisamente, da dietro le quinte del teatro dell’anima, sale alla ribalta una bambina sconsolata che tira su col naso e siede rannicchiata in mezzo al palcoscenico, la testa tra le ginocchia. Capita così, che esce lei cogliendo alla sprovvista tutti gli altri personaggi, che rimangono interdetti dietro le quinte, non sapendo bene che fare.
Ecco, quella bambina sta lì, occupando tutta la scena. Vuole solo essere consolata. Nient’altro. Sa bene che i problemi si affronteranno, non è per questo che è triste. Vuole solo avere il diritto di mollare, di sentirsi quel che è, vulnerabile, bisognosa.
Sta lì. Dietro le quinte gli altri personaggi sanno che la devono lasciar stare, che per un po’ la scena è solo sua. Finché dal pubblico qualcuno si muove e si avvicina, le chiede perché piangi, perché sei triste, cosa succede…
Ecco, basta questo. La bambina non vuole risposte o riflessioni. Per quelle ci sono altri più grandi di lei. Lei vuole sfogarsi, vuole qualcuno che la ascolti, vuole solo essere consolata. Mica con parole speciali, solo col calore dell’affetto.
Sono fortunata e ricca, perché quel calore mi arriva da più parti.
Quel calore fa alzare la bambina, che rasserenata se ne torna dietro le quinte, lasciando libero il palco per altri personaggi, che ora possono nuovamente uscire.
Abbiamo spesso paura delle nostre parti infantili, fragili, vulnerabili. In fondo siamo adulti, che diamine!
Certo, siamo adulti. Ma se non lasciamo un po’ di spazio a quelle parti, loro si mettono di traverso dietro le quinte, fanno lo sgambetto a chi deve entrare in scena, danno la spinta e gettano sulla ribalta chi non doveva entrare. Intralciano, scombinano.
Sono adulta, e per carattere e mestiere sono più abituata ad accogliere, ascoltare, cercare di consolare. Trovo in me la stessa resistenza che trovo in altri adulti, forti, abituati a tirarsi su le maniche, ad affrontare ciò che c’è; trovo in me le stesse parole d’ordine: resisti, tieni duro… Ma il fatto è che bisogna offrire un tributo a tutti gli dei e a tutti i demoni che ci abitano. Anche a quelli (dei? demoni?) della debolezza e della vulnerabilità.
Solo così ci lasciano liberi.
Torno a casa rasserenata.